Tani-Milanovic, Casula condannato a 12 anni: la storia del delitto


Diciannove anni dopo la scomparsa di William Tani e Giuliano Milanovic, il processo arriva a un nuovo punto di svolta. La Corte d’Assise d’Appello di Cagliari ha condannato a 12 anni di carcere Gianfranco Casula, 51 anni, tabaccaio di Carbonia da tempo trasferito in Germania, riconoscendolo responsabile del duplice omicidio volontario dei due amici. È il terzo giudizio d’appello sulla stessa vicenda e l’ennesimo ribaltamento di una storia giudiziaria cominciata con una condanna, proseguita con due assoluzioni e due annullamenti della Cassazione. La sentenza di oggi accoglie la richiesta del pubblico ministero Danilo Tronci, che aveva seguito le indagini e poi era stato applicato alla Procura generale. Ma il caso Tani-Milanovic è soprattutto una storia rimasta senza una risposta definitiva per quasi vent’anni: William e Giuliano sono scomparsi nel 2007 e i loro corpi non sono mai stati ritrovati.

L’11 febbraio 2007

William Tani aveva 33 anni, era di Iglesias. Giuliano Milanovic ne aveva 24. I due erano amici e frequentavano il campo nomadi di Sirai, alla periferia di Carbonia. L’11 febbraio 2007 trascorrono insieme parte della giornata. Dopo un pranzo al campo, si allontanano. È l’ultima volta che vengono visti. Da quel momento di William e Giuliano non si hanno più notizie. Il giorno successivo viene ritrovata la Mercedes di Milanovic nelle campagne di San Giovanni Suergiu. L’auto è chiusa a chiave. Dei due giovani, invece, nessuna traccia. Cominciano le ricerche, ma non portano al ritrovamento dei due uomini. E soprattutto non vengono mai trovati i loro corpi. È un elemento che accompagnerà l’intera vicenda giudiziaria: l’accusa parlerà di duplice omicidio e di distruzione dei cadaveri senza che nel processo possa essere mai esaminata una prova materiale rappresentata dai corpi delle vittime.

Il movente: un debito

Le indagini si concentrano, tra gli altri elementi, sui rapporti tra Milanovic e Casula. Secondo la Procura, alla base del delitto ci sarebbe stato un debito di circa 15 mila euro che Casula avrebbe avuto nei confronti di una delle vittime. La ricostruzione accusatoria è precisa: Casula avrebbe attirato William e Giuliano in una trappola, li avrebbe fatti arrivare nel luogo dove sarebbe avvenuta l’aggressione e avrebbe poi fatto sparire i loro corpi. In questo modo avrebbe eliminato il debito. È una ricostruzione che la difesa ha sempre contestato, sostenendo che il movente economico non fosse sufficiente a spiegare un duplice omicidio e che gli elementi raccolti non dimostrassero la responsabilità di Casula.

Il caso riaperto dopo anni

Per molto tempo la scomparsa di William e Giuliano resta senza un responsabile. La madre di William, Luciana Sedda, continua a chiedere che si torni a cercare il figlio. Quando il fascicolo viene riaperto, dopo anni di silenzio, la donna racconta di avere quasi perso la speranza: “Pensavo si fossero dimenticati di mio figlio”. La nuova indagine porta alla contestazione nei confronti di Casula del duplice omicidio volontario e della distruzione di cadavere. Il processo viene celebrato con rito abbreviato.

La prima sentenza: 14 anni

Nel dicembre 2020 arriva la prima sentenza. Il gup di Cagliari riqualifica l’accusa: non riconosce il duplice omicidio volontario contestato dalla Procura, ma quello preterintenzionale. Casula viene condannato a 14 anni di reclusione. È il primo verdetto sul merito della vicenda, ma non sarà quello destinato a restare. La difesa impugna la sentenza e il processo passa in appello.

La prima assoluzione

Nel 2022 la Corte d’Assise d’Appello di Cagliari ribalta completamente la decisione. Casula viene assolto per non aver commesso il fatto. La condanna a 14 anni viene quindi cancellata. Ma la vicenda non si chiude. La Procura ricorre in Cassazione e la Suprema Corte annulla la sentenza di assoluzione, disponendo un nuovo giudizio.

L’appello bis: una seconda assoluzione

Il procedimento torna davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Cagliari. Nel settembre 2024 arriva un’altra assoluzione. È il secondo verdetto favorevole a Casula dopo la condanna del 2020. I giudici ritengono che gli elementi raccolti non siano sufficienti a dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Ancora una volta, però, il processo non finisce. La Cassazione annulla anche questa assoluzione, disponendo un nuovo giudizio davanti a un altro collegio d’appello. È così che si arriva al processo d’appello-ter.

Il terzo appello e il nuovo ribaltamento

Oggi, 2 ottobre 2026, arriva il quarto verdetto nel percorso processuale. La Corte d’Assise d’Appello di Cagliari condanna Casula a 12 anni di carcere. E questa volta viene riconosciuta la fattispecie del duplice omicidio volontario, la stessa contestata originariamente dalla Procura e diversa da quella riconosciuta nel primo grado, quando la condanna era stata per omicidio preterintenzionale. La pena è dunque inferiore ai 14 anni inflitti nel 2020, ma la qualificazione giuridica del fatto cambia radicalmente: da omicidio preterintenzionale a omicidio volontario. Per l’accusa, Casula avrebbe attirato i due amici nella trappola per cancellare il debito di circa 15 mila euro e avrebbe poi fatto sparire i cadaveri. I corpi, però, non sono mai stati trovati. 

La famiglia e l’ultima parola della difesa

I familiari delle vittime si sono costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Marco Bacchis, Alessandro Corrias e Alessandra Ferrara. Dopo la sentenza hanno espresso soddisfazione per la decisione. Casula è difeso dagli avvocati Gianluca e Marco Aste. La difesa, come riferito dopo la sentenza, attenderà il deposito delle motivazioni prima di presentare un nuovo ricorso in Cassazione. Quindi anche il verdetto di oggi non mette necessariamente la parola fine alla vicenda giudiziaria. Resta soprattutto la domanda che accompagna il caso dal febbraio del 2007: dove sono William Tani e Giuliano Milanovic? La nuova condanna attribuisce a Casula la responsabilità del loro duplice omicidio. Ma i due corpi, dopo diciannove anni, continuano a non essere stati trovati.


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