Pubblichiamo un editoriale del giurista Massimo Fragassi, esperto di Sistemi dell’agroalimentare e di diritto pubblico comparato
Mia madre, che oggi è in pensione, è contrariata – come tutti – dal carovita e dall’aumento incontrollato dei prezzi.
Quando fa la spesa, realizza che la stessa quantità di denaro utilizzata in passato è adesso insufficiente per acquistare gli stessi beni.
Eppure, dati alla mano, i telegiornali le descrivono una realtà opposta, informando di uno Stato con le casse straordinariamente piene nonostante la pressione fiscale sia rimasta pressoché invariata.
Ora, se le tasse non sono aumentate e al contempo lo Stato è più ricco perché le famiglie italiane sono oggi mediamente più povere?
Tutto ruota intorno al peso dell’inflazione sul portafoglio delle famiglie.
L’inflazione è quel fenomeno per cui ad ammontare invariato del nostro stipendio o della nostra pensione, a causa dell’aumento dei prezzi, si riduce la quantità di beni che con esso possiamo acquistare.
I fattori più importanti che, insieme all’inflazione, determinano il paradosso di cui parliamo sono sostanzialmente quattro.
Lo “svuota – aumenti” dei salari (Fiscal Drag)
Quando i prezzi nei negozi aumentano, l’importo delle pensioni e dei salari viene di norma adeguato all’inflazione: in pratica, il Datore di lavoro – sia esso pubblico o privato – aggiunge qualche euro in più sulla busta paga del dipendente e, correlativamente, lo Stato aumenta in proporzione le pensioni.
Attenzione, però: questo aumento è solo illusorio, perché serve esclusivamente a inseguire i prezzi al supermercato e non a rendere mia madre più ricca.
Il problema è che sul reddito dei pensionati e dei lavoratori grava una specifica imposta, l’Irpef, il cui ammontare è determinato da tre scaglioni fissi – 23%, 33% e 43% – che si applicano a seconda del quantum dichiarato.
Per cui, con specifico riferimento a un numero apprezzabile di contribuenti del ceto medio, adeguando la pensione o il salario all’inflazione aumenta il reddito e si passa nello scaglione successivo, talché quell’incremento è automaticamente assorbito da una tassazione più alta.
In altri termini, a causa del passaggio all’aliquota d’imposta superiore, lo Stato guadagna una fetta di tasse più grande ma il portafoglio delle famiglie compra l’equivalente di prima.
Proprio questo meccanismo – insieme all’incremento di occupati, per lo più precari – ha contribuito in modo significativo all’aumento del gettito IRPEF nel 2026, balzato del 16,7% rispetto ai precedenti dati del 2021.
L’Iva mangia-stipendi
L’Iva (ossia, l’imposta sul valore aggiunto) è una “tassa fantasma” che il cittadino paga su ogni bene acquistato: più aumenta il costo del bene – ad esempio, la benzina – più è alto l’ammontare dell’Iva.
Se il prezzo del pane, del latte o delle bollette raddoppia a causa dell’inflazione, raddoppia anche il valore assoluto dell’Iva che lo Stato incassa su quel singolo prodotto, talché più aumenta l’inflazione, più lo Stato si arricchisce, a discapito della perdita del potere di acquisto delle famiglie.
Questo meccanismo, ingenerato dall’aumento dei prezzi delle materie prime, è alla base dell’incremento del gettito dell’Iva nell’anno in corso, aumentato del 26,2% rispetto al 2021.
Su questa percentuale record pesa anche l’approvazione, nella scorsa finanziaria, dell’aumento dell’Iva sui prodotti per l’infanzia e l’igiene femminile, passata dal 5% al 10%, sul prezzo di acquisto di tali beni, nell’intento – secondo il Governo – di destinare il maggior gettito dell’Iva al taglio dell’Irpef sui redditi da lavoro e sulle pensioni.
In pratica, con una mano lo Stato dà, con l’altra mano toglie.
Oligopoli e Ires: la trappola perfetta
Ci sono beni e servizi di cui non possiamo fare a meno – come l’uso del carburante, le bollette della luce o i conti in banca – i quali, benché soddisfino bisogni primari, sono gestiti da pochissime grandi aziende, di solito private (i cd. Oligopoli)..
È vero che, nel 2026, a causa dell’aumento dell’inflazione, questi colossi hanno pagato in percentuale un ammontare più alto di tasse societarie (l’Ires), con un gettito aumentato del 2,8% rispetto al 2021, ma questi più alti introiti per le casse dello Stato derivano per la maggior parte proprio dai bilanci familiari, su cui quei costi vengono completamente scaricati.
Infatti, avendo il controllo totale del mercato, a queste aziende è sufficiente aumentare le tariffe e i prezzi dei servizi offerti, pur senza una ragionevole spiegazione, per far pagare il conto finale direttamente ai clienti, con buona pace della tutela delle famiglie e dei consumatori.
Più occupati, ma stipendi fermi
Nel secondo trimestre del 2026 la percentuale di occupati è aumentata su base annua dello 0,8%, pari a circa 200.000 lavoratori in più, raggiungendo la cifra record del 63,1% della popolazione attiva.
In pratica, più persone lavorano, più persone pagano le tasse, aumentando in tal modo il gettito fiscale verso lo Stato.
Tuttavia, da un lato, i nuovi contratti sono per la maggior parte precari e a tempo determinato, dall’altro, a causa dell’aumento dell’inflazione, i salari reali restano fermi mentre il costo della vita irrimediabilmente sale.
Di conseguenza, benché il benessere collettivo rimanga sostanzialmente invariato, lo Stato incassa di più in ragione delle imposte riscosse sulle nuove buste paga.
Conclusioni
Per tutelare i bilanci familiari dall’aumento incontrollato dei prezzi servono riforme economiche strutturali capaci di disinnescare l’effetto regressivo dell’inflazione e ridistribuire equamente la ricchezza.
In altri termini, servono scelte coerenti e coraggiose, avulse da pressioni lobbiste e da conflitti di interesse più o meno occulti, che siano realmente idonei a sostenere il reddito di pensionati e lavoratori e a redistribuire la ricchezza in favore delle famiglie.
Tra queste, ad esempio, l’adeguamento degli scaglioni IRPEF all’aumento dell’inflazione, il taglio strutturale dell’IVA su energia e beni di prima necessità, un prelievo percentuale sugli extraprofitti delle aziende che operano in regime di oligopolio per finanziare sgravi IRPEF e sussidi familiari.
Misure di buon senso, insomma, realistiche e concrete, che abbiano un effetto immediato sul carrello della spesa e che diano alle famiglie una copertura solida e strutturale dai rovesci dell’inflazione.
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