C’è una generazione che ha potuto contare su pensioni generose, carriere relativamente stabili e un patrimonio accumulato nel corso dei decenni. E ce n’è un’altra che deve fare i conti con stipendi insufficienti, contributi elevati, difficoltà a comprare casa e un futuro previdenziale sempre più incerto. In mezzo, uno Stato sociale che, anziché proteggere i più deboli, rischia di consumare le risorse dei propri figli. È un’accusa durissima quella pronunciata dall’economista Luigi Zingales, professore di Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, intervenuto domenica 25 ottobre al Festival Internazionale dell’Economia di Torino. E non si tratta soltanto di una denuncia: sul tavolo arrivano proposte destinate a far discutere, dalla tassazione delle eredità dei baby boomer fino a un’imposta sull’intelligenza artificiale.
Per spiegare quello che considera il grande squilibrio italiano, Zingales sceglie un’immagine inquietante: Saturno che divora i propri figli, il celebre dipinto di Francisco Goya. L’opera viene proiettata nella sala immersiva delle Gallerie d’Italia, trasformandosi nella rappresentazione di un sistema previdenziale che, secondo l’economista, avrebbe favorito una generazione scaricandone i costi su quelle successive.
Il problema nasce dalla distribuzione delle risorse pubbliche. L’Italia destina una parte consistente della propria spesa sociale alle pensioni, mentre il sostegno alla disoccupazione, alla disabilità e alla povertà risulta relativamente più limitato. Secondo i dati Istat riferiti al 2024, la previdenza assorbe il 68,2% delle prestazioni di protezione sociale, contro il 22,1% della sanità e il 9,7% dell’assistenza. Un modello che Zingales considera sbilanciato verso chi ha già concluso la propria carriera lavorativa.
Le differenze tra generazioni emergono anche dai calcoli presentati durante l’incontro. Secondo l’economista, chi raggiungeva la pensione nel 1995 poteva ricevere prestazioni complessivamente pari al doppio dei contributi versati. Per le generazioni successive, il rapporto si sarebbe progressivamente ridotto, fino a raggiungere il 65%. Stime che descrivono la diversa convenienza dei sistemi previdenziali succedutisi nel tempo, non l’importo degli assegni percepiti da ogni singolo pensionato.
A questo si aggiunge quello che Zingales definisce il costo nascosto del debito lasciato ai giovani. Nell’arco della vita, un giovane contribuente sopporterebbe, secondo le sue elaborazioni, un onere di circa 50mila euro per gli interessi sul debito pubblico e altri 140mila legati allo squilibrio previdenziale. Quasi 190mila euro di costi impliciti che renderebbero ancora più difficile costruire un futuro economico indipendente.
La conseguenza riguarda anche la natalità. Se una parte elevata del reddito dei lavoratori viene assorbita dai contributi necessari a finanziare le pensioni, diminuiscono le risorse disponibili per formare una famiglia. Una questione particolarmente delicata in un Paese nel quale, secondo l’Istat, nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, con una fecondità scesa a 1,14 figli per donna.
La soluzione proposta dall’economista rompe uno dei tabù del dibattito fiscale italiano: tassare maggiormente le successioni per alleggerire il costo del lavoro giovanile. Non una patrimoniale annuale, ma un’imposta temporanea sui trasferimenti ereditari. Secondo i dati richiamati da Zingales, ogni anno passerebbero di mano circa 250 miliardi di euro attraverso le eredità. Un prelievo del 15%, nelle sue simulazioni, consentirebbe di ridurre del 60% i contributi sociali dei lavoratori tra i 20 e i 29 anni.
Una proposta radicale, soprattutto considerando che oggi in Italia le successioni tra genitori e figli sono tassate generalmente al 4% soltanto sulla quota che supera un milione di euro per ciascun beneficiario. Resterebbe naturalmente da definire come funzionerebbe concretamente il nuovo tributo, quali patrimoni interesserebbe e come verrebbero distribuiti i benefici. Zingales richiama inoltre la possibilità di intervenire sulle pensioni particolarmente elevate, pur riconoscendo gli ostacoli costituzionali a eventuali riduzioni.
