Assegno divorzile e lavoro in nero: cosa dice la Cassazione


L’ex coniuge che chiede o percepisce l’assegno divorzile deve dimostrare la propria effettiva situazione economica. A questo fine possono avere importanza anche i redditi non risultanti dalle dichiarazioni fiscali, se l’esistenza e l’entità delle entrate vengono accertate in tribunale. È quanto indica la Cassazione con la sentenza 24798/2026. 

La vicenda è significativa perché chiarisce che, per stabilire se ricorrono i requisiti tipici dell’assegno divorzile, non è sufficiente guardare ai redditi formalmente dichiarati al Fisco. Occorre considerare la situazione economica effettiva dell’ex coniuge e verificare anche se — durante il matrimonio — ci siano stati sacrifici professionali o contributi alla formazione del patrimonio familiare o dell’altro coniuge.

La denuncia all’Agenzia delle Entrate e l’accertamento fiscale

La crisi coniugale della coppia al centro della vicenda era iniziata una decina di anni fa, quando il marito aveva promosso il giudizio di separazione. Contestualmente aveva denunciato la moglie all’Amministrazione finanziaria, sostenendo che la donna svolgesse un’attività lavorativa in nero come rappresentante di commercio nel settore dei giocattoli.

Gli accertamenti fiscali avevano fatto emergere redditi nascosti al Fisco per un maxi debito nei confronti dell’Erario quantificato in quasi 150mila euro. Le tasse non pagate avevano successivamente portato la donna ad accedere a una procedura di liquidazione controllata, in cui era stato venduto forzosamente l’unico immobile di sua proprietà.

Ma il punto più interessante della vicenda giudiziaria riguarda il rapporto tra le entrate della donna e l’effettiva spettanza dell’assegno divorzile.


Perché i giudici hanno escluso l’assegno divorzile

Il Tribunale aveva negato alla donna il diritto all’assegno divorzile, ritenendo che non fossero presenti i due presupposti tipici della misura ossia:

  • la componente assistenziale, che serve a garantire un sostegno economico all’ex coniuge che non ha mezzi sufficienti per vivere dignitosamente;
  • la componente perequativo-compensativa, mirata a compensare i sacrifici fatti durante il matrimonio che hanno favorito la famiglia o la crescita economica dell’altro coniuge.

Al Fisco la donna aveva dichiarato redditi relativamente modesti e corrispondenti a circa 700 euro al mese. Secondo i giudici, tuttavia, questi dati non rappresentavano in modo attendibile la sua reale situazione economica.

Le indagini della Guardia di Finanza, le dichiarazioni fiscali e le testimonianze nel processo hanno dato alla magistratura sufficiente materiale per accertare il lavoro nero. Speciale importanza hanno avuto le dichiarazioni del figlio, secondo cui la madre veniva pagata in contanti.

Per valutare la situazione economica della donna, i giudici avevano considerato anche altri elementi. In particolare, l’automobile della ex moglie era stata qualificata come necessaria per lo svolgimento dell’attività lavorativa in nero, mentre la casa poi venduta nell’ambito della liquidazione controllata non era stata affittata e, quindi, non aveva prodotto reddito.

Nel complesso, questi elementi avevano portato i giudici a ritenere provato che l’ex coniuge disponesse di risorse economiche superiori a quelle risultanti dalle dichiarazioni fiscali e che avesse continuato a svolgere l’attività di rappresentante di giocattoli anche dopo la fine del matrimonio.

La Corte d’Appello aveva confermato questa ricostruzione.

Il confronto tra le condizioni economiche degli ex coniugi

In Cassazione la donna aveva contestato la decisione della magistratura sul piano della comparazione tra le condizioni economiche degli ex coniugi. Sosteneva che i propri redditi dichiarati fossero comunque bassi a fronte di quelli ben più alti dell’ex marito — tra circa 61.000 e 130.000 euro annui — a cui si sommava un patrimonio immobiliare consistente.

