#Finsubito news – Figliolia: «Il fallimento del modello della grande industria. Ripartiamo dalle piccole e medie imprese»


BARI – Il caro-energia mette in ginocchio le piccole e medie imprese italiane, mentre la crisi dell’ex Ilva riapre un interrogativo fondamentale sul futuro economico di Taranto: conviene affidare lo sviluppo di un territorio a un unico grande insediamento industriale oppure costruire un sistema diversificato di aziende? È la riflessione proposta da Riccardo Figliolia, fondatore e segretario generale di Confimi Industria Bari, che interviene sulle difficoltà del sistema produttivo nazionale e sulle conseguenze di un modello industriale fortemente concentrato.

La sua analisi parte dall’aumento dei costi dell’energia e dei carburanti, considerati tra i principali ostacoli alla competitività delle aziende italiane, soprattutto di quelle di dimensioni più contenute.

Secondo Figliolia, le piccole e medie industrie sono costrette a sostenere costi superiori rispetto a quelli dei concorrenti, con conseguenze sempre più pesanti sulla capacità di rimanere sul mercato.

Nel mirino finiscono i meccanismi di formazione dei prezzi energetici e il ruolo delle grandi società che operano nella produzione e nella commercializzazione dell’energia.

L’esponente di Confimi contesta un sistema nel quale, a suo giudizio, l’energia prodotta da fonti rinnovabili e il petrolio estratto sul territorio nazionale vengono commercializzati a prezzi condizionati dalle quotazioni delle materie prime importate dall’estero.

Una situazione che definisce insostenibile per le imprese e per le famiglie, denunciando anche quella che considera un’insufficiente risposta della politica e delle autorità competenti.

«Quanto può durare una situazione dove presto le famiglie dovranno decidere se riscaldarsi o mangiare e le imprese se pagare gli stipendi ai loro dipendenti o le tasse che continuano a crescere?», si domanda Figliolia.

La questione, nella sua valutazione, riguarda direttamente l’equilibrio economico del Paese e la possibilità delle imprese di continuare a produrre senza essere penalizzate dai costi di sistema.

Per evidenziare quelle che considera le contraddizioni del mercato, il segretario di Confimi Industria Bari richiama 2 esempi legati al Mezzogiorno.

«Perché un produttore pugliese deve vendere la sua energia rinnovabile a 1 e ricomprarla a 1.000?», domanda, utilizzando il confronto per denunciare la distanza che, a suo giudizio, può determinarsi tra il valore riconosciuto a chi produce energia e quello sostenuto da chi la acquista.

Analogo interrogativo riguarda la Basilicata, territorio interessato dalle attività di estrazione petrolifera.

«Perché un cittadino lucano deve veder estrarre il petrolio dal suo sottosuolo e poi pagarlo raffinato alla pompa come se venisse estratto in Medio Oriente?», prosegue Figliolia.

La critica si estende anche all’Unione europea, chiamata in causa per l’assenza, secondo l’esponente di Confimi, di regole sufficientemente efficaci a proteggere cittadini e imprese dalle distorsioni del mercato.

Il problema non riguarderebbe soltanto il settore energetico. Anche l’agricoltura e l’industria alimentare sarebbero penalizzate dagli squilibri nei rapporti commerciali con la grande distribuzione, che Figliolia considera un ulteriore fattore di pressione sui produttori.

Il risultato, nella sua analisi, è un sistema economico nel quale le imprese subiscono condizioni di vendita sfavorevoli e devono contemporaneamente affrontare costi elevati per acquistare prodotti e servizi.

«Siamo costretti a vendere i nostri prodotti al prezzo dei poveri e a comprare i loro, a prezzi da ricchi», afferma il segretario generale di Confimi Industria Bari, sintetizzando quella che considera una delle principali contraddizioni dell’attuale modello economico.

Da questa riflessione nasce il confronto tra grande industria e sistema delle piccole e medie imprese, con un riferimento diretto alla vicenda di Taranto.

Per Figliolia, la crisi dell’ex Ilva rappresenta un esempio delle conseguenze che possono derivare dalla scelta di concentrare lo sviluppo economico di un territorio attorno a un unico grande polo produttivo.

Secondo la sua interpretazione, la presenza dominante del siderurgico non avrebbe soltanto condizionato il futuro della città, ma avrebbe anche ostacolato la formazione di un tessuto imprenditoriale alternativo, capace di offrire opportunità economiche e occupazionali differenti.

È proprio questo, per il rappresentante di Confimi, uno dei nodi fondamentali della questione tarantina.

La dipendenza da una grande realtà industriale avrebbe reso il territorio particolarmente vulnerabile alle crisi aziendali, limitando la possibilità di sviluppare attività produttive diversificate.

Un modello che Figliolia contrappone a quello delle piccole e medie imprese diffuse sul territorio nazionale, considerate uno dei principali fattori della crescita economica italiana dal secondo dopoguerra.

Si tratta, sottolinea, di aziende caratterizzate da flessibilità, capacità di adattamento e attitudine all’innovazione, che hanno contribuito alla costruzione del sistema produttivo conosciuto nel mondo come Made in Italy.

Un patrimonio imprenditoriale che, tuttavia, sarebbe oggi messo in difficoltà dall’aumento dei costi e dalle inefficienze del sistema nazionale.

Secondo Figliolia, le condizioni economiche stanno spingendo alcuni imprenditori a cedere le proprie attività, preferendo la vendita delle aziende al rischio di assistere a un progressivo impoverimento del loro valore.

La preoccupazione è che l’Italia possa perdere pezzi importanti del proprio patrimonio produttivo, costruito nel corso di generazioni attraverso il lavoro e gli investimenti delle piccole e medie imprese.

La vicenda dell’ex Ilva assume quindi, nella riflessione di Confimi Industria Bari, un significato che va oltre la crisi del singolo stabilimento.

Taranto diventa il caso emblematico di una città il cui destino economico è rimasto strettamente legato alla grande industria, senza che, secondo Figliolia, si sia sviluppata una rete sufficientemente articolata di attività alternative.

Da qui l’interrogativo sul modello di sviluppo da privilegiare per il futuro, soprattutto nei territori chiamati ad affrontare profonde trasformazioni industriali.

La conclusione dell’esponente di Confimi è un richiamo alla necessità di riconoscere le difficoltà del sistema produttivo italiano e adottare contromisure capaci di salvaguardarne la competitività.

«Se e quando ci renderemo conto di questa situazione e prenderemo le necessarie contromisure?», si chiede Figliolia.

Un interrogativo rivolto alla politica e alle istituzioni, ma che riguarda anche il futuro di Taranto, dove la crisi siderurgica ripropone con forza la necessità di costruire un’economia meno dipendente da un unico grande insediamento industriale e maggiormente aperta alla crescita delle piccole e medie imprese.




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