Circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l’anno (all’incirca 2mila euro netti al mese) versano il 65% di tutta l’Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche. Il dato emerge dal “XIII Rapporto sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare”, presentato giovedì mattina al Cnel nel corso di un convegno promosso da Itinerari Previdenziali in collaborazione con Cida – Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità.
Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef è stato pari a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del TIR di 216,24 miliardi di euro (193,316 per l’Irpef ordinaria; 16,17 per le addizionali regionali e 6,76 per quelle comunali).
Un conto da 200 miliardi, si sottolinea, che a pagare sono però i “soliti noti”: nonostante aumentino sia i dichiaranti, vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentano una dichiarazione dei redditi, sia i versanti, vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di Irpef, il carico fiscale del Paese – si sottolinea nel rapporto – continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l’anno.
Sul versante opposto, sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette necessarie, tra le altre cose, a sostenere i costi del nostro welfare.
Il quadro presentato nel rapporto, si sottolinea, “è dunque un quadro complesso, e soprattutto distante da quella narrazione che vuole (tutti) gli italiani oppressi dalle tasse, che dovrebbe quantomeno invitare a riflettere media, sindacati e classi politiche su equità e sostenibilità del sistema di protezione sociale del Paese”.
Per Stefano Cuzzilla, presidente del Cida, i dati dell’Osservatorio pongono una questione che non è più rinviabile: “La redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana. Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle. Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà”.
“È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. La progressività è un principio di equità, ma non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara integralmente il proprio reddito. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.
Leo sul taglio dell’Irpef: “Vogliamo allargarlo ai redditi fino a 60mila euro”
Sul tema è intervenuto anche Maurizio Leo, viceministro dell’Economia e delle Finanze. “Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%”, ha affermato nel videointervento al convegno di presentazione dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2026 di Itinerari Previdenziali, realizzato in collaborazione con CIDA.
“Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%”.
Rivedere l’Isee per un welfare più efficace
Il 61,4% dei lavoratori subordinati in Italia dichiara redditi fino a 26mila euro e paga quindi il 12,64% dell’Irpef che, per i redditi fino a 15mila euro, viene sostanzialmente azzerata dal TIR e dalle altre deduzioni/agevolazioni. Il grosso del carico Irpef, il 79,66% viene così a gravare sul 29,96% con redditi da 29mila euro in su e, in particolare, su quel 16,46% che dichiara oltre 35mila euro, corrispondendo il 63,14% dell’Irpef della categoria.
Discorso simile per i pensionati: quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale Irpef (all’interno di questa fascia si concentrano del resto le prestazioni parzialmente o totalmente assististe); il grosso delle imposte (66,19%) grava quindi sui pensionati con redditi dai 29mila euro in su e, ancora di più oltre i 35mila euro, i quali versano il 49,7% dell’Irpef pur rappresentando solo il 16,4% del totale.
Per quanto riguarda gli autonomi, infine, sopra la soglia dei 35mila euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’Irpef della categoria, ben l’88,88%. Si tratta di “una situazione di grave squilibro, difficile da sostenere nel tempo: il totale dell’Irpef pagata dai lavoratori autonomi è pari a 25,64 miliardi di euro, cioè l’11,86% del totale del gettito 2024, benché la categoria raccolga solo il 5,12% dei contribuenti dichiaranti e circa 600mila autonomi godano di regimi fiscali agevolati”.
“Ora è indubbio che resti fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso – spiega Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera”.
“È vero che i lavoratori dipendenti pagano le tasse ma, come dimostra la scomposizione per fasce di reddito, si tratta soprattutto di quadri, funzionari e dirigenti, categorie ormai scarsamente rappresentante sia dalla politica sia dai sindacati, che invece concentrano le proprie proposte su ulteriori riduzioni di imposte e contributi sociali a favore delle fasce di reddito più basse le quali però, dati alla mano, già oggi versano poco o nulla”.
“Dinanzi a differenze tra le diverse classi e categorie di contribuenti troppo marcate per risultare pienamente credibili, anche alla luce delle statistiche che vogliono il nostro Paese primeggiare in Europa anche per economia sommersa”, la pubblicazione propone dunque “soluzioni che sappiano superare il fin troppo banalizzante dualismo tra ricchi e poveri e soprattutto maggiormente calate sulla realtà”.
In particolare, si sottolinea, “se il contrasto di interessi tra clienti e fornitori diretti di beni e servizi potrebbe rivelarsi un buon modo per favorire l’emersione e al tempo stesso agevolare le finanze delle famiglie italiane, una profonda revisione dell’Isee e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza sembrano le vie lungo le quali limitare fenomeni di elusione fiscale, consentendo allo Stato di aiutare in maniera più mirata ed efficace solo quanti si trovano in una condizione di reale bisogno”.
Nel 2025, si legge nel Rapporto, “sono stati 10,369 i nuclei familiari che hanno fatto richiesta per la DSU, la Dichiarazione Sostitutiva Unica necessaria a ottenere la certificazione Isee: tenendo conto di una media di 2,9 componenti a nucleo, sono più di 29 milioni gli italiani che dunque hanno usufruito di agevolazioni sotto forma di denaro o servizi. Cifre che descrivono la parabola di uno strumento pensato per le vere fragilità ma oggi divenuto di massa e spesso inefficiente, in assenza di controlli e prove dei mezzi meno facilmente aggirabili.
Esattamente come quanto accaduto alla spesa assistenziale a carico della fiscalità generale, cresciuta a dismisura negli anni (dai 73 miliardi del 2008 ai 180,5 del 2024), di pari passo però – altro paradosso – con il numero di poveri relativi e assoluti registrati da Istat”. “Rincorsa a nuovi bonus e agevolazioni da parte di una politica alla perenne ricerca di consenso elettorale, da una parte, e inefficienze della macchina organizzativa anche in termini di verifiche e controlli – la chiosa di Brambilla – hanno purtroppo alimentato il mito del ‘meno dichiari e più avrai dallo Stato’, cui oggi il Paese appare pericolosamente aggrappato”.