La Suprema Corte ha ricordato che il giudizio sull’assegno divorzile necessita effettivamente di un attento confronto delle situazioni economico-patrimoniali degli ex coniugi. Per svolgere questa operazione occorre sempre guardare alla realtà dei fatti senza affidarsi per forza alla sola documentazione fiscale.

Di conseguenza, se nel processo viene dimostrato che il coniuge richiedente percepisce effettivamente redditi non dichiarati, queste entrate debbono essere considerate per stabilire se esista quello squilibrio economico che apre al riconoscimento della componente assistenziale dell’assegno.

In breve: non è sufficiente richiamare un “reddito fiscale” particolarmente basso quando altri elementi di prova dimostrano una maggior capacità reddituale.

Non basta dimostrare che l’ex coniuge lavorava

La pronuncia della Cassazione è interessante anche perché considera la seconda funzione dell’assegno divorzile, quella perequativo-compensativa.

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte (sent. 18287/2018), richiamata anche dalla decisione in oggetto, l’assegno non ha soltanto una funzione assistenziale. Può servire a compensare il coniuge che, durante il matrimonio, abbia sacrificato le proprie aspettative professionali, formative e di carriera o abbia contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio familiare o personale dell’altro coniuge.

Nel caso esaminato, la donna sosteneva di avere contribuito economicamente alla famiglia e alla formazione del patrimonio comune. Aveva richiamato anche la testimonianza del figlio, secondo cui parte delle spese familiari sarebbe stata sostenuta dalla madre con il denaro ricavato dalla propria attività lavorativa.

I giudici, però, non hanno ritenuto dimostrati né sacrifici professionali riconducibili alle esigenze familiari né un contributo economicamente apprezzabile alla formazione del patrimonio.

Anzi era stato accertato che la donna aveva continuato a svolgere un’attività remunerativa anche durante il matrimonio, senza che fosse dimostrato un sacrificio delle proprie aspettative professionali a favore della famiglia.

Ecco perché la Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendola solida sul piano logico-giuridico e negando l’assegno divorzile alla donna insieme alla quota di Tfr dell’ex marito.

Che cosa cambia

Il principio giurisprudenziale di cui alla sentenza 24798/2026 della Cassazione non stabilisce, in termini assoluti, che lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa non dichiarata comporti automaticamente la perdita dell’assegno divorzile (viceversa rifiutarsi di lavorare porta alla revoca dell’importo).

Il punto interessante è un altro: quando nel giudizio venga provato che il coniuge richiedente dispone di redditi non dichiarati, nascosti al Fisco e tali da incidere concretamente sulla sua situazione economica, tutti questi redditi devono essere considerati nella valutazione dell’eventuale squilibrio tra gli ex coniugi.

Nel caso specifico, l’accertamento dell’attività lavorativa non dichiarata aveva contribuito a escludere la necessità assistenziale dell’assegno. Parallelamente era assente anche la prova dei presupposti necessari per riconoscere la funzione perequativo-compensativa: mancavano infatti la dimostrazione di sacrifici professionali e di un contributo apprezzabile alla dimensione patrimoniale della famiglia.

In tutti i casi pratici simili a questo la classica conseguenza è la bocciatura di un’eventuale iniziativa legale di chi chiede l’assegno divorzile o si oppone alla revoca. Conoscere questo orientamento della magistratura può aiutare le parti a valutare meglio la propria posizione prima di intraprendere un’azione giudiziaria, evitando, quando possibile, tempi e costi di una causa.

In definitiva, la vicenda dimostra che, nel giudizio sull’assegno divorzile, la dichiarazione dei redditi è un importante elemento di valutazione, ma non necessariamente decisivo. Grazie ad accertamenti fiscali, indagini della Guardia di Finanza e testimonianze, la magistratura potrà ricostruire la reale situazione economica delle parti, compresa l’eventuale attività lavorativa non dichiarata, decidendo sull’effettiva spettanza dell’assegno.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม