#Finsubito news – scendiamo in piazza senza scioperare


Né assegni in bianco al Governo né scioperi preventivi, ma un confronto sul merito. Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl, punta a mantenere il ruolo del sindacato saldamente ancorato alla trattativa sulle misure concrete. E, a proposito delle tensioni a Milano, parla di «violenze inaccettabili. Ma serve investire su scuola, casa e lavoro dignitoso. Non cavalcare la rabbia né strumentalizzarla politicamente».

Segretaria, la manovra da 23,5 miliardi punta su famiglie e contrasto al caro energia, dice il Governo. Vi fidate?

Non è questione di fiducia: giudicheremo i fatti. Famiglie, ceto medio e caro energia sono la direzione giusta, ma con risorse scarse niente va dato a pioggia: vanno sostenuti lavoratori, pensionati e imprese che applicano i contratti più rappresentativi fanno partecipazione e investono. E poi giovani e donne, rivalutazione delle pensioni, Opzione donna senza vincoli, non autosufficienza, scuola, sanità, Zes unica e Mezzogiorno. Chiediamo di stabilizzare l’imposta all’1 per cento sui premi di risultato, fino ad azzerarla, e risorse strutturali per la legge sulla partecipazione. Le coperture ci sono: bene il contributo di banche e assicurazioni, da estendere ai superprofitti di energia e logistica digitale. No netto a condoni e rottamazioni: si aggredisca un’economia sommersa e illegale da 218 miliardi. Intanto il fiscal drag toglierà a lavoratori e pensionati, si stima, oltre 8 miliardi in due anni: un’imposta invisibile da neutralizzare con meccanismi automatici.

La Cgil ha già proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre. La Cisl manifesterà da sola in tre piazze. Vi eravate confrontati?

Il confronto con la Cgil è costante, in reciproca autonomia. Rispettiamo la scelta, ma non la condividiamo, per tre ragioni. La prima: si boccia una legge di bilancio ancora senza testo. La seconda: si contesta la spesa per la Difesa, ma c’è chi i carri armati li usa davvero. Serve una deterrenza europea che razionalizzi i costi, non militarizzi l’economia e dia più peso ai negoziati. La terza: si sceglie la massima forma di conflitto contro imprese estranee alla manovra, mentre con loro scriviamo le regole della rappresentanza. Lo sciopero è l’ultima istanza, non un rito identitario da celebrare sulla pelle di lavoratori provati dal carovita. Noi manifestiamo per proporre: con la campagna «Il Patto che unisce» saremo a Genova il 7 novembre, a Gioia Tauro il 28 e a Roma a metà dicembre, perché il Paese vince se si unisce. La porta dell’azione comune resta aperta, ma tra protesta come testimonianza e trattativa come responsabilità sappiamo da che parte stare.

Come procede il confronto con le forze politiche sulle oltre 120 proposte del Libro verde?

Molto bene: leader di ogni latitudine dell’arco parlamentare, istituzioni e parti sociali, ci ascoltano. Proposte concrete: una Start tax che alleggerisca il fisco dei giovani neoassunti, la formazione come diritto soggettivo, un fondo garantito che porti il risparmio privato nell’economia reale. L’ambizione è farne un Libro bianco: scelte di sviluppo partecipate dalla società. Non saremo gelosi se la politica farà sue alcune nostre idee già in manovra.

Con le imprese, intanto, state trattando su rappresentanza e contratti. L’accordo è vicino o ci sono ostacoli?

Sulla misurazione della rappresentanza, anche datoriale, c’è convergenza; stiamo definendo assetti contrattuali, Tem e Tec. Sui salari resta molto da lavorare. L’ultimo incontro ha segnato una battuta d’arresto, speriamo temporanea: le controparti faticano a capire che garantire il potere d’acquisto è dignità del lavoro e una scossa a produttività, domanda interna e Pil. Per noi l’accordo si fa su tutto, e tutto si tiene: salari, contrasto ai contratti pirata, partecipazione, diritto alla formazione, sicurezza, contrattazione decentrata. Sono imprescindibili l’adeguamento all’inflazione in vigenza di contratto, affidato ai Ccnl e senza scala mobile, un’equa distribuzione della produttività con la contrattazione di prossimità e un accordo quadro sugli appalti. Se le imprese faranno la loro parte, il Patto sociale avrà il suo primo capitolo: un accordo fondativo, come il Protocollo Ciampi, anche per le sfide della demografia e dell’IA.

Se i salari sono bassi, è «colpa» anche dei sindacati? Troppo «responsabili» o «deboli»?

Responsabili, e lo rivendico. La contrattazione ha fatto la sua parte: per dieci trimestri i contratti hanno battuto l’inflazione, finché in primavera la fiammata energetica ha invertito la tendenza. Il nodo viene da lontano: per decenni si è trascurato il legame tra salari e produttività. Dopo gli accordi del 1993 la concertazione è stata archiviata, mortificando contrattazione decentrata e partecipazione. Risultato: in trent’anni la produttività è rimasta al palo, e i salari con lei. Le colpe sono di tutti. I governi hanno smesso di concertare la politica dei redditi e il Paese ha perso Pil. Molte imprese, illuse di vivere comprimendo il costo del lavoro, hanno perso competitività. Una parte del sindacato ha raccontato strumentalmente la concertazione come fine del conflitto e compromissione corporativa. Ora serve un accordo triangolare tra governo, imprese e sindacato per recuperare il tempo perduto e tornare a crescere, con salari e produttività più alti.

Le piazze della protesta non le guida il sindacato. Avete perso rappresentanza o siete tornati al vostro mestiere?

Il nostro mestiere non l’abbiamo mai lasciato. La rappresentanza si misura con la fiducia: siamo oltre quattro milioni e in cinque anni abbiamo guadagnato quasi 214 mila iscritti tra i lavoratori, il 30 per cento con meno di 35 anni. Inseguire la protesta permanente non dà risposte alle famiglie. Il sindacato sta dove si decidono diritti e salari: affonda le mani nei problemi delle persone e porta la testa ai tavoli.

Ma quale giudizio date dei fatti di Milano dello scorso fine settimana?

Condanna senza ambiguità per una violenza che colpisce chi lavora e toglie la parola a chi manifesta pacificamente. I responsabili vanno individuati e devono pagare i danni, senza che la politica ne faccia propaganda. Un dato però deve interrogarci: dei 271 ragazzi portati in questura, quattro su cinque erano minorenni. Accanto a loro, tanti giovani manifestano civilmente, anche con toni aspri, contro scuole che cadono a pezzi, affitti impossibili, lavori poveri e precari. Non vanno confusi con i vandali, vanno ascoltati. Serve investire in scuola, casa e lavoro dignitoso, e il sindacato deve costruire con loro, senza paternalismi, risposte concrete. Cavalcarne la rabbia sarebbe l’errore più grave.


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