Il pubblico composito convenuto in Sala Cremonesi il 31 ottobre 2026, per ascoltare Pietro Martini su invito dell’Araldo (Mario Cassi) e del Touring Club (Anna Maria Messaggi), con la presenza di Ilaria Chiodo del Consiglio comunale a nome dell’amministrazione cittadina, sa bene che cosa lo aspetta. O magari non si aspetta quella che sarebbe riduttivo definire una lectio magistralis.
Uno storico di tutto rispetto
L’argomento è quello del libro Il governo provvisorio di Lombardia (marzo-agosto 1848), pubblicato da Leva nel 2011, e riproposto per coloro che allora non ne fossero venuti a conoscenza. L’autore, grazie a questo appuntamento, si iscrive nel novero dei più noti storici italiani contemporanei: Franco Cardini, Alessandro Barbero, Sergio Luzzatto, Giordano Bruno Guerri e altri meno noti al grande pubblico perché non gratificati dal passaggio televisivo. Alcuni viziati da preconcetti ideologici non dichiarati, altri più portati per la divulgazione, altri ancora veri e propri romanzieri della storia. La categoria di Martini si avvicina al genere drammatizzazione storica: una narrazione che non è storytelling, dove la favola può talora trovare spazio, ma è piuttosto un insieme di fonti attendibili e conoscenze specifiche nei diversi ambiti della politica, della diplomazia, della letteratura e dell’arte militare, corredato da ricerche bibliografico-archivistiche e appropriata documentazione.
Storia e psicologia
Martini racconta con la disinvoltura tipica di chi nutre un’autentica passione per la materia, intrecciando la storia d’Europa con quella dell’Italia non ancora unita, e intercalando nelle spiegazioni alcuni retroscena che gettano luce dietro le quinte del palcoscenico. Scopriamo allora moventi e scelte di persone legate alle radici cremasche di molti ascoltatori, giochi di potere di un’aristocrazia milanese più incline al mercanteggiare che alla chiamata alle armi, antecedenti e conseguenze di prese di posizione, declino di carriere appena abbozzate, opportunismo di alcuni, abilità strategiche di altri. Il tutto come in un dramma in cui nomi e cognomi dei protagonisti sfilano davanti a noi come nei titoli di coda di un film, grazie alla prodigiosa mirandolesca memoria di Martini.
Succede un Quarantotto
Si tratta del Risorgimento, e di quelle vicende solitamente associate alle Cinque giornate di Milano, che un tempo si definivano “Prima guerra di Indipendenza”. Oggi, nel tormentato passaggio scolastico dalla riforma gentiliana alle rappezzature gelminiane, non vengono più chiamate con quel nome. È vero che, prima di quelle giornate, c’erano state insurrezioni sia in Europa che in Italia, come quelle represse nel 1820-21 in Spagna e Portogallo, e i moti carbonari di Napoli e Sicilia, e mazziniani nell’Alta Italia, nonché, dieci anni più tardi, nuovi moti liberali, tutti finiti nel peggiore dei modi. Si deve attendere il famoso 1848 per veder esplodere una serie di eventi concomitanti tali da far assurgere quell’anno a figura retorica di caos e disordine per antonomasia. Ma proprio da lì trae origine un percorso destinato a confluire nelle guerre risorgimentali che condurranno all’unità d’Italia.
Repubbliche e Monarchie
Dunque, mentre in Francia la Monarchia di Luigi Filippo d’Orléans cade, e al suo posto nasce la cosiddetta Seconda Repubblica (la Prima era sorta in epoca rivoluzionaria, decaduta con l’incoronazione a imperatore di Napoleone); mentre si verificavano rivolte anche nell’Impero asburgico e in Germania, ecco che nei vari Stati italiani accade qualcosa di nuovo. A Venezia e a Roma si prova ad instaurare la Repubblica, anche se con scarso successo e grande spargimento di sangue. Nel Regno delle due Sicilie Ferdinando II in difficoltà, in gennaio anticipa e sorprende tutti concedendo una timida Costituzione, peraltro ben presto sospesa. In Toscana il Granduca fugge a Gaeta, cedendo il potere a un effimero triumvirato. A Roma anche Pio IX, incalzato dai repubblicani, fugge a Gaeta. In Piemonte Carlo Alberto concede uno Statuto. Perfino il papa concede una Costituzione.
