#Finsubito news – Notizie Costiera Amalfitana – Surplus, interessi e debito: i conti del professor Malvezzi aggiornati al 2026


«Ci hanno detto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Però un conto è dirlo, un conto è leggerlo». Partiva così, nel febbraio 2021, l’intervento del professor Valerio Malvezzi a «Notizie Oggi Lineasera» su Canale Italia, che Positano TV ha rilanciato questa mattina in un video.

Grafici alla mano, l’economista sosteneva una tesi precisa: dal 2000 al 2020 lo Stato italiano, con una sola eccezione, ha sempre chiuso i conti in avanzo primario, incassando con le tasse più di quanto spendesse per servizi, stipendi, pensioni e investimenti. Quel surplus però non è mai bastato, perché è stato assorbito dagli interessi sul debito, che nello stesso periodo avevano raggiunto una cifra cumulata pari all’intero debito pubblico, circa 2.500 miliardi. Da qui la sua conclusione: «È una scelta politica, la scelta di continuare a pagare gli interessi».

Sulla prima parte del ragionamento i dati ufficiali gli danno ragione. Dai primi anni Novanta fino al 2019 l’Italia ha registrato ogni anno un saldo primario positivo, con la sola eccezione del 2009, l’anno della grande recessione, chiuso con un disavanzo primario dello 0,8% del Pil. È uno dei record meno conosciuti dei conti pubblici europei: pochi Paesi hanno chiesto ai propri cittadini un avanzo così lungo e così costante.

Cosa è successo dopo? Malvezzi parlava quando i conti del 2020, l’anno della pandemia, non erano ancora stati pubblicati, e le serie aggiornate dell’Istat raccontano una storia diversa per il periodo successivo. Nel 2021 il saldo primario è stato negativo per 100,5 miliardi di euro, pari al 5,5% del Pil. Nel 2022 il disavanzo primario è sceso a 79,6 miliardi (4% del Pil) e nel 2023 a 74,2 miliardi (3,5%). Per la prima volta in trent’anni lo Stato ha speso per tre anni consecutivi più di quanto incassava, anche al netto degli interessi. Le cause sono note: i sostegni del dopo-Covid, le misure contro il caro energia e il Superbonus e gli altri bonus edilizi, i cui crediti d’imposta sono stati contabilizzati come spesa negli anni in cui sono maturati. Secondo l’Enea, a fine agosto 2025 le detrazioni legate al solo Superbonus avevano superato i 127 miliardi di euro.

Applicando la legge dei saldi settoriali citata dallo stesso Malvezzi, il quadro si rovescia: se lo Stato va in deficit, il settore privato riceve risorse. Negli anni 2021-2023 una parte consistente di quel disavanzo è finita a famiglie e imprese, in modo più o meno efficiente, sotto forma di ristori, bonus e crediti fiscali.

La parentesi però si è chiusa. Nel 2024 l’Italia è tornata in avanzo primario, con un saldo positivo di 10,6 miliardi (0,5% del Pil), e nel 2025 il surplus è salito a 17,4 miliardi (0,8%), secondo la notifica trasmessa dall’Istat alla Commissione europea il 21 ottobre scorso. Nello stesso 2024 la pressione fiscale è salita al 42,6% del Pil. In altre parole, lo schema descritto dal professore è tornato in vigore: lo Stato incassa più di quanto spende per i cittadini, e la differenza non basta comunque a coprire il conto degli interessi.

A questo punto può comprenderlo anche un bambino, il debito pubblico, così come è calcolato oggi, potrà solo crescere.

