«Efficiente e democratica» e «inferno turistico». Entrambe le definizioni si riferiscono a Bologna e sono apparse sul «New York Times». La prima appartiene alla stagione in cui la città era osservata dall’estero come un caso politico e amministrativo particolare; la seconda è contenuta nel titolo dell’articolo pubblicato il 9 agosto 2024 da Ilaria Maria Sala: My Beloved Italian City Has Turned Into Tourist Hell. Must We Really Travel Like This?
In mezzo ci sono cinquant’anni. Ma soprattutto c’è una trasformazione nel modo in cui Bologna viene guardata, raccontata e, progressivamente, venduta, tra cibo, arte e architettura. La domanda allora non è soltanto come sia stato possibile passare dall’una all’altra definizione. È capire che cosa sia successo a una città che ha costruito una parte della propria fortuna proprio sulla sua capacità di essere attrattiva.
Negli anni Settanta Bologna era un riferimento internazionale per ragioni che avevano poco a che fare con il turismo. Aveva gli occhi puntati (e quasi esterrefatti) per via delle politiche locali, dell’organizzazione dei servizi, per la partecipazione cittadina e il ruolo dell’amministrazione pubblica. Era la Bologna «rossa», ma anche la Bologna della cooperazione, dell’Università, dei servizi pubblici e di una certa idea di governo della città.
Il mito della Bologna felice» ha avuto una lunga storia ma quella rappresentazione costituiva un preciso brand politico e urbano, anche se allora non lo si chiamava ancora così. La città dotta veniva osservata perché sembrava dimostrare che una città potesse funzionare diversamente.
Dalla città da amministrare alla città che attrarre
Nel corso dei decenni Bologna diventa sempre più una città universitaria, terziaria, internazionale. Il suo aeroporto cresce, l’economia dei servizi acquista peso, la gastronomia diventa uno degli elementi centrali della sua reputazione internazionale. La città comincia a essere raccontata attraverso una serie di immagini facilmente riconoscibili: i portici, le Due Torri, l’Università, il centro storico, il tortellino, la mortadella. Non è un cambiamento esclusivamente bolognese, le città europee competono sempre più per attrarre visitatori, studenti, imprese, investimenti e nuovi abitanti. La reputazione diventa una risorsa economica. È precisamente questo il tema di Bologna non è un’isola felice di Salvatore Papa, pubblicato da DeriveApprodi.
Il libro analizza la trasformazione dell’identità bolognese in uno strumento di attrazione di «capitali, turisti e investimenti» e mette al centro il passaggio dalla città al brand urbano. Tra gli elementi esaminati da Papa ci sono il marchio «City of Food», la proliferazione degli eventi, la smart city, gli studentati e la progressiva trasformazione dello spazio pubblico in una vetrina.
Il turismo non arriva dal nulla
I numeri mostrano quanto sia stata rapida la crescita. Nel Comune di Bologna gli arrivi turistici sono passati da circa 1,1 milioni nel 2014 a circa 1,84 milioni nel 2024; le presenze sono cresciute da circa 2,16 milioni a oltre 4,1 milioni. Nell’area metropolitana, nel 2024, gli arrivi sono stati circa 2,61 milioni e le presenze 5,81 milioni. Una parte della crescita è internazionale. Una parte è legata alla maggiore accessibilità della città. Un’altra parte ancora è legata alla trasformazione del modo stesso di viaggiare: soggiorni brevi, piattaforme digitali, ricerca di esperienze gastronomiche, turismo del fine settimana. Bologna da meta di nicchia è diventata fin troppo attraente e l’attrattività, quando cresce oltre una certa soglia, modifica la città che l’ha prodotta.
Se il centro storico diventa una vetrina
Nel suo articolo sul «New York Times», Ilaria Maria Sala raccontava proprio questa trasformazione. Di come soprattutto nel centro di Bologna attività commerciali tradizionali erano state progressivamente sostituite da negozi e locali rivolti soprattutto ai visitatori. L’analisi partiva dalla mortadella trasformata in elemento di un’offerta turistica standardizzata: le cosiddette pig-themed mortadella food traps (una formula che rende abbastanza l’idea). Il sindaco Matteo Lepore contestò duramente quella rappresentazione, sostenendo che Bologna fosse stata ridotta a una sorta di «mangificio» e rivendicando invece la complessità della città.
Il Belpaese (ma non solo lui) vive di turismo ma quando il flusso è in eccesso la città si trasforma in un parco tematico.
Il risultato è un circuito quasi perfetto. La città costruisce l’immagine; l’immagine porta i visitatori; i visitatori riproducono l’immagine; la nuova circolazione delle immagini porta altri visitatori. E non importa quanti aggettivi come autentico e sincero possano essere appiccicati sui posti e sulle attività, quello che ne deriva è uno scenario alienante.
La trasformazione, come nei casi analoghi di Milano e Firenze, è più evidente guardando al mercato abitativo. Gli affitti brevi permettono di utilizzare un appartamento come alloggio turistico invece che come abitazione stabile. La loro crescita non spiega da sola l’aumento dei prezzi né la difficoltà di trovare casa – sarebbe una relazione troppo semplice – ma costituisce uno degli elementi della trasformazione del mercato immobiliare nelle zone più richieste. Uno studio dell’Università di Bologna sull’evoluzione di Airbnb nel periodo 2017-2024 ha rilevato 6.666 annunci attivi nel 2024, contro una presenza molto inferiore nel 2017; nello stesso periodo le notti prenotate sono passate da circa 385 mila a 820 mila e la tariffa media giornaliera da 75 a 130 euro.
Nel frattempo Bologna deve affrontare anche la domanda abitativa legata all’università. La città è sede di uno dei più grandi atenei italiani e una parte consistente degli studenti arriva da fuori. Questo significa che il mercato immobiliare non deve rispondere soltanto alle esigenze dei residenti tradizionali: deve assorbire studenti, lavoratori, nuovi residenti e, nelle aree più centrali, anche la domanda turistica. La competizione per la casa diventa così uno dei punti in cui il successo della città produce una conseguenza concreta sulla vita quotidiana.
Il brand che mangia la città
Se una città costruisce la propria attrattività sulla propria identità, prima o poi può trovarsi davanti a un problema: quanto di quell’identità rimane quando l’identità stessa diventa un prodotto? Bologna è stata per decenni «la Dotta», «la Grassa», «la Rossa». Sono definizioni diverse, sedimentate nel tempo, che raccontano una città universitaria, gastronomica e politica. Il marketing urbano contemporaneo tende invece a ricomporle in un’immagine immediatamente consumabile.
Papa analizza anche la progressiva cancellazione di quelle esperienze autogestite e controculturali che, agli occhi dell’amministrazione, sembravano ostacolare la costruzione di una Bologna “moderna” ed “europea”. Come dimostrano gli sgomberi di Atlantide ed Xm24 (anticipato da una colata di grigio sulle opere di Blu da parte dell’artista stesso), ma la lista è molto più ampia e comprende il Laboratorio Crash, Làbas e anche alcune occupazioni abitative, come l’ex Telecom. Il rischio, come sostiene l’autore, è comprimere la capacità di Bologna di “produrre futuro”. La città diventa Food City. Il centro diventa esperienza gastronomica. I portici diventano patrimonio da visitare. Gli eventi diventano strumenti di attrazione. Le piazze diventano scenografie per i social. E per gli abitanti la città non è più un’isola felice.
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