#Finsubito news – L’incertezza del dopo Pnrr – ItaliaOggi.it


«L’80 per cento delle nostre imprese è preoccupata per il post-Pnrr, in assenza di politiche e programmi di sostegno. Non si tratta di replicare il Piano ma di non disperdere ciò che ha messo in moto. Dobbiamo passare da una stagione straordinaria di investimenti a una capacità strutturale del Paese di investire. Ora è necessario un maggiore coinvolgimento dei capitali privati ma, per attrarli, servono condizioni stabili, tempi certi e una prospettiva che guardi oltre l’orizzonte di breve periodo. Inoltre le risorse pubbliche vanno concentrare sulle infrastrutture strategiche e sulle tecnologie in grado di aumentare produttività e competitività».

Vincenzo de Martino è un imprenditore campano, presidente di Anie-Confindustria, 1.100 imprese associate (con 490mila dipendenti) nei settori dell’elettronica, elettrotecnica e general contractor industriali. Il fatturato aggregato è 118 miliardi.

Domanda. Il Pnrr è un esempio da seguire?
Risposta.
Sì, nella capacità di definire priorità, risorse, obiettivi e tempi all’interno di una programmazione pluriennale. È un metodo che dovrebbe restare. Per le nostre imprese l’impatto è stato importante: otto su dieci hanno partecipato a progetti o gare collegate al Piano. Però ci sono stati anche limiti: burocrazia, tempi autorizzativi infiniti, difficoltà nel reperire competenze. Quindi del Pnrr conserverei la capacità di programmare e misurare, cercando però di rendere molto più semplice e veloce l’attuazione.

D. Quali caratteristiche dovrebbe avere la politica industriale?

R. Innanzitutto dovrebbe essere stabile. L’industria non può programmare investimenti se gli strumenti cambiano continuamente. Occorre un orizzonte pluriennale, coerente tra politica energetica, infrastrutturale, digitale e industriale. La seconda caratteristica è la selettività: l’Europa e l’Italia devono decidere quali filiere tecnologiche considerano essenziali per la propria competitività e autonomia industriale. Infine un’efficace politica industriale deve agire contemporaneamente su domanda, offerta e competenze: incentivare gli investimenti tecnologici delle imprese, rafforzare la capacità produttiva e formare le professionalità necessarie. Non basta utilizzare tecnologia: dobbiamo continuare anche a progettarla e produrla in Italia e in Europa.

D. Quale impatto hanno le crisi geopolitiche?

R. Preoccupano perché l’incertezza geopolitica è ormai una variabile strutturale per le imprese. Incide sui costi energetici, sulle catene di fornitura, sulle materie prime e sulle decisioni di investimento. E per un’industria fortemente internazionalizzata come la nostra è inevitabilmente un elemento da tenere sotto osservazione. I dati, tuttavia, mostrano una notevole capacità di adattamento delle imprese associate: nel primo semestre 2026 il fatturato è cresciuto del 9% e l’export di oltre il 10% in Nord America, Medio Oriente e Nord Africa. Sta quindi cambiando anche la geografia dei mercati. In uno scenario più frammentato, diversificare le destinazioni dell’export e rendere più resilienti le catene di fornitura diventa una componente della competitività.

D. In che modo recuperare il terreno perduto sull’adeguamento delle infrastrutture?

R. Col Pnrr abbiamo accelerato sulle ferrovie, sulle reti energetiche, sulla connettività e sulla digitalizzazione, ma il lavoro non può considerarsi concluso. Ora serve una programmazione infrastrutturale permanente, che superi la logica dell’emergenza e comprenda anche manutenzione e ammodernamento dell’esistente. Le nuove tecnologie sono in grado di rendere le infrastrutture più efficienti, resilienti e capaci di sostenere la crescita. La sfida è evitare che l’accelerazione impressa dal Pnrr si interrompa nel momento in cui occorre consolidarla.

D. Lacci e lacciuoli frenano la crescita?

R. Il 52% delle nostre imprese, secondo una ricerca Anie-Teha, indica l’eccesso di burocrazia come principale elemento di complessità, seguono la carenza di personale qualificato e i tempi delle autorizzazioni. Ma semplificare non significa abbassare le tutele bensì avere regole chiare, procedure proporzionate, tempi certi e responsabilità definite. A questo aggiungerei un altro elemento: la discontinuità normativa. Per un’impresa il continuo cambiamento delle regole rappresenta un costo. Poi vi è un problema di coerenza. Le politiche industriali e gli obiettivi che il Paese si dà, richiedono coerenza tra gli indirizzi assunti a livello nazionale, le relative norme di attuazione e le decisioni che vengono prese sul territorio. Non possiamo chiedere alle imprese di investire e assumersi responsabilità di lungo periodo se poi, nella fase di attuazione, gli stessi obiettivi, penso ad esempio alla transizione energetica, vengono rimessi in discussione o incontrano orientamenti contraddittori.

D. Come giudica la legge che sblocca il nucleare?

R. Rappresenta l’apertura di un percorso. Sarà fondamentale vedere come verrà costruito concretamente il nuovo quadro regolatorio. E’ importante che il Paese valuti tutte le tecnologie che possono contribuire contemporaneamente a decarbonizzazione, sicurezza energetica e competitività del sistema industriale. Il nucleare non va quindi contrapposto alle altre tecnologie della transizione, ma valutato all’interno di un mix energetico capace di garantire al Paese energia sicura, sostenibile e competitiva.

D. Cosa cambierà con l’avvento dell’IA?

R. La convergenza tra automazione, digitalizzazione, IA ed efficienza energetica sta già trasformando il nostro settore. Vi è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi industriali ma essa ha bisogno di infrastrutture fisiche e tecnologiche che le nostre imprese sono in grado di realizzare.

D. Dal suo punto d’osservazione il sistema imprenditoriale italiano a che livello è sul piano dell’automazione, della digitalizzazione e dell’IA?

R. L’Italia ha compiuto progressi significativi ma il quadro rimane molto eterogeneo, soprattutto tra grandi imprese e PMI. Sull’automazione abbiamo competenze e filiere di eccellenza. Il passaggio che dobbiamo accelerare riguarda l’integrazione tra automazione, dati e intelligenza artificiale. L’IA può rappresentare una grande opportunità per un Paese manifatturiero come il nostro, perché consente di aumentare produttività, qualità e flessibilità dei processi.

D. Come finirà il 2026 per il comparto?

R. Guardiamo al 2026 con prudenza, ma con segnali complessivamente positivi, anche se variegati. Sarà importante capire quale prospettiva riusciremo a costruire per il 2027: il vero banco di prova sarà evitare che alla conclusione del Pnrr corrisponda una brusca discontinuità degli investimenti.


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