#Finsubito news – Van Parijs: “Reddito di base e tasse su grandi eredità Così si ricuce lo strappo con chi protesta”


L’Europa brucia nelle piazze. L’inflazione e il carovita alimentano le proteste popolari da Parigi a Milano. Philippe Van Parijs, professore di economia politica a Louvain e massimo teorico del reddito di base universale, offre una chiave di lettura per decifrare il malcontento globale. È a Torino in questi giorni per il Festival Internazionale dell’Economia. «Il reddito di base non è un’alternativa all’accesso a un impiego, ma uno degli strumenti necessari per dare a tutti la possibilità reale di un lavoro significativo», avverte l’economista belga. La sua ricetta punta a ricucire il pericoloso strappo creatosi tra cittadini e istituzioni.

Lei ritiene il reddito di base incondizionato lo strumento supremo per arrivare alla libertà reale. Guardando le strade infiammate nel Vecchio Continente emergono istanze composite, mosse da identità, richiesta di riconoscimento e diffidenza verso le istituzioni. Un assegno mensile non rischia di rappresentare un mezzo governativo utile a comprare il quieto vivere, lasciando immutata l’alienazione di fondo?

Identità, bisogno di riconoscimento e sfiducia costituiscono i grandi nodi irrisolti della nostra epoca. Nessuno studioso può sostenere l’esistenza di un singolo strumento in grado di profilarsi come la panacea definitiva per lenire i mali alla base delle rivolte attuali. Serve un vasto insieme di interventi strutturali e il reddito di base rappresenta una tessera di questo mosaico. Rifiuto la visione di una misura concepita in antitesi al mondo dell’impiego. Al contrario, lo scopo primario consiste nell’abilitare ogni cittadino a ottenere una professione ricca di significato e utilità.

Come si concretizza questo traguardo?

Servono aggiustamenti della nostra impalcatura educativa, uniti a uno sviluppo senza precedenti della formazione continua nel corso della vita. Tutte queste iniziative combinate devono assicurare a ogni bambino, adolescente e giovane una speranza concreta di raggiungere l’integrazione economica. Senza tale inserimento nel tessuto produttivo risulta precluso il riconoscimento tra individui e collettività.

Dunque è questo il tassello mancante per ricostruire la pace sociale?

Se ci si può affidare alla società, intesa non nel ruolo di mero erogatore ma come comunità in grado di offrire una collocazione a ogni essere umano, la fiducia generale si rinsalda. La nostra identità non si esaurisce nella sola etichetta professionale, ma il lavoro si conferma un pilastro per la tenuta del sistema. Le derive distruttive assunte dalle proteste scaturiscono da infinite ramificazioni di disagio. Fornire a tutti risorse in denaro per vivere non basta a spegnere i roghi. Occorre garantire un ruolo riconosciuto e difendere le esistenze in ogni ambito. La tranquillità monetaria erogata alla base rappresenta soltanto uno stadio di partenza.

Nelle capitali europee la rabbia è spinta dal costo della vita fuori controllo. Proporre di scollegare gli incassi dal contributo in officina non finisce per mortificare chi reclama stipendi equi in cambio del sudore della fronte?

Bisogna tracciare una linea di demarcazione tra un reddito di cittadinanza, come quello italiano, e un reddito di base incondizionato vero e proprio. La forma universale raggiunge ogni lavoratore occupato. Non confiniamo il sostegno a una platea di persone inattive correndo il pericolo di architettare una trappola della povertà o della disoccupazione. Sviluppiamo un meccanismo ideato per traghettare le persone fuori da quella palude e per tutelare i ceti costretti ad accontentarsi di paghe basse.

Esistono precedenti storici su come comunicare questa dottrina agli elettori?

Durante l’ultima fase della corsa per le presidenziali in Francia il candidato Benoît Hamon si avvalse della consulenza di Thomas Piketty. Hamon aveva trionfato alle consultazioni primarie sventolando il reddito di base incondizionato come proposta centrale del programma. Piketty gli suggerì un cambio di narrativa in ottica elettorale per sedurre le componenti più moderate e presentare il pacchetto in maniera accettabile in vista del successo poi ottenuto da Emmanuel Macron.

Cosa chiese di modificare in concreto Piketty?

