La crisi climatica si misura attraverso temperature record, siccità, alluvioni e danni economici. Ma esiste anche un costo molto più difficile da quantificare, che riguarda il tempo, il lavoro e le opportunità delle persone. Un costo che, in molte parti del mondo, ricade soprattutto sulle donne.
Quando una fonte d’acqua si prosciuga, per esempio, qualcuno deve percorrere distanze maggiori per procurarsi quella necessaria alla famiglia. Quando un’alluvione distrugge i raccolti o un’ondata di calore mette a rischio la salute delle persone più fragili, aumentano anche le ore dedicate all’assistenza, alla gestione della casa e alla ricerca di nuove fonti di reddito.
Sono attività essenziali, spesso svolte gratuitamente e prevalentemente dalle donne, che finiscono per sottrarre tempo allo studio, al lavoro retribuito e alla partecipazione alla vita pubblica.
E qui emerge un paradosso: la parità di genere è ormai riconosciuta come una questione centrale nelle strategie di adattamento climatico, ma continua a occupare uno spazio marginale nella distribuzione dei finanziamenti e nelle posizioni decisionali dell’economia verde.
A raccontarlo sono i dati di diversi organismi internazionali, che mostrano quanto sia ancora ampia la distanza tra gli impegni dichiarati e le risorse effettivamente investite.
Il lavoro invisibile che aumenta con la crisi climatica
Per comprendere il legame tra cambiamenti climatici e disuguaglianze di genere occorre partire dalle condizioni di vita quotidiane.
In molte comunità rurali, soprattutto nei Paesi a basso reddito, sono le donne e le ragazze a occuparsi della raccolta dell’acqua, della preparazione del cibo, dell’assistenza ai familiari e di una parte importante della produzione agricola destinata al consumo domestico.
La crescente frequenza e intensità di alcuni eventi climatici estremi rende queste attività più impegnative. Una siccità può allungare il percorso necessario per raggiungere una fonte d’acqua. Un raccolto compromesso può aumentare il tempo dedicato alla ricerca di cibo e di entrate alternative. Le temperature elevate possono aggravare le condizioni di salute delle persone anziane e fragili, facendo crescere il bisogno di assistenza.
A queste conseguenze si aggiungono le difficoltà di accesso alle risorse economiche, alla proprietà della terra, al credito e alle informazioni necessarie per affrontare gli eventi estremi.
Il risultato è un aumento del lavoro di cura e domestico, spesso invisibile nelle statistiche economiche, che può limitare ulteriormente l’autonomia delle donne.
La vulnerabilità climatica dipende infatti da una combinazione di fattori: reddito, età, condizioni abitative, istruzione, servizi disponibili e ruolo sociale. Il genere diventa uno degli elementi che possono amplificare disuguaglianze già esistenti.
Il 97% dei piani climatici considera la parità di genere. Ma i finanziamenti raccontano un’altra storia
Il riconoscimento del problema è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni. Secondo un’analisi dell’International Institute for Sustainable Development (IISD), il 97% dei Paesi in via di sviluppo che avevano presentato un Piano nazionale di adattamento climatico includeva riferimenti alle questioni di genere. Un segnale importante: la necessità di considerare le diverse condizioni sociali di donne e uomini è ormai entrata nelle strategie per affrontare gli effetti del riscaldamento globale.
La situazione cambia quando si osservano le risorse economiche.
Secondo i dati di ODI Global, meno del 3% degli aiuti pubblici bilaterali allo sviluppo legati al clima considera la parità di genere un obiettivo principale. Un’analisi di Development Initiatives evidenzia inoltre che, nel 2022, appena lo 0,1% degli aiuti bilaterali allocabili dei donatori del Comitato di aiuto allo sviluppo dell’OCSE era destinato a progetti che ponevano sia l’adattamento climatico sia la parità di genere tra i propri obiettivi principali.
Le percentuali fanno riferimento a categorie di finanziamento differenti, ma descrivono una tendenza comune: l’attenzione alla parità di genere nelle strategie climatiche cresce molto più rapidamente delle risorse che le vengono dedicate come priorità.
È proprio su questa distanza che si concentra Arianna Magni, Head of Institutional and International Business Development di Etica Sgr, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica:
La dimensione di genere è entrata nelle strategie climatiche, ma il suo peso nelle decisioni, nei finanziamenti e nella distribuzione delle opportunità rimane ancora estremamente marginale.
Il quadro diventa ancora più significativo considerando gli obiettivi internazionali di sviluppo sostenibile. Secondo il rapporto Gender Snapshot 2026 di UN Women, nessuno degli indicatori dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030, dedicato alla parità di genere, procede al ritmo necessario per raggiungere i traguardi previsti entro il 2030.
Le donne sono protagoniste dell’adattamento climatico, ma raramente delle decisioni
C’è un altro elemento che emerge dai Piani nazionali di adattamento: il modo in cui viene raccontato il ruolo delle donne.
Secondo l’IISD, soltanto circa la metà dei piani analizzati riconosce le donne come agenti di cambiamento, capaci di contribuire attivamente alla progettazione e alla realizzazione delle soluzioni climatiche.
