La moda sta entrando in una fase in cui sostenibilità e
circolarità non riguardano più soltanto i materiali utilizzati ma l’intero
ciclo di vita dei prodotti: dalla progettazione alla produzione, dalla durata
al riuso fino al riciclo.
La moda è uno dei settori in cui la transizione verso un
modello più circolare appare più complessa. Le ragioni sono diverse: filiere
internazionali, elevato consumo di risorse, utilizzo di materiali differenti
nello stesso prodotto, sostanze chimiche impiegate nei processi produttivi e
una crescente quantità di capi immessi sul mercato.
Secondo l’European Environment Agency, nel 2022 ogni
cittadino europeo ha consumato in media 19 kg di prodotti tessili tra
abbigliamento, calzature e tessili per la casa, rispetto ai 17 kg del 2019. Il
tessile si colloca inoltre tra le categorie di consumo con le maggiori
pressioni sull’uso di materie prime, acqua, suolo ed emissioni climalteranti.
Il tema, quindi, non è soltanto produrre tessuti con un
minore impatto. La sfida è ripensare il prodotto affinché possa durare più a
lungo, essere riparato, riutilizzato e, quando arriva alla fine della sua vita
utile, recuperato.
La circolarità comincia prima che il capo venga prodotto
Una parte importante della transizione riguarda proprio la
fase che precede la produzione: il design.
Un capo progettato per durare, essere facilmente riparabile
o separabile nei suoi diversi componenti presenta caratteristiche molto diverse
rispetto a un prodotto concepito esclusivamente per un ciclo di consumo breve.
È anche la direzione indicata dalla strategia europea per il
tessile, che punta a rendere i prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili
e a favorire una maggiore presenza di fibre riciclate. La Commissione europea
sta inoltre lavorando sul Digital Product Passport, uno strumento
destinato a rendere disponibili informazioni sul prodotto lungo il suo ciclo di
vita.
Nel piano di lavoro 2025-2030 dell’Ecodesign for
Sustainable Products Regulation, il tessile e in particolare
l’abbigliamento sono stati individuati tra i settori prioritari per
l’introduzione di requisiti di ecodesign.
Questo significa che la sostenibilità della moda non può
essere valutata soltanto guardando alla composizione di un tessuto. Diventano
rilevanti anche durata, possibilità di riparazione, tracciabilità, sostanze
utilizzate, modalità di produzione e destino del prodotto una volta terminato
il suo utilizzo.
Il problema del fine vita: in Italia si raccolgono 180 mila tonnellate di tessili
Il passaggio dalla teoria alla gestione dei prodotti a fine
vita resta però una delle questioni più delicate.
I dati ISPRA mostrano che nel 2024 in Italia sono state
raccolte separatamente circa 180 mila tonnellate di rifiuti tessili, il
5,1% in più rispetto al 2023. La raccolta pro capite è arrivata a 3,1 kg per
abitante. Ma il dato più interessante è un altro.
Secondo le stime ISPRA, nel 2024 circa 725 mila
tonnellate di rifiuti tessili erano presenti nella frazione residua dei
rifiuti urbani. Considerando anche la raccolta differenziata, la produzione
complessiva viene stimata in quasi 905 mila tonnellate, mentre il
tessile raccolto separatamente rappresenterebbe circa il 20% del totale
annualmente prodotto.
Il dato aiuta a comprendere perché la raccolta, da sola, non
sia sufficiente. Per rendere realmente circolare la filiera servono
infrastrutture di selezione, capacità di recupero, tecnologie per il riciclo
delle fibre e soprattutto un mercato in grado di assorbire le materie prime
seconde ottenute dai rifiuti tessili.
Dalla raccolta al riuso: il nodo della qualità
Il passaggio da rifiuto a nuova risorsa non è automatico. Un
tessuto può essere composto da fibre diverse, contenere accessori, trattamenti
chimici o elementi che rendono più difficile la separazione. Per questo la
progettazione del prodotto diventa fondamentale anche per il suo futuro
recupero.
