“Siamo prima di tutto agricoltori e poi innovatori. Abbiamo iniziato nel 1965, nel deserto del Negev in Israele, coltivando il terreno desertico. Sappiamo bene cosa significa fare agricoltura in condizioni estreme”. Si presenta così l’azienda israeliana Netafim, una delle più importanti nel settore della micro-irrigazione che sarà ospite all’Esposizione internazionale di macchine per l’agricoltura e il giardinaggio Eima international, dal 10 al 14 novembre. È organizzata dalla Federazione nazionale costruttori macchine per l’agricoltura FederUnacoma in collaborazione con (e nei padiglioni di) BolognaFiere.
Quello che Netafim non racconta è come si sia affermata traendo profitti dai Territori occupati illegalmente del Golan e del Negev, espropriati alla popolazione siriana e palestinese e alle comunità nomadi che ci vivevano da secoli.
L’azienda fondata nel 1965 nel kibbutz Hatzerim e oggi di proprietà della messicana Orbia advance corporation -che ha 33 controllate, 19 stabilimenti produttivi e 4.500 dipendenti in oltre cento Paesi-, è una delle leader mondiali dell’irrigazione di precisione, che gli ha fruttato ricavi per circa un miliardo di dollari solo nel 2024.
Netafim è una delle più antiche e note aziende israeliane di tecnologia agricola e la sua storia è intrecciata con quella del colonialismo di insediamento nella regione del Negev. Dei circa 12mila chilometri quadrati estesi tra l’Egitto, Gaza e il Mar Morto, la maggior parte è oggi sotto il controllo dell’esercito israeliano che sin dall’inizio ha perseguitato e cacciato le popolazioni beduine che ci vivevano.
“In seguito all’occupazione israeliana dei territori palestinesi e siriani nel 1967, i suoi prodotti per la micro-irrigazione e il relativo know-how sono stati utilizzati per sostenere la fattibilità economica e incrementare la redditività degli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania e nel Golan siriano. Fornendo prodotti agli insediamenti, l’azienda contribuisce attivamente all’espansione della produzione agricola da parte dei coloni illegali e alla normalizzazione dell’appropriazione di terre e dell’esproprio”, denuncia il centro di ricerca indipendente Who profits che analizza il ruolo delle imprese private nell’occupazione israeliana delle terre palestinesi e siriane in un dossier realizzato nel 2020 proprio sulla compagnia Netafim.
Non è un caso che questa, a seguito delle limitazioni d’accesso alle risorse che ha causato alle comunità locali, sia citata tra le 214 aziende del database aggiornato del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per il loro impatto sul diritto all’autodeterminazione delle popolazioni autoctone.
A ribadirlo è stata anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 Francesca Albanese nel suo report “From economy of occupation to economy of genocide”, pubblicato il 30 giugno 2025, in cui ha inserito anche Netafim tra le imprese che avrebbero tratto profitto dall’occupazione attraverso lo sfruttamento intensivo dell’acqua e della terra in Cisgiordania, dando sostegno al mantenimento delle colonie. “Dal 1967 Israele esercita un controllo sistematico sulle risorse naturali palestinesi, costruendo infrastrutture che integrano le sue colonie nei sistemi nazionali israeliani e consolidano la dipendenza palestinese da essi”, indica il rapporto.
La società nazionale delle acque di Israele Mekorot detiene un monopolio idrico sul territorio palestinese occupato che rende dipendenti i residenti per la maggior parte dell’acqua potabile. “Per almeno i primi sei mesi dopo l’ottobre del 2023 Mekorot ha gestito i suoi acquedotti per Gaza al 22% della capacità, lasciando aree come Gaza City senza acqua e contribuendo attivamente alla trasformazione dell’acqua in strumento genocidiario”, continua il report.
Si cita Mekorot, che come chiarisce subito sul suo sito, “tutto ciò che fa è per il popolo israeliano”, perché è strettamente legata a Netafim sin dalla sua nascita. Il suo fondatore, l’ingegnere Sincha Blass, è anche l’inventore del sistema di irrigazione a goccia di Netafim, sviluppato nei primi anni Sessanta con il sostegno finanziario del Fondo nazionale ebraico (Jnf), della Divisione insediamenti dell’Agenzia ebraica e del ministero dell’Agricoltura israeliano, e ancora oggi alla base del funzionamento di molti suoi prodotti.
Ma non si tratta dell’unico legame che la compagnia agritech intrattiene con il governo di Tel Aviv. Netafim rivendica di aver sviluppato una delle sue tecnologie più sofisticate in campo agricolo insieme all’azienda privata israeliana di software militari mPrest defense, partecipata al 40% dalla società militare Rafael avanced defense systems.