Per il Cida, è da qui che occorre ripartire per ristabilire un equilibrio tra solidarietà ed equità. “Ora serve un nuovo patto tra fisco e welfare: riportare l’Isee alla sua funzione originaria, costruire una banca dati unica per sapere chi riceve cosa e concentrare le risorse sulle reali condizioni di bisogno. E ogni recupero strutturale dall’evasione deve tradursi, per quanto possibile, in un minor carico su lavoro e redditi regolarmente dichiarati. Dobbiamo passare a un welfare responsabile, che protegga le fragilità ma favorisca lavoro e autonomia: non nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte”, conclude Cuzzilla.
325 miliardi per finanziare sanità e welfare nel 2024
Nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni che, in assenza di contributi di scopo pesano sulla fiscalità generale, è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte dirette.
“Un’enorme redistribuzione di ricchezza – ha spiegato Alberto Brambilla – di cui la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente, di quei servizi non si rende neppure conto ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito, negli ultimi anni cresciuto spaventosamente nell’indifferenza quasi generale. Con buona pace di investimenti e sviluppo, e infatti siamo ultimi in Europa per produttività e occupazione”.
Un primo paradosso che si fa ancora più evidente analizzando dettagliatamente le dichiarazioni dei redditi rese lo scorso anno. I dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7.968.832 e pagano in media 19 euro di Irpef annui, che salgono a 204 euro per i 7.426.239 dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15mila euro lordi l’anno. A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15mila e i 20mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti): valore, per avere un ordine di confronto, ben al di sotto del costo pro capite della sanità, ammontata nel 2024 a 2.347 euro.
Per garantire la sola sanità a questa metà della popolazione, occorre dunque che altri cittadini si carichino di una spesa pari a 54,45 miliardi. A salire, con redditi lordi tra 20 e 26mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. In sintesi, quindi, gli italiani con redditi fino a 29mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’Irpef, un’imposta di 46 miliardi, pari a un terzo della spesa sanitaria.
Quanti dichiarano dai 35mila euro lordi in su rappresentano invece il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’Irpef. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29mila e i 35mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’Irpef. Una fotografia appunto distante dal falso mito che vuole l’intera popolazione italiana tartassata dal fisco e dalle eccessive imposte.
A dichiarare 300mila euro lordi l’anno (circa 155mila euro al netto di imposte, contributi e oneri indeducibili) sono solo 58.700 cittadini, lo 0,1% della popolazione italiana. Nel complesso, questa fascia di contribuenti versa il 6,49% di tutta l’Irpef, per un valore di 14,03 miliardi e un importo pro capite di 238.006 euro: da soli, corrispondono cioè più Irpef di 27,8 milioni di cittadini con redditi fino a 20mila euro i quali, in totale, versano 10,84 miliardi.
Tra 200 e 300mila euro di reddito si colloca lo 0,21% dei contribuenti, 89.558 persone che pagano il 3,63% dell’Irpef, e tra 100mila e 200mila euro altri 597.357 versanti, che versano 26,2 miliardi di euro, pari al 12,14% del totale. Complessivamente, dunque, questi tre scaglioni di reddito – cui corrispondono 745.615 persone, l’1,75% dei contribuenti/versanti – pagano il 22,25% dell’Irpef: soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al Paese – sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta di sindacati e politica, e anzi spesso “minacciati” di ulteriori imposte o tagli, come la patrimoniale.
“L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività” – commenta Brambilla – nel precisare che “la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota“.
“La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi ‘occulta’, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?”.
Per il Cida, è proprio qui che il principio della progressività rischia di perdere il suo equilibrio: “Cida non chiede privilegi per chi guadagna di più. Chiede che chi cresce attraverso il lavoro e la professionalità e dichiara integralmente il proprio reddito non venga sistematicamente penalizzato. Pagare di più al crescere del reddito è progressività; perdere contemporaneamente detrazioni, agevolazioni e prestazioni può trasformarsi invece in una vera e propria benefit trap”.
“Un welfare efficace deve proteggere chi è in difficoltà e accompagnarlo verso l’autonomia, non creare nuovi disincentivi al lavoro e alla crescita professionale. Per questo occorre correggere gli effetti-soglia e rendere il sistema più neutrale, evitando disparità di trattamento fiscale tra redditi da lavoro dipendente e autonomo a parità di capacità contributiva”, sottolinea Cuzzilla.
Proseguendo nell’analisi per scaglioni di reddito, seguono poi 1,9 milioni di contribuenti che dichiarano redditi annui compresi tra 55mila a 100mila euro, i quali versano 39,75 miliardi di Irpef per un importo medio di 20.634 euro, e i dichiaranti tra 35mila e 55mila euro (5,33 milioni), che pagano 52,6 miliardi di imposta con un versamento medio di 9.815 euro.
“Numeri più vicini a quelli di un Paese povero che di uno Stato membro del G7, e che parrebbero oltretutto poco veritieri se relazionati a consumi e abitudini di spesa degli italiani”, ha spiegato Brambilla nel corso della presentazione. Esemplificativo, e appunto paradossale, il caso del gioco d’azzardo: “nel 2025 la raccolta è ammontata a 165,3 miliardi, con entrate erariali pari a 11,4 miliardi; se si tiene conto anche del gioco illegale, i nostri concittadini (bambini compresi!) hanno speso circa 3.144 euro a testa, una cifra che vale più dell’imposta media versata da gran parte dei contribuenti italiani”.
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