Costituzioni concesse e votate
Tutte queste Costituzioni sono “graziosamente concesse” da sovrani che ancora si illudono di ripetere il proprio potere da Dio stesso. Ma l’unico a sopravvivere sarà lo Statuto albertino, esteso nel 1861 a tutto il Regno d’Italia, e sostituito soltanto il primo gennaio 1948 dalla Costituzione della Repubblica italiana, quando le costituzioni saranno “votate”, anziché octroyées (concesse). Nella divisione in stati, principati, regni, ducati e granducati, l’esercito piemontese rappresentava il più organizzato e meglio equipaggiato. Si comprende dunque perché i milanesi, dalle barricate per le strade, chiamarono quello in soccorso contro gli Austriaci.
Il lavoro del Governo Provvisorio
Le vicende militari e diplomatiche si susseguono incalzanti. Carlo Alberto varca il Ticino, Radetzky si ritira nel quadrilatero, a Milano nasce il Governo Provvisorio di Lombardia che chiama a partecipare anche le altre province, compresa quella di Lodi-Crema. Martini fa notare che quel Governo provvide tra l’altro ad approntare una legge elettorale per l’Assemblea costituente davvero avanzata, che prevedeva il suffragio universale (sia pure maschile soltanto) e un lavoro “improntato al generale senso di responsabilità ed all’impegno comune” (p. 226). Purtroppo la guerra sappiamo come va a finire: dopo le vittorie di Pastrengo e Goito, la disfatta di Custoza, l’armistizio di Salasco, e nel ’49 la sconfitta nella battaglia di Novara e di seguito l’abdicazione di Carlo Alberto in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Le successive guerre saranno affiancate da un intenso lavorio diplomatico, che grazie soprattutto a Cavour consentì all’Italia di “sedersi accanto agli altri Paesi europei”.
Ideologie perdenti e classi sociali
Martini sottolinea come le varie correnti repubblicane e neoguelfe non abbiano sortito alcun successo. Il papa, dopo aver concesso la Costituzione ed aver ingenerato grandi speranze nei neoguelfi giobertiani, nell’allocuzione del 29 aprile finirà col dichiarare di “abbracciare tutti con gesto di paternale amore”, ossia di non potersi schierare con i cattolici italiani contro i fratelli austriaci: in una parola, di restare neutrale. Né il federalismo di Carlo Cattaneo, né l’idea unitaria di Mazzini sembrarono confacenti al tempo. Probabilmente era troppo presto per parlare di Repubblica. Al momento delle Cinque giornate di Milano, le cosiddette Repubbliche sorelle, soprattutto la Francia, si rivelarono inadeguate e inefficaci. Per non parlare della partecipazione delle masse popolari, la cui condizione di sfruttamento veniva denunciata proprio in quel 1848 nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Il Risorgimento, come spesso è stato sottolineato, venne realizzato da liberali aristocratici e medio-alta borghesia. E fra costoro siedono a pieno titolo alcuni cremaschi i cui nomi vengono riferiti nel denso contesto dell’opera. Martini si avvale di una bibliografia di tutto rispetto: 9 pagine, 146 fra testi e documenti. Nella storiografia locale, spicca la tesi di laurea della cremasca Pierangela Bonomi Il Conte Enrico Martini Giovio della Torre nella Storia del Risorgimento (1972). Infine l’autore non manca di illustrare con dovizia di particolari il contributo di ciascuno dei protagonisti della storia.
Lo storico prende posizione
Il professor Silvano Allasia, dopo un’interessante serata del Caffè filosofico, ha scritto sul sito di quest’ultimo (per spiegare meglio il proprio intervento nel corso della serata stessa) che “un approccio filosofico non può esimersi dall’esercitare la critica”. Se questo dovesse valere per un approccio storico, nulla si può obiettare a Pietro Martini il quale, sia nel merito dei fatti che nella loro valutazione, non ha mancato di esprimere con franchezza e decisione, ma anche con leggerezza ironica, la propria posizione storica e politica.
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