Con la morte di Bonnie Tyler perdiamo un’icona assoluta degli anni ’80: ora è davvero eclissi


Bonnie era il simbolo di un’epoca in cui la musica si faceva ancora con il cuore e con corde vocali consumate dai palchi, una poetessa del rock figlia della classe operaia britannica. Con la sua scomparsa anche per noi adesso è “Total Eclipse of the Heart”

Con la scomparsa di Bonnie Tyler se n’è andato l’ennesimo faro di un’epoca in cui la musica si faceva ancora con il cuore e con corde vocali consumate dai palchi. E il Galles ha perso un altro pezzo della sua anima più pura, un’altra leonessa di stirpe celtica.

Addio a Bonnie Tyler, icona assoluta degli anni ’80

Bonnie Tyler si è spenta nella notte dell’8 luglio, in un letto d’ospedale in Portogallo dove si trovava ricoverata. La notizia è arrivata a poco più di un anno dalla scomparsa di Mike Peters, il leader dei The Alarm che con la sua fiera appartenenza aveva incarnato la resistenza culturale di una terra di poeti, miniere e leggende.

Si è spenta lasciando un vuoto che sa di malinconia profonda. E quella Total Eclipse of the Heart, quell’eclissi totale del cuore che lei cantava con disperata potenza nel 1983, oggi non è più solo il racconto di un amore finito: è ciò che proviamo noi, orfani della sua luce. È il buio che avvolge la scomparsa di un’icona assoluta degli anni ’80, di quel timbro inconfondibile, graffiante e roco, ferito e potente, che sembrava scaturire direttamente dalle viscere della classe operaia britannica.

La poetessa rock figlia della classe operaia

Nata Gaynor Hopkins, figlia di un minatore, Bonnie Tyler ha dimostrato come la determinazione potesse trasformare un problema alle corde vocali in un marchio di fabbrica leggendario, un’impronta di autenticità in un decennio dominato dai sintetizzatori. Se Mike Peters ha rappresentato il grido di battaglia del post-punk gallese, Bonnie Tyler è stata la regina di quel romanticismo epico, titanico e disperato che ha fatto battere il cuore di una generazione.

La sua non era la perfezione algida dei computer, ma carne, sangue e passione. Una scarica di adrenalina pura quando invocava un eroe nella notte, o una carezza ruvida quando cantava la disillusione. Ha dato voce a chi si sentiva perso, trasformando la malinconia in un coro da cantare a squarciagola. E la sua eredità rimarrà per sempre scolpita nei versi delle sue canzoni più grandi, poesie rock capaci di sfidare il tempo.

Il ricordo di Suzi Quatro: «Il pubblico la porterà sempre nel cuore»

A piangere la scomparsa di Bonnie è anche chi con lei ha diviso la prima linea di una trincea musicale complessa ed entusiasmante. In un commosso video-ricordo affidato ai microfoni di RaiNews, la leggendaria pioniera del rock al femminile Suzi Quatro ha voluto rendere omaggio all’amica di una vita con parole cariche di gratitudine e profonda commozione, fotografando l’impatto eterno della sua scomparsa.

«Bonnie aveva un dono raro: riusciva a toccare le corde più profonde dell’anima di chiunque la ascoltasse. Abbiamo condiviso palchi, epoche e la stessa identica dedizione per un rock autentico, senza filtri. Era una donna generosa, una forza della natura con cui era impossibile non ridere. Oggi proviamo tutti un dolore immenso per la perdita di un’artista straordinaria e di un’amica insostituibile, ma una cosa è certa: la sua musica non svanirà e il pubblico la porterà sempre nel cuore».

Una dichiarazione sincera che unisce idealmente due regine che hanno saputo imporre la propria unicità a colpi di grinta, scardinando ogni cliché dell’industria discografica dell’epoca.

Il manifesto del romanticismo cosmico: Total Eclipse of the Heart

Il punto di svolta della sua carriera rimarrà quel capolavoro monumentale nato dal sodalizio con il genio di Jim Steinman nel 1983. Una cavalcata orchestrale in cui la voce di Bonnie si faceva specchio di una solitudine universale, prima di esplodere in una dichiarazione d’amore totale e travolgente. Un brano che ha ridefinito il concetto stesso di power-ballad, unendo il lirismo wagneriano alla rabbia del rock più autentico.

C’era una volta un tempo in cui ci si innamorava, e poi ci si ritrovava a cadere a pezzi, impotenti di fronte al buio. Diventa impossibile dimenticare la devastante malinconia impressa in quei versi:

«Turn around, every now and then I get a little bit lonely And you’re never coming round Turn around, every now and then I get a little bit tired Of listening to the sound of my tears…».

«Voltati, ogni tanto mi sento un po’ sola e tu non vieni mai nei paraggi. Voltati, ogni tanto mi sento un po’ stanca di ascoltare il suono delle mie lacrime…

«Once upon a time I was falling in love Now I’m only falling apart There’s nothing I can do A total eclipse of the heart»

«C’era una volta un tempo in cui mi stavo innamorando, ora invece sto solo cadendo a pezzi. Non c’è nulla che io possa fare, un’eclissi totale del cuore».

L’inno dei sognatori e il graffio delle origini

Subito dopo l’eclissi, arrivò la carica di Holding Out for a Hero (1984), prestata alla colonna sonora di Footloose. Non una semplice canzone pop, ma un inno d’altri tempi, una ricerca disperata di figure mitiche, cavalieri e dèi in un mondo moderno che sembrava aver smarrito l’eroismo. La sua voce si faceva epica, cavalcando un ritmo ossessivo per gridare al mondo:

«Where’ve all the good men gone And where are all the gods? Where’s the streetwise Hercules To fight the rising odds?».

«Dove sono finiti tutti gli uomini d’un pezzo? E dove sono tutti gli dèi? Dov’è l’Ercole della strada per combattere le avversità crescenti?»

«I’m holding out for a hero ‘til the end of the night He’s gotta be strong, and he’s gotta be fast And he’s gotta be fresh from the fight».

«Sto aspettando un eroe fino alla fine della notte, deve essere forte, deve essere veloce e deve essere fresco di battaglia».

Ma prima ancora dei trionfi planetari degli anni ’80, c’era stato il brano che aveva rivelato al mondo quel “graffio” unico: It’s a Heartache (1977). La ballata country-rock della consapevolezza, il dolore della disillusione cantato con una mezza pinta di malinconia in mano, in perfetto stile pub gallese. Era il manifesto di chi impara a guardare in faccia la realtà, cantato con una ruvidezza che toglieva il fiato:

«It’s a heartache, nothing but a heartache Hits you when it’s too late, hits you when you’re down… It’s a fool’s game, nothing but a fool’s game Standing in the cold rain, feeling like a clown». 

«È un dolore al cuore, nient’altro che un dolore al cuore, ti colpisce quando è troppo tardi, ti colpisce quando sei a terra… È un gioco da stolti, nient’altro che un gioco da stolti, restare in piedi sotto la pioggia fredda, sentendosi come un clown».

L’ultimo saluto alla leonessa

Oggi che quella luce si è spenta, lasciandoci dentro questa temporanea eclissi, ci piace immaginarla oltre l’oscurità, libera e fiera, mentre ci guarda con lo stesso sguardo magnetico di allora. Ed è proprio con le sue parole, le più belle e senza tempo, che vogliamo salutarla un’ultima volta, come promessa di un’immortalità che nessuna ombra potrà mai oscurare:

«Voltati, occhi luminosi… insieme possiamo resistere fino alla fine della notte. L’eternità comincia stasera».

Buon viaggio, Bonnie.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Elia Cevoli

Source link

Di