È proprio la spesa per interessi il dato che pesa di più nel confronto con il 2021. Nel 2021 lo Stato aveva pagato 63 miliardi. Con il rialzo dei tassi deciso dalla Bce per frenare l’inflazione, la cifra è salita a 81,6 miliardi nel 2022, è scesa a 77,8 nel 2023 ed è risalita a 85,5 miliardi nel 2024 e a 87,2 miliardi nel 2025, pari al 3,8% del Pil. In cinque anni, dal 2021 al 2025, gli italiani hanno pagato 395 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico. Nel biennio 2024-2025, quello del ritorno all’avanzo, il surplus primario complessivo è stato di 28 miliardi, mentre gli interessi hanno superato i 172 miliardi: il «risparmio» chiesto ai cittadini ha coperto appena un sesto della spesa per interessi. Il resto è diventato nuovo deficit, che nel 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, abbastanza da lasciare l’Italia nella procedura europea per disavanzo eccessivo.

E il debito? Malvezzi parlava di circa 2.500 miliardi accumulati fino al 2020. A fine 2021 il debito delle amministrazioni pubbliche era di 2.686,7 miliardi, a fine 2025 di 3.097,1 miliardi. L’ultimo aggiornamento della Banca d’Italia, diffuso il 15 ottobre, lo colloca a 3.200,85 miliardi ad agosto 2026, dopo il record di 3.207 miliardi toccato a giugno. In meno di cinque anni il debito è cresciuto di oltre 500 miliardi. In rapporto al Pil il quadro è meno drammatico, perché l’inflazione ha gonfiato il prodotto interno lordo nominale: dal 145,8% del 2021 si è scesi al 134% del 2023, ma il rapporto è tornato a salire, fino al 136,7% del 2025, anche per l’effetto di cassa dei crediti del Superbonus che continuano a scaricarsi sui conti.

Attualizzato ai giorni nostri, il ragionamento di Malvezzi va quindi corretto in un punto e confermato in un altro. Va corretto perché dal 2020 al 2023 l’Italia non ha fatto surplus: ha fatto, e molto, deficit primario, e una parte di quelle risorse è arrivata al settore privato. Resta però intatta la sostanza della sua denuncia: il ritorno all’avanzo primario degli ultimi due anni non riduce il debito, perché viene interamente assorbito da una spesa per interessi che oggi supera gli 87 miliardi l’anno, più di quanto lo Stato spenda per molte delle sue funzioni essenziali.

Resta da capire come il Paese sia finito dentro questo circolo vizioso. Malvezzi e gli economisti critici della moneta unica indicano alcune tappe precise, e la prima coincide con l’inizio del grafico mostrato in trasmissione. Nel luglio 1981, con uno scambio di lettere tra il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi, la Banca d’Italia smise di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti alle aste: il cosiddetto «divorzio» tra Tesoro e banca centrale. Da allora il costo del debito è stato fissato sempre più dai mercati, e il debito pubblico è passato dal 58% del Pil del 1981 al 120% del 1994. Gli studi dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica ricordano che in quegli anni a far crescere il debito furono soprattutto i disavanzi primari, in media del 3% del Pil, ma è da quella scelta che lo Stato ha perso la possibilità di finanziarsi a condizioni decise in casa propria.

Il secondo passaggio riguarda la stessa Banca d’Italia. Più che di una privatizzazione in senso stretto si tratta di un assetto che risale alla legge bancaria del 1936: l’istituto resta un ente di diritto pubblico, ma il suo capitale è detenuto da banche, assicurazioni ed enti previdenziali. Nel 2013 il decreto «Imu-Bankitalia» ha rivalutato quel capitale da 156 mila euro a 7,5 miliardi, con un tetto del 3% per ciascun partecipante e dividendi fino al 6%, una scelta che i critici definirono un regalo al sistema bancario. Soprattutto, dal 1999 la politica monetaria non si decide più a Palazzo Koch ma a Francoforte, nel consiglio della Bce. È questa, per i sostenitori della sovranità monetaria, la vera perdita: un Paese che non controlla la propria moneta non può né svalutare per difendere le esportazioni né contare su una banca centrale che faccia da garante di ultima istanza del proprio debito.