Invitò Hamon a presentare la misura nelle vesti di un credito d’imposta rimborsabile. In luogo di accreditare una cifra liquida uguale per tutti, si procedeva deducendo dal monte fiscale di ogni contribuente una quota predefinita. In caso di imposte versate insufficienti a coprire il credito, si palesava un trasferimento integrativo a favore del cittadino.

Quale reazione innescò questa manovra tattica?

Causò una dose massiccia di confusione fra gli elettori francesi. Immaginare una dazione universale portava i cittadini a presagire la necessità di una gigantesca riduzione delle passività fiscali. Piketty e Hamon tentarono di far breccia rimarcando un punto saldo, ossia che i percettori di salario minimo avrebbero registrato introiti netti superiori in virtù della norma. Lungi dal voler schiaffeggiare chi lavora sodo, il nostro obiettivo mira ad alleggerire il peso sulle loro spalle. La manovra comporta una tassazione aggiuntiva concentrata solo sui redditi alti. Le famiglie stanziali sul fondo della piramide usciranno con maggiori risorse in tasca.

Sulle colonne de La Stampa si invoca da settimane il varo di un’imposta straordinaria sui ricchi. Ritiene fattibile un giro di vite fiscale o teme una fuga precipitosa di capitali?

Sarà inevitabile applicare prelievi maggiori su qualsivoglia forma di capitale nei prossimi decenni. Il peso relativo dei salari sul prodotto interno lordo affronterà una contrazione inarrestabile.

Da quali tendenze deduce la natura cronica di questo divario?

Sam Altman, creatore di Open Ai, ha cristallizzato questa prospettiva in un saggio recente molto lucido. La percentuale del Pil derivante dal lavoro umano subirà un calo ineluttabile a fronte di un parallelo incremento per la quota destinata ai profitti d’impresa. Volendo perseverare nel modello dello Stato sociale per finanziare i servizi a venire, non ci resta alternativa. Dovremo esigere un contributo superiore al capitale.

Quali distorsioni si palesano negli scenari privi di questi correttivi?

In Belgio si sta consumando un dramma scandaloso. Nel Paese non si era mai registrata una simile abbondanza media. Data l’imminente uscita di scena della generazione dei baby boomer, stiamo per assistere alla più colossale transizione di denaro da una generazione all’altra della storia europea in termini assoluti.

In che forma avverrà questo trasferimento in grado di stravolgere gli assetti?

Una fetta spropositata aggira le norme successorie abituali e sfrutta le donazioni fra soggetti in vita. Simili regalie godono di percentuali di tassazione al 3% e in un mare di circostanze allo 0%. L’eredità convenzionale sconta gravami superiori ma colpisce in prevalenza persone con scarse consistenze da tramandare. Il risultato grida vendetta. Un frammento di popolazione riceve milioni in base a un mero accidente di nascita in un nucleo familiare privilegiato. Un impianto simile divarica le spaccature fra ceti e genera frustrazioni insanabili.

Qual è la via di uscita?

Vi sono innumerevoli ricette a disposizione dei governi. Possiamo agire ritoccando le successioni sui decessi o ridisegnando le quote relative alle donazioni in vita, oppure si aprono scenari improntati all’inasprimento dei prelievi sui capital gain e sullo stock di patrimoni immobiliari e azionari. La direttiva resta univoca. Le entrate scaturenti dal capitale andranno tassate con vigore. Serve riordinare la dottrina tributaria ovunque: in Italia, in Spagna, in Francia, in Lussemburgo e fin nel cuore di Bruxelles. Le menti al vertice del settore tecnologico sanno bene come questo passaggio sia essenziale.

La crisi stringe in una morsa la spesa pubblica per sanità ed educazione. Il reddito di base non corre il rischio di cannibalizzare i resti dell’attuale welfare per potersi finanziare?

Nessuno teorizza una distribuzione monetaria in grado di smantellare l’impalcatura pubblica dei sistemi ospedalieri e scolastici. I pilastri del benessere diffuso restano intangibili. Il nucleo del problema si trova nei meandri della finanza pubblica. Gran parte del reddito risulta autofinanziata e non dipende da fonti esogene sconsiderate.

In quale modo si ottiene questa copertura finanziaria?

