L’Italia è tra i Paesi europei che utilizzano più materiali riciclati, ma la sua economia resta ancora largamente dipendente da materie prime vergini. Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali ha raggiunto il 21,6%, contro una media Ue del 12,2%. Solo Paesi Bassi, con il 32,7%, e Belgio, con il 22,7%, hanno registrato valori superiori. Il dato colloca l’Italia ai vertici europei, ma mostra anche il limite del sistema: quasi quattro materiali su cinque utilizzati nell’economia non provengono ancora da flussi riciclati.
È su questo squilibrio che si concentra una nuova analisi di Bruegel. Secondo il think tank, circa l’88% dei materiali utilizzati nell’Unione europea non rientra nel ciclo economico sotto forma di materia riciclata: il sistema produttivo europeo continua quindi a dipendere soprattutto da risorse primarie, mentre solo una quota ridotta torna nei processi produttivi come materia seconda.
L’Italia fa sensibilmente meglio della media Ue, ma il 21,6% di circolarità lascia ancora fuori dal ciclo il 78,4% dei materiali utilizzati. Il tema, quindi, non riguarda soltanto la capacità di raccogliere e riciclare i rifiuti, ma la possibilità di trasformare il materiale recuperato in una risorsa economicamente competitiva rispetto alle materie prime vergini.
Italia sul podio europeo, ma la circolarità resta minoritaria
Il tasso di utilizzo circolare misura la quota di materiali riciclati che torna effettivamente nell’economia rispetto al consumo complessivo di materia. È un indicatore diverso dalla raccolta differenziata e dal riciclo, perché fotografa il punto finale del processo: non quanto materiale viene separato o recuperato, ma quanto di quel materiale viene effettivamente reimmesso nella produzione al posto di nuove risorse.
Su questo fronte l’Italia parte da una posizione favorevole. Nel 2023 il tasso nazionale era già al 20,8%, quasi nove punti sopra la media europea dell’11,8%; nel 2024 è salito al 21,6%. Nello stesso periodo, la media Ue è cresciuta molto più lentamente: dal 10,7% del 2010 al 12,2% del 2024, appena 1,5 punti percentuali in quattordici anni, un ritmo che l’Agenzia europea dell’ambiente considera insufficiente rispetto agli obiettivi fissati per il 2030.
La capacità italiana di recuperare materia emerge anche dai dati sui rifiuti speciali. Nel 2024 la loro produzione ha superato 172 milioni di tonnellate, con un aumento del 4,6% sul 2023, mentre il recupero di materia è cresciuto del 5,2%. Il comparto delle costruzioni e demolizioni concentra da solo 90,4 milioni di tonnellate, pari al 52,5% del totale nazionale.
Anche la raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto livelli elevati: nel 2024 è arrivata al 67,7% a livello nazionale, con il Nord al 74,2%, il Centro al 63,2% e il Sud al 60,2%. Nello stesso anno, però, la produzione complessiva di rifiuti urbani è aumentata del 2,3%, superando 29,9 milioni di tonnellate.
Questi numeri mostrano perché raccolta differenziata, riciclo e circolarità non possano essere usati come sinonimi. Separare correttamente i rifiuti è il primo passaggio, recuperarne la materia è il secondo, ma il sistema diventa davvero circolare solo quando quella materia trova un nuovo utilizzo produttivo e sostituisce risorse vergini. Il nodo è proprio quello delle materie prime seconde, che possono ridurre sia l’impatto ambientale sia la dipendenza europea dalle importazioni, ma devono ancora fare i conti con un mercato unico incompleto.
Il dato sugli imballaggi aiuta a capire la distanza tra riciclo e circolarità. Nel 2025 l’Italia ha riciclato 10,97 milioni di tonnellate di imballaggi, pari al 77,3% dell’immesso al consumo. Il tasso è molto elevato, ma non coincide con il 21,6% di utilizzo circolare dei materiali: il primo misura quanto imballaggio viene riciclato, il secondo quanta materia riciclata torna complessivamente a sostituire risorse vergini nell’economia. (prometeo.adnkronos.com)
Il riciclo funziona più del mercato delle materie seconde
Il limite principale emerge quando il materiale recuperato deve trovare un mercato. L’Europa continua a funzionare in larga parte secondo uno schema lineare, nel quale le materie prime vengono estratte, trasformate e consumate, mentre solo una quota ridotta rientra nel ciclo produttivo.
Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante perché il Paese dispone di una filiera del recupero più sviluppata della media europea, ma continua a dipendere dall’estero per numerose materie prime. Il tasso del 21,6% fotografa quindi contemporaneamente una performance positiva e una dipendenza ancora elevata da risorse non circolari.
Bruegel concentra l’attenzione proprio sul divario tra capacità tecnica di riciclare e convenienza economica nell’utilizzare materiale riciclato. Se una materia prima vergine costa meno, è disponibile con maggiore continuità o garantisce caratteristiche tecniche più uniformi, le imprese hanno pochi incentivi a sostituirla con una materia seconda. Lo stesso meccanismo riguarda i beni di consumo: quando riparare costa quasi quanto acquistare un prodotto nuovo, il prezzo continua a favorire la sostituzione.
Il problema della circolarità si sposta quindi a monte della gestione dei rifiuti e riguarda il sistema di prezzi che orienta le decisioni di imprese e consumatori. È in questo passaggio che Bruegel introduce la leva fiscale, proponendo di intervenire sul rapporto di convenienza tra materie vergini, materiali riciclati, prodotti nuovi e beni riparati.
Come rendere più conveniente il materiale riciclato
Tra gli strumenti analizzati rientrano aliquote Iva ridotte per alcuni servizi di riparazione, incentivi all’utilizzo di materiali secondari e forme di tassazione sulle materie prime vergini. L’obiettivo è modificare il segnale economico che oggi, in molti settori, continua a rendere più conveniente l’impiego di nuove risorse rispetto al riuso.
L’Ocse ha già valutato alcune di queste opzioni per l’Italia, compresa la possibilità di applicare aliquote Iva agevolate ai prodotti con contenuto riciclato. L’analisi segnala però diversi limiti: perdita di gettito, difficoltà nel definire quali prodotti debbano beneficiare dell’agevolazione, problemi di controllo e il rischio che il vantaggio fiscale non venga trasferito integralmente al prezzo finale.
Per questo Bruegel suggerisce un approccio combinato. Ridurre l’Iva sulle riparazioni può favorire il prolungamento della vita dei prodotti, ma l’effetto resta limitato se le materie prime vergini continuano a essere molto convenienti; allo stesso modo, aumentare l’offerta di materiali riciclati serve a poco se le imprese non trovano vantaggioso impiegarli.
Il dossier europeo si sta muovendo nella stessa direzione. Il futuro Circular Economy Act punta a rafforzare il mercato unico dei materiali secondari e a rimuovere gli ostacoli che ancora ne limitano gli scambi e l’utilizzo tra gli Stati membri. La proposta legislativa europea è attesa nel corso del 2026.
La questione riguarda anche la sicurezza economica europea. L’Agenzia europea dell’ambiente lega l’aumento della circolarità alla riduzione della dipendenza da nuove estrazioni e importazioni, un tema diventato sempre più rilevante per l’industria europea dopo le crisi delle catene di approvvigionamento e la crescente attenzione alle materie prime strategiche.
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