Il terzo fattore è la deindustrializzazione. Secondo l’Istat la produzione industriale italiana è calata del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e di un ulteriore 0,2% nel 2025, il terzo anno consecutivo con il segno meno, con il tessile, l’abbigliamento e i mezzi di trasporto tra i settori più colpiti. Senza la possibilità di svalutare, la manifattura italiana ha dovuto reggere la concorrenza dei Paesi a basso costo e di una Germania avvantaggiata da un euro più debole di quanto sarebbe stato il marco. Il memorandum sulla Nuova Via della Seta, firmato nel marzo 2019 con l’obiettivo di aprire il mercato cinese alle imprese italiane, non ha invertito la tendenza: nell’anno successivo le esportazioni verso la Cina sono diminuite mentre le importazioni sono rimaste stabili, e il disavanzo commerciale con Pechino è salito oltre i 18 miliardi di euro. A fine 2023 il governo ha deciso di non rinnovare l’intesa. A tutto questo si aggiunge un europeismo vissuto come vincolo esterno indiscutibile, dal Fiscal Compact al nuovo Patto di stabilità, che impone proprio quegli avanzi primari che, come abbiamo visto, finiscono interamente in interessi.

Esiste allora una strategia per uscire da questo circolo vizioso? Nel video Malvezzi la indicava senza giri di parole: «Dobbiamo uscire dall’Unione europea, dobbiamo avere la sovranità monetaria, dobbiamo essere padroni della nostra moneta». Nella visione dei suoi sostenitori, il ritorno a una moneta nazionale permetterebbe di affidare a una banca centrale di nuovo al servizio del Tesoro il compito di contenere il costo del debito, di liberare risorse oggi destinate agli interessi e di usare il cambio per rendere di nuovo competitive le produzioni italiane. Il secondo pilastro è la reindustrializzazione: tornare a produrre per il consumo interno nei settori strategici, dall’energia alla farmaceutica, dall’agroalimentare alla componentistica, sostituendo una parte delle importazioni e finanziando con investimenti pubblici le filiere che negli ultimi trent’anni sono state delocalizzate.

I critici di questa ricetta sottolineano costi e rischi altrettanto concreti. I trattati non prevedono un’uscita dalla sola moneta unica: per lasciare l’euro bisognerebbe uscire dall’Unione attraverso l’articolo 50, con un negoziato di almeno due anni durante il quale la sola prospettiva della svalutazione rischierebbe di provocare fughe di capitali e corse agli sportelli, come si è visto in Grecia nel 2015 con i controlli sui capitali. Gran parte del debito, emessa sotto legge italiana, potrebbe essere ridenominata nella nuova moneta, ma una svalutazione renderebbe più care l’energia e le materie prime che l’Italia importa quasi per intero, riducendo il potere d’acquisto di salari, pensioni e risparmi. Tra i due estremi c’è chi propone strade intermedie: una moneta fiscale nazionale affiancata all’euro, l’esclusione degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit, una gestione europea del debito accumulato durante le crisi e una politica industriale comune che faccia tornare in Europa le produzioni strategiche.

Su un punto, però, sostenitori e critici dovrebbero convenire. Finché lo Stato chiederà ai cittadini un avanzo primario che copre appena un sesto degli interessi, mentre l’industria continua a perdere terreno, il debito non smetterà di crescere. Per spezzare il circolo serve una crescita superiore al costo del debito, e quella crescita passa inevitabilmente dal ritorno a produrre. Se farlo dentro o fuori dall’euro è, come ripete Malvezzi, una scelta politica: la stessa che da quarant’anni si preferisce non fare apertamente.

Fonti: Istat, notifiche dell’indebitamento netto e del debito delle AP (21 ottobre 2025 e 21 ottobre 2026) e stime sulla produzione industriale 2025; Banca d’Italia, «Finanza pubblica: fabbisogno e debito» (15 ottobre 2026); Enea, monitoraggio Superbonus (31 agosto 2025); Osservatorio sui conti pubblici italiani, Università Cattolica, «Le cause dell’aumento del debito pubblico dal 1970 a oggi»; Pagella Politica su decreto Imu-Bankitalia e interscambio Italia-Cina; intervento di Valerio Malvezzi a «Notizie Oggi Lineasera», Canale Italia, febbraio 2021.


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