Il rischio, intanto, è che i giovani chiamati a sostenere il sistema decidano semplicemente di andarsene. L’economista utilizza l’espressione rischio Porto Rico, richiamando il territorio caraibico che ha visto partire una parte importante della popolazione, con conseguenze pesanti sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.
In Italia, secondo le cifre presentate, formare un diplomato costa alla collettività circa 120mila euro, mentre per un laureato si arriva a 160mila. Quando questi giovani si trasferiscono all’estero, il Paese perde anche una parte del capitale umano costruito grazie agli investimenti pubblici. Nel 2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani è stato negativo per circa 103mila persone. Zingales quantifica in 7,6 miliardi di euro all’anno il valore del trasferimento di risorse verso il resto d’Europa.
Da qui un’altra proposta controversa: introdurre forme di tassazione legate alla cittadinanza, prendendo spunto dal modello statunitense. L’ipotesi comprende un contributo medio di mille euro annui per gli italiani residenti all’estero, destinato a finanziare un sostegno alla disoccupazione per i giovani con figli, e un’imposta di uscita per scoraggiare le rinunce alla cittadinanza motivate da ragioni fiscali. Una soluzione che solleverebbe questioni complesse, soprattutto per chi già paga imposte nel Paese in cui vive e lavora.
Ma alla frattura generazionale se ne sta aggiungendo un’altra, potenzialmente ancora più profonda: quella provocata dall’intelligenza artificiale. Secondo Zingales, l’automazione potrebbe aumentare enormemente la produttività senza garantire un corrispondente aumento degli stipendi. Il vantaggio economico rischierebbe così di concentrarsi nelle imprese proprietarie delle tecnologie, mentre una parte dei lavoratori perderebbe occupazione e potere contrattuale.
Non soltanto operai o mansioni ripetitive. A essere coinvolte potrebbero essere anche professioni considerate fino a pochi anni fa relativamente protette: commercialisti, consulenti e giovani praticanti degli studi legali. Se un software sarà in grado di svolgere attività oggi affidate ai neolaureati, il problema non riguarderà esclusivamente i posti di lavoro perduti. Rischierà di interrompersi anche il percorso attraverso il quale si impara una professione, acquisendo esperienza accanto ai colleghi più anziani.
Per questo l’economista immagina un programma di affiancamento tra pensionati e giovani, una sorta di adozione professionale capace di preservare competenze e trasmettere conoscenze. Ma propone soprattutto di tassare temporaneamente l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, prendendo in considerazione la capacità di calcolo impiegata dai sistemi, il cosiddetto compute.
L’obiettivo non sarebbe fermare l’innovazione, bensì rallentarne la transizione e finanziare gli strumenti necessari a proteggere chi rischia di subirne le conseguenze. Il prelievo dovrebbe poi diminuire progressivamente, evitando di diventare un ostacolo permanente allo sviluppo tecnologico. Una proposta che richiederebbe comunque regole coordinate a livello internazionale per limitare il rischio di spostare investimenti e attività verso Paesi con una tassazione più favorevole.
Il tema è emerso anche in altri incontri del Festival di Torino, dove il presidente dell’Inps Gabriele Fava ha ipotizzato di destinare una parte della ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale alla formazione e alla riqualificazione dei lavoratori.
Il messaggio conclusivo di Zingales è una provocazione che va oltre la contrapposizione tra giovani e anziani. Uno Stato sociale costruito per garantire sicurezza può diventare insostenibile se protegge soprattutto chi è già tutelato e lascia ai nuovi lavoratori il peso delle promesse fatte in passato. E se alle disuguaglianze previdenziali si aggiungerà una rivoluzione tecnologica capace di ridimensionare il lavoro umano, il rischio sarà quello di perdere un’intera generazione proprio nel momento in cui dovrebbe costruire il futuro del Paese.
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