Eppure, in numerose comunità, le donne svolgono già un ruolo fondamentale nella gestione delle risorse idriche, nella conservazione delle sementi, nell’agricoltura di piccola scala e nella tutela degli ecosistemi.
La loro conoscenza del territorio e delle risorse naturali rappresenta un patrimonio prezioso per costruire strategie di adattamento efficaci.
Il problema riguarda quindi anche chi partecipa alle decisioni, chi gestisce i finanziamenti e chi può trasformare le proprie competenze in opportunità economiche e professionali.
Coinvolgere maggiormente le donne nella pianificazione climatica significa valorizzare esperienze e conoscenze che possono contribuire alla resilienza delle comunità, soprattutto nei territori più esposti agli eventi estremi.
L’energia pulita cresce, ma ai vertici le donne sono ancora poche
La stessa contraddizione emerge in uno dei settori simbolo della transizione ecologica: quello delle energie rinnovabili.
Secondo il rapporto Renewable Energy: A Gender Perspective, pubblicato nell’ottobre 2025 dall’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), le donne rappresentano il 32% della forza lavoro del settore a livello mondiale.
La percentuale cambia sensibilmente a seconda delle mansioni svolte: le donne occupano il 45% dei ruoli amministrativi, il 28% delle posizioni legate alle discipline scientifiche e tecnologiche e appena il 22% dei lavori tecnici e operativi, come installazione, costruzione e manutenzione degli impianti.
Ma il divario più evidente riguarda le posizioni di vertice: soltanto il 19% dei ruoli dirigenziali di alto livello e nei consigli di amministrazione è occupato da donne.
La crescita delle rinnovabili, dunque, porta con sé nuove opportunità professionali, mentre la distribuzione dei ruoli continua a riflettere disuguaglianze già presenti nel mercato del lavoro.
E il dato assume ancora più rilevanza considerando che, secondo IRENA, la quota femminile complessiva nel settore è rimasta sostanzialmente ferma rispetto alla prima indagine pubblicata nel 2019.
Dietro questi numeri ci sono ostacoli che iniziano già nei percorsi formativi e proseguono durante la carriera: stereotipi sulle professioni tecniche, difficoltà nel conciliare lavoro e responsabilità familiari, minori opportunità di avanzamento e accesso ai ruoli decisionali.
La transizione energetica rappresenta quindi anche un’occasione per ripensare il mondo del lavoro, favorendo una partecipazione più equilibrata alle professioni scientifiche, ai mestieri tecnici e alla guida delle imprese.
Anche gli investimenti possono fare la differenza
Il tema riguarda anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse economiche destinate alla transizione ecologica. Finanziare tecnologie pulite, impianti rinnovabili e infrastrutture resilienti significa contribuire alla trasformazione dell’economia. Allo stesso tempo, le scelte di investimento possono incidere sulle condizioni di lavoro, sulle opportunità professionali e sulle politiche di inclusione delle aziende.
È su questo collegamento tra sostenibilità ambientale e sociale che richiama l’attenzione Arianna Magni di Etica Sgr:
Perché la transizione ecologica sia anche equa, non basta creare nuove opportunità: occorre fare in modo che siano accessibili e distribuite in modo più equilibrato.
Secondo Magni, anche gli investitori possono contribuire a questo processo attraverso la selezione delle aziende in cui investire e il dialogo con le imprese.
Etica Sgr, società del Gruppo Banca Etica, integra infatti nell’analisi degli investimenti criteri ambientali, sociali e di governance, considerando anche il rispetto dei diritti umani e la parità di genere. A questa attività affianca iniziative di confronto con le aziende e la partecipazione alle assemblee degli azionisti, con l’obiettivo di promuovere comportamenti più responsabili.
Un approccio che mette in evidenza un aspetto spesso trascurato del dibattito sulla sostenibilità: la qualità della transizione dipende anche da come vengono distribuiti i suoi benefici e da chi ha la possibilità di parteciparvi.
Una transizione davvero giusta parte anche dalle persone
La crisi climatica e le disuguaglianze di genere si intrecciano in modi diversi, dalle comunità rurali che affrontano la scarsità d’acqua fino alle aziende impegnate nello sviluppo delle tecnologie per l’energia pulita.
Da una parte ci sono donne che dedicano sempre più tempo ad attività di cura e alla gestione delle risorse essenziali. Dall’altra, lavoratrici che incontrano ostacoli nell’accesso alle professioni tecniche e alle posizioni di responsabilità.
In mezzo ci sono le scelte politiche ed economiche: finanziamenti, investimenti, formazione, servizi e rappresentanza.
Il riconoscimento di queste disuguaglianze nei piani climatici rappresenta un primo passo. La sfida successiva riguarda la loro traduzione in risorse concrete, opportunità di lavoro e maggiore partecipazione alle decisioni.
Perché una transizione ecologica capace di migliorare davvero la vita delle persone si misura anche attraverso il tempo che restituisce, le opportunità che crea e il potere decisionale che riesce a distribuire.
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