Si procede abolendo le detrazioni e le esenzioni fiscali in essere per i redditi di livello basso. Sostituendo tali agevolazioni con una riduzione mirata della passività fiscale, o un credito d’imposta, si va a coprire una quota corposa della misura. L’operazione prosegue azzerando i vari sussidi di importo inferiore al reddito di base stesso. Per le indennità destinate a coprire bisogni superiori, come nel caso di disoccupazione o malattia, i beneficiari riceveranno integrazioni mirate atte a pareggiare i conti.

I più fragili riceveranno attenzioni peculiari per evitare strappi incolmabili?

L’assegno non toccherà mai vette idonee ad assicurare una esistenza priva di grattacapi a un individuo con gravi handicap residente da solo a Milano o Torino. L’intento fondativo prevede l’innalzamento di una soglia di sicurezza invalicabile in ogni frangente. Di fronte alla perdita dell’occupazione o a un divorzio, il cittadino troverà una base per non annegare e perdere il posto nel tessuto sociale. Evitare la miseria in tali snodi vitali equivale a rinforzare il tessuto democratico in maniera definitiva.

Davanti alle urgenze, i decisori politici continentali snobbano e respingono in blocco le direttive della scienza economica per tornaconto elettorale?

Confrontandomi nei consessi accademici, i colleghi economisti palesano di continuo la frustrazione cocente derivante dal non essere interpellati dalle autorità. Personalmente manifesto una grande empatia verso i leader in carica. Il loro lavoro impone decisioni complesse con impatti sociali profondi a ritmi asfissianti. I tavoli dei ministeri si trovano invasi da rapporti contrastanti partoriti da esperti di caratura elevata ma in netto disaccordo tra loro su ogni punto.

Tale confusione blocca l’azione legislativa?

Le figure istituzionali fronteggiano l’obbligo di vagliare queste divergenti visioni in lassi di tempo esigui. Ripudio atteggiamenti presuntuosi verso chi indossa l’onere del comando in uno scacchiere istituzionale denso di emergenze continue.

Il modello liberale affonda i colpi su se stesso a causa della disinformazione. Come si argina un collasso in grado di piegare le democrazie occidentali?

Dominano i sentimenti di precarietà a livello materiale e a livello di radici culturali. Il reddito colma i vuoti nel bilancio, ma resta il distacco umano. Osservo Bruxelles come caso di scuola. L’80% degli abitanti possiede un background migratorio. Io faccio parte di un blocco limitato e minoritario di belgi originari. Una moltitudine di nuovi arrivati giunge nel Paese ignorando l’olandese e l’idioma francese.

Tale scollamento linguistico ostacola la convivenza?

In assenza di un idioma comune cade nel vuoto ogni tentativo di integrazione reale sul luogo di impiego o nel vicinato. Nelle nazioni anglofone queste barriere generano impatti meno laceranti grazie alla pregressa conoscenza dell’inglese da parte degli immigrati in entrata. Servono strumenti immediati per mettere le persone in grado di parlarsi e capirsi sul territorio.

Oltre allo scoglio dell’incomunicabilità cittadina, qual è il peso dell’informatica sfrenata in questo allontanamento collettivo?

Pativamo il degrado del vecchio ecosistema dei media e ora in era digitale assistiamo alla polverizzazione delle garanzie di base. Chiunque può improvvisarsi giornalista sulle reti sociali in pochi istanti e spargere falsità libere da ogni vincolo o pudore. Scompare in un attimo lo spazio per approfondire gli argomenti e scema il desiderio vitale di prestare ascolto alle opinioni avverse. L’insicurezza spinge la folla a indicare capri espiatori ideali, dagli immigrati alle élite in giacca e cravatta.

In quale modo si affronta il far west dell’informazione disintermediata per salvare le istituzioni libere?

Le pessime performance dei nostri ragazzi nei recenti test Pisa palesano lo scivolamento verso l’indigenza formativa. Il legislatore ha il dovere di armare le menti giovanili e di istruire il senso critico della popolazione per intero. Le aule scolastiche devono forgiare barriere invalicabili contro la disinformazione per disinnescare la rabbia alimentata a tavolino sulla pelle dei cittadini europei impauriti e confusi.


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