Si tratta della piattaforma NetBeat che integra il programma denominato C4I per la gestione dell’irrigazione: è lo stesso nucleo del sistema di difesa missilistica a corto raggio “Iron dome” schierato lungo la Striscia di Gaza, sviluppato da mPrest e Rafael in collaborazione con Elta, una controllata di Israel aerospace industries.
Il sistema integrato sviluppato da mPrest è utilizzato nella classificazione dei bersagli, nel calcolo dei piani di intercettazione e nel controllo delle fasi di lancio e intercettazione. La sua “architettura aperta” gli permette di “interfacciarsi con radar, sistemi d’arma, guerra elettronica, laser, sensori e sottosistemi, Nato Link16 e altro ancora sotto un unico ‘sistema di sistemi’, consentendo visibilità e controllo end-to-end”, spiega la compagnia, elogiando la capacità del suo prodotto di punta per “supportare un’integrazione senza soluzione di continuità con molteplici sensori ed effettori”.
È questo meccanismo di “comando e controllo” che permette l’utilizzo nell’ambito dell’irrigazione. Attraverso un sistema che collega hardware, software e cloud, NetBeat permette la pianificazione e il monitoraggio della gestione delle colture. Con esso dialogano diversi prodotti Netafim, come DripNet PC, l’ala gocciolante integrale autocompensante che sarà esposta alla fiera di Bologna.
“Monitorando tutte le condizioni del suolo, meteorologiche, colturali, ambientali e idrauliche, i nostri sensori forniscono aggiornamenti in tempo reale sullo stato dei tuoi campi, grazie a NetBeat”, informa Netafim sul suo sito, celebrando quello che definisce “il primo sistema di irrigazione al mondo dotato di un cervello”. Lo stesso che permette di scegliere i bersagli all’Iron dome.
Nonostante la Regione Emilia-Romagna abbia annunciato di voler interrompere i rapporti istituzionali con Israele, Netafim continua a essere molto attiva sul suo territorio. La compagnia ha anche in corso un ambizioso progetto di agricoltura smart insieme al Centro interdipartimentale di ricerca industriale su meccanica avanzata e materiali e di ricerca industriale sull’agroalimentare dell’Università di Bologna. Si tratta del progetto S4O, Smart specialized sustainable stonefruit orchard, un pescheto sperimentale finanziato con un contributo di 500mila euro dal Fondo europeo di sviluppo regionale a in cui la compagnia israeliana partecipa con Sophia, un macchinario per la spruzzatura chimica e antibrina implementato insieme al Consorzio di produttori di mele Melinda, e anch’esso in dialogo con la tecnologia “collaudata sul campo” NetBeat.
“In quanto azionisti delle società che gestiscono gli Enti fiera in Emilia-Romagna, la Regione, i Comuni e altre istituzioni pubbliche dovrebbero intraprendere azioni per escludere le aziende israeliane da tutte le manifestazioni fieristiche, rispettando gli obblighi giuridici previsti dal diritto internazionale che impongono di non contribuire a gravi violazioni dei diritti umani”, spiegano gli attivisti del movimento Bds Bologna, che con altri gruppi dell’Emilia-Romagna quali Giovani palestinesi d’Italia e Sanitari per Gaza, ha lanciato una mobilitazione contro la partecipazione di Netafim e di altre aziende israeliane a Eima international 2026. Insieme a decine di associazioni Bds ha promosso la petizione “Basta complicità” e una campagna nazionale per chiedere agli enti pubblici di interrompere le relazioni con istituzioni e aziende che traggono profitto dall’economia del genocidio e dell’occupazione in Palestina.
Come ha messo in evidenza Who profits con la sua accurata analisi, Netafim è l’esempio lampante della relazione tra il settore privato israeliano e l’apparato militare. Mostrandosi come promotore del risparmio idrico sempre più necessario di fronte alla crisi climatica, Israele cerca di nascondere la distruzione degli ecosistemi, dell’agricoltura e della popolazione operata a Gaza e in maniera sempre più crescente in Cisgiordania.
“È ampiamente documentato l’uso del territorio palestinese occupato e della sua popolazione -di fatto prigioniera- come laboratorio per la sperimentazione di nuove tecnologie da parte dell’apparato militare israeliano e di aziende private, così come la commercializzazione e l’esportazione di tali tecnologie presentate come ‘collaudate in combattimento’ (battle-proven). L’estensione di tale dinamica ad ambiti civili, come l’agricoltura intelligente (smart agriculture), consolida ulteriormente l’interesse delle aziende private al mantenimento dello status quo”, scrive l’organizzazione, riportando l’attenzione sulla necessità di non essere complici con questo estremo tentativo di greenwashing da parte del governo di Tel Aviv.
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