Hollywood ha perso il monopolio del sogno: così la costruzione dell’immaginario è diventata multipolare


Per decenni Hollywood ha avuto un ruolo quasi esclusivo nel definire eroi, valori e modelli culturali. Oggi quel potere è molto più distribuito a livello globale e non è più solo nelle mani dell’industria cinematografica

Per quasi un secolo Hollywood non è stata soltanto una fabbrica di film. È stata una fabbrica di sogni, simboli e modelli culturali. Da Los Angeles sono arrivati i protagonisti che hanno definito il concetto di eroe, le storie che hanno raccontato il bene e il male, i personaggi diventati icone globali. Il cinema americano ha rappresentato per decenni forse il più potente strumento di influenza culturale degli Stati Uniti, capace di esportare nel mondo intero uno stile di vita e una precisa idea di società.

Hollywood non ha più l’esclusiva

Oggi quel dominio non è scomparso, ma non è più incontestabile. La grande macchina hollywoodiana continua a produrre successi e a muovere miliardi, ma il suo ruolo di unica fabbrica dell’immaginario globale appare ridimensionato. Nuovi protagonisti sono entrati in scena: il cinema asiatico, le piattaforme streaming, i videogiochi, gli anime e una nuova generazione di creatori digitali che hanno cambiato il modo in cui milioni di giovani scoprono storie e costruiscono i propri riferimenti culturali.

Il punto, quindi, non è soltanto economico. È soprattutto culturale: per la prima volta dopo decenni, Hollywood non è più l’unico luogo da cui arrivano le narrazioni capaci di influenzare il mondo.

La crisi del modello dei grandi franchise

Uno dei segnali più evidenti arriva proprio dal cuore dell’industria americana. Negli ultimi anni il modello basato sui grandi marchi, sui sequel e sugli universi cinematografici condivisi ha mostrato alcuni limiti.

Per molto tempo bastava il nome di un franchise per trasformare un film in un evento globale. Il marchio sembrava essere una garanzia sufficiente per portare milioni di persone nelle sale. Questo meccanismo, ad essere onesti, ha funzionato soprattutto con i grandi universi dei supereroi; ma negli ultimi anni una buona parte del pubblico ha iniziato a mostrare una certa stanchezza.

La parabola dell’universo Marvel

Il caso più evidente è quello dell’universo Marvel. Dopo una fase di dominio assoluto, con pellicole capaci di diventare fenomeni planetari, la macchina ha iniziato a rallentare. L’aumento delle produzioni tra cinema e piattaforme streaming, la difficoltà nel creare nuovi personaggi altrettanto amati e una percezione di ripetitività hanno indebolito un marchio che per anni è sembrato essere irraggiungibile.

La questione non riguarda dunque solo e semplicemente la qualità tecnica dei prodotti, ma il rapporto tra industria e pubblico. Una parte degli spettatori ha iniziato a chiedere meno formule prestabilite e più storie capaci di coinvolgere, emozionare e lasciare un segno.

Disney e lo scontro sull’identità

Ancora più significativo è il caso Disney, probabilmente il marchio che più di ogni altro ha contribuito a costruire l’immaginario occidentale contemporaneo.

Per generazioni i suoi film sono stati associati a personaggi universali e a storie capaci di parlare a pubblici diversi per età e cultura. Negli ultimi anni, però, anche la compagnia di Burbank è finita al centro di un acceso dibattito.

Alcune scelte narrative e alcune reinterpretazioni di personaggi storici hanno diviso il pubblico. Una parte degli spettatori ha accusato la compagnia di privilegiare temi legati alla rappresentazione e all’identità rispetto alla costruzione di racconti capaci di unire un pubblico trasversale. Dall’altra parte, Disney ha rivendicato la volontà di raccontare una società «più complessa e inclusiva».

Al di là delle posizioni contrapposte, il dato interessante è che per la prima volta il pubblico non accetta più passivamente le scelte dei grandi marchi culturali. Ogni decisione diventa oggetto di discussione, critica e confronto.

Netflix ha aperto la porta al mondo

Il paradosso è che proprio una società americana ha contribuito a ridurre il monopolio culturale di Hollywood. Netflix ha infatti stravolto e rivoluzionato il modo di consumare intrattenimento, trasformando lo spettatore in un utente globale con accesso immediato a produzioni provenienti da ogni angolo del pianeta. La piattaforma non ha soltanto cambiato il modello televisivo: ha modificato la geografia dell’immaginario.

Serie e film che in passato sarebbero rimasti confinati ai mercati nazionali sono diventati fenomeni mondiali. Il successo di Squid Game ha per esempio dimostrato che una produzione sudcoreana poteva conquistare milioni di spettatori senza passare necessariamente dai codici narrativi americani.

Lo stesso vale per l’espansione degli anime giapponesi, che da fenomeno considerato di nicchia sono diventati una componente centrale della cultura pop globale. Opere come One Piece e altre grandi produzioni dell’animazione orientale hanno conquistato soprattutto le nuove generazioni, proponendo storie fondate su elementi come sacrificio, legami, onore e appartenenza.

Il nuovo rivale di Hollywood non è solo il cinema

La vera sfida per Hollywood, però, non arriva soltanto da altri Paesi. Arriva da forme di intrattenimento completamente nuove.

È il caso dei videogiochi, che sono ormai uno dei principali strumenti attraverso cui milioni di giovani vivono storie e costruiscono il proprio immaginario. Titoli come Elden Ring o Red Dead Redemption 2, giusto per citarne qualcuno, hanno dimostrato che un videogioco può raggiungere una profondità narrativa paragonabile a quella cinematografica.
La differenza fondamentale è che qui il giocatore non è più soltanto spettatore: diventa protagonista. Questo coinvolgimento diretto rende il medium particolarmente potente per le nuove generazioni.

Anche podcast, creator digitali e piattaforme indipendenti hanno sottratto spazio ai media tradizionali. Sempre più giovani cercano infatti figure capaci di parlare direttamente al pubblico, senza il filtro delle grandi strutture dell’intrattenimento.

La battaglia per il controllo delle storie

Dietro questa trasformazione c’è una questione più profonda: chi controlla le storie controlla una parte dell’immaginario collettivo.

Per decenni Hollywood ha avuto un ruolo quasi esclusivo nel definire eroi, valori e modelli culturali. Oggi quel potere è molto più distribuito. Il mondo non guarda più soltanto verso Los Angeles, ma anche verso Tokyo, Seul, studi indipendenti, software house e comunità online.

L’intrattenimento come terreno di scontro ideologico

Una parte del pubblico occidentale accusa le grandi aziende dell’intrattenimento di aver trasformato alcuni prodotti in strumenti di battaglie culturali, inserendo sempre più spesso temi identitari e sociali all’interno delle narrazioni. Le aziende, dal canto loro, rivendicano il diritto di raccontare una società in evoluzione e di ampliare la rappresentazione nei propri prodotti.

Al di là dello scontro ideologico, una cosa appare evidente: il pubblico è diventato più esigente. Non basta più un grande nome per garantire successo. Le persone vogliono storie capaci di appassionare, personaggi memorabili e universi in cui riconoscersi.

La fine del monopolio del sogno

Hollywood, sia chiaro, non è morta. Ma ha perso qualcosa che per decenni sembrava indiscutibile: il monopolio del sogno. La nuova battaglia culturale del XXI secolo non si combatte soltanto nei cinema di Los Angeles, ma ovunque nascano storie capaci di conquistare milioni di persone. E oggi, per la prima volta dopo molto tempo, quelle storie arrivano da molti luoghi diversi.


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 Alessandro Palomba

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