L’EEA evidenzia inoltre che, nel 2020, nell’Unione europea
ogni persona consumava mediamente 16 kg di tessili e che circa 4,4 kg per
abitante venivano raccolti separatamente per il riuso e il riciclo, mentre 11,6
kg finivano nei rifiuti domestici misti.
La situazione europea sta comunque cambiando. Dal 2025 gli
Stati membri devono predisporre sistemi di raccolta separata dei tessili,
mentre la normativa europea sta introducendo progressivamente nuovi strumenti
per aumentare la responsabilità dei produttori e migliorare la circolarità del
settore.
Anche l’invenduto entra nella strategia circolare
Un altro fronte riguarda ciò che non arriva nemmeno al
consumatore.
Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha adottato nuove
misure nell’ambito dell’ESPR per contrastare la distruzione dei prodotti
tessili invenduti. La Commissione stima che in Europa venga distrutto ogni anno
tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato senza essere mai
utilizzati, con emissioni associate stimate in circa 5,6 milioni di
tonnellate di CO₂ equivalente.
La nuova impostazione porta quindi l’attenzione anche sulla
gestione delle eccedenze: produrre meglio significa anche evitare che prodotti
ancora utilizzabili diventino rifiuti prima ancora di essere indossati.
Il ruolo della filiera italiana
In questo scenario, la sostenibilità coinvolge
necessariamente tutta la catena del valore.
La Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) ha
inserito la sostenibilità tra i pilastri della propria strategia e lavora sul
tema dal 2010, attraverso iniziative dedicate alla filiera, ai prodotti
chimici, al retail e alle pratiche produttive.
Un passaggio recente riguarda il lavoro con la Fédération de
la Haute Couture et de la Mode francese: nel 2026 le due organizzazioni hanno
pubblicato un framework volontario di armonizzazione ESG destinato alla
supply chain della moda, accompagnato da iniziative formative. L’obiettivo
dichiarato è ridurre la frammentazione degli approcci ESG e il conseguente
carico amministrativo, soprattutto per i piccoli fornitori.
A luglio 2026 CNMI è inoltre entrata nella Fashion Cities
Coalition, rete internazionale che riunisce otto città della moda e punta
ad accelerare la transizione verso modelli circolari, rigenerativi, trasparenti
e socialmente equi entro il 2030. Sono segnali che mostrano come la
sostenibilità della moda stia progressivamente spostandosi dal singolo prodotto
alla governance dell’intera filiera.
La moda circolare non è soltanto una questione ambientale
La trasformazione riguarda anche il modo in cui il settore
crea valore.
Riparazione, seconda mano, ricondizionamento, noleggio e
riuso possono allungare la vita dei prodotti e modificare il rapporto tra
aziende e consumatori. Allo stesso tempo, l’adozione di materiali riciclati e
processi produttivi più efficienti richiede investimenti, nuove competenze e
una maggiore capacità di tracciare ciò che avviene lungo la catena di
fornitura.
Il rapporto GreenItaly di Unioncamere sottolinea
proprio il ruolo che economia circolare, ecodesign e contrasto al greenwashing
stanno assumendo nella trasformazione del tessile-moda italiano. E qui emerge
una questione centrale: quanto è realmente circolare un prodotto se la sua
fase finale non è stata progettata insieme a quella iniziale?
La risposta passa necessariamente dal design, ma anche dalla
produzione, dalla distribuzione, dal comportamento del consumatore e dalle
infrastrutture disponibili per il riuso e il riciclo.
La moda sostenibile, quindi, non si gioca soltanto
sull’etichetta di un capo o sulla fibra utilizzata. Si gioca sulla capacità di
costruire prodotti più longevi, filiere più trasparenti e sistemi capaci di
mantenere materiali e valore in circolo il più a lungo possibile.
È questa la vera sfida della circolarità: non rendere
semplicemente più sostenibile ciò che già produciamo, ma ripensare il
percorso del capo prima ancora che arrivi nell’armadio e dopo che ne esce.
Fonti:
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