Italia e Francia devono finanziare difesa e investimenti. Ma hanno un enorme debito pubblico. Una proposta del 2014, aggiornata, consente di ridurne lo stock senza trasferimenti tra paesi e senza perdite per i creditori. E può convenire anche ai “frugali”.
Il problema
All’Europa si chiede di reinventarsi nel momento peggiore per i suoi conti pubblici. Gli Stati Uniti hanno reso condizionata la loro garanzia di sicurezza. Il conflitto in Medio Oriente ha riportato in alto i prezzi dell’energia e l’inflazione e la Banca centrale europea ha ripreso a stringere: il 10 settembre il tasso sui depositi è salito al 2,50 per cento. I paesi che più avrebbero bisogno di spendere sono quelli che meno possono permetterselo. Alla fine del primo trimestre del 2026 il debito pubblico italiano era al 138,9 per cento del Pil e quello francese al 117,6 per cento.
Gli strumenti di cui l’area dell’euro dispone non bastano. Gli acquisti di titoli e lo scudo anti-spread della Bce stabilizzano i mercati, ma agiscono sui flussi e non sullo stock: il debito resta tutto da servire, chiunque lo detenga. Le regole fiscali europee, dal canto loro, chiedono di ridurlo proprio quando servirebbe spendere.
La proposta
Una strada per intervenire sullo stock l’avevano indicata già nel 2014 Pierre Pâris e Charles Wyplosz con il nome di “Padre”, acronimo di Politically Acceptable Debt Restructuring in the Eurozone. Non la fermarono obiezioni tecniche, ma la mancanza di volontà politica. Ne ho scritto più volte, come antidoto all’estremismo politico, come questione di sovranità e come banco di prova per le economie avanzate. Nel disegno originale il ruolo centrale spetta alla Bce. Ne descrivo qui una versione aggiornata, che mantiene la logica di “Padre” ma ne decentra l’attuazione alle banche centrali nazionali.
L’operazione nasce da un accordo volontario tra i governi aderenti e il sistema europeo di banche centrali. La banca centrale di ciascun paese acquista sul mercato secondario, a prezzi di mercato e per tranche successive, nell’arco di un periodo prestabilito, la quota del debito del proprio governo che eccede una soglia concordata, per esempio l’80 per cento del Pil. I titoli acquistati vengono convertiti in perpetui a cedola zero: non pagano interessi e non scadono mai, ma restano un credito della banca centrale. Per evitare qualsiasi espansione monetaria, la banca centrale emette sul mercato, per lo stesso importo, titoli propri a breve termine, con un rischio molto inferiore a quello dei titoli di Stato. L’operazione è a intero carico della banca centrale nazionale, senza garanzie degli altri Stati e senza condivisione delle perdite.
Il governo smette di pagare interessi sulla quota convertita. La banca centrale paga interessi sui propri titoli e non incassa nulla sui perpetui, quindi registra perdite, che recupera nel tempo trattenendo gli utili e le imposte che altrimenti verserebbe allo Stato. Il paese ripaga così il proprio debito con minori entrate future, il cui peso peraltro si riduce nel tempo se, come è ragionevole attendersi, la crescita nominale dell’economia supera il tasso pagato sui titoli della banca centrale. I creditori privati sono rimborsati integralmente e nessun altro Stato membro paga alcunché.
L’operazione è una tantum. I governi aderenti s’impegnano per legge a non superare più la soglia. Se la superano, una quota dei perpetui torna automaticamente debito ordinario a tassi di mercato.
Perché può convenire anche al Nord
L’obiezione dei paesi creditori confronta “Padre” con uno status quo in cui ciascun paese risponde del proprio debito. Quello status quo non esiste più. Dal 2022 lo scudo anti-spread della Bce è pronto ad acquistare i titoli di qualsiasi paese i cui rendimenti salgano in modo giudicato ingiustificato, con criteri che lasciano un ampio margine di valutazione al Consiglio direttivo. I crediti Target della Bundesbank, oltre i mille miliardi di euro, mostrano quanto siano già interconnessi i bilanci delle banche centrali nazionali. Se un grande paese perdesse l’accesso al mercato, l’Eurosistema sarebbe sottoposto a fortissime pressioni a intervenire. Il rischio è dunque già condiviso, ma a crisi scoppiata e con condizioni negoziate sotto pressione. Vista da Berlino, la scelta è tra un reset condizionato oggi e un salvataggio incondizionato domani.
Si può obiettare che la disponibilità dei paesi più solidi a pagare per tenere in piedi la moneta unica non è più scontata. Se è così, “Padre” diventa più necessario, non meno. Non chiede loro alcun contributo, solo il consenso a un’operazione in cui ciascun paese ripaga il proprio debito, e offre ai paesi indebitati una via d’uscita che non dipende da un sostegno sempre meno certo.
I vantaggi per il Nord sono concreti. All’Aia, nel 2025, gli alleati della Nato si sono impegnati a portare gli investimenti per difesa e sicurezza al 5 per cento del Pil entro il 2035, e Roma e Parigi non possono farlo senza spazio di bilancio. Nella primavera del 2027 la Francia eleggerà il suo presidente: una campagna combattuta su tagli imposti dalle regole europee favorirebbe chi si oppone a Bruxelles.
“Padre”, infine, separa il passato dal futuro. A differenza della proposta di Olivier Blanchard e Ángel Ubide, che porta una quota del debito ereditato dentro uno strumento comune, lascia quel debito interamente nazionale. Il finanziamento comune di nuovi beni pubblici europei, lungo il percorso graduale che Ettore Dorrucci e Stefano Rossi propongono, può allora essere discusso senza il sospetto che il Nord paghi la storia fiscale del Sud.
Per la discussione su costi, benefici e condizioni dell’operazione rimando all’altro articolo.
*Si ringrazia Ettore Dorrucci per un ricco scambio sui profili giuridici del piano Padre, le cui conclusioni non condivide necessariamente. Le opinioni espresse, ed eventuali errori, restano di esclusiva responsabilità dell’autore.
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