Marta AbbàGiornalista e fisica dell’ambiente
Laura FazziniGiornalista
15 settembre 2026
Dal 2020 la Commissione europea e i governi nazionali hanno scommesso decine di miliardi di euro pubblici su un’unica idea: l’idrogeno “verde”, ricavato dall’acqua attraverso un processo (elettrolisi) alimentato con energia rinnovabile. Sarebbe dovuto diventare il combustibile dei settori più difficili da elettrificare – acciaio, chimica, fertilizzanti, trasporto pesante, aviazione, navigazione – ma cinque anni dopo i conti non tornano: i costi sono rimasti da due a cinque volte più alti del gas naturale e la domanda industriale è quasi inesistente. Con la conseguenza che gran parte dei fondi pubblici finisce alle stesse aziende che da decenni dominano il mercato fossile, con progetti annunciati, finanziati e poi ridimensionati o abbandonati senza troppo rumore.
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Una scommessa da miliardi
Dietro la scelta di investire sull’idrogeno “verde” c’è un impianto teorico preciso e un gruppo di persone riconoscibili. L’architetto della strategia è l’accademico olandese Ad van Wijk, mentre la leva politica che l’ha trasformata in legge europea risponde al nome di Diederik Samsom, per anni capo di gabinetto di Frans Timmermans, allora vicepresidente della Commissione e commissario per il clima.
Nel suo libro Green Energy for All, van Wijk sostiene che l’Europa non possa affidarsi solo all’elettricità rinnovabile, perché esiste un doppio disallineamento: le città e i poli industriali consumano energia ma hanno poco spazio per produrla, mentre deserti e mari ne hanno in abbondanza ma sono lontani dalla domanda; in più il sole d’estate non coincide con la domanda di riscaldamento invernale. L’idrogeno, gas trasportabile e stoccabile per mesi, può essere il vettore che risolve entrambi i problemi.
Su questa teoria sono stati costruiti strumenti finanziari concreti: il Recovery fund NextGenerationEu, gli Ipcei (finanziamenti destinati a “Importanti progetti di comune interesse europeo”, cioè collaborazioni industriali su larga scala), la European hydrogen Bank, REPowerEU. Nel febbraio 2024 Bruxelles ha approvato aiuti di Stato per 6,9 miliardi di euro nell’ambito del terzo Ipcei, Hy2Infra, ripartiti su 32 aziende in sette paesi. Sommando i quattro Ipcei sull’idrogeno approvati finora, gli aiuti di Stato mobilitati arrivano a 18,9 miliardi di euro, per sbloccare oltre 27 miliardi di investimenti privati aggiuntivi.
Gli aiuti di Stato mobilitati arrivano a 18,9 miliardi di euro, per sbloccare oltre 27 miliardi di investimenti privati aggiuntivi
La questione è: a chi vengono affidati questi soldi e che fine fanno? La maggior parte va alle stesse utility e aziende di gas industriali già presenti nel mercato fossile e non a nuovi operatori, mentre i progetti si fermano a metà per una ragione che è quasi sempre la stessa: quasi nessun cliente industriale è disposto a firmare un contratto di acquisto vincolante (offtake agreement) a un prezzo due-cinque volte superiore a quello del gas.
Chi scrive le regole del gioco
Non basta constatare i ritardi, bisogna capire come funziona il meccanismo. Le stesse aziende che devono dimostrare di utilizzare rinnovabili per produrre idrogeno “verde” nella percentuale richiesta dalla direttiva RED III, siedono tramite le loro associazioni nazionali dentro Hydrogen Europe, la lobby dell’industria dell’idrogeno, che dialoga direttamente con la Commissione sulla stesura di quelle stesse regole. Insomma, chi dovrebbe essere regolato scrive parte del regolamento.
Le aziende che devono dimostrare che le rinnovabili siano realmente utilizzate per produrre idrogeno “verde” siedono tramite le loro associazioni nazionali dentro Hydrogen Europe, la lobby che dialoga direttamente con la Commissione sulla stesura di quelle stesse regole
Il fenomeno attraversa tutto il continente. In Germania molte imprese hanno restituito finanziamenti europei già assegnati perché le regole restavano incerte e i clienti non si trovavano. I progetti di “acciaio verde” di Thyssenkrupp e Salzgitter, presentati come vetrina della transizione industriale tedesca, per ora funzionano ancora a gas naturale, rimandando di anni il ricorso all’idrogeno verde.
In Spagna e Repubblica Ceca lo schema si è ripetuto allo stesso modo: annunci roboanti, decisioni di investimento che slittano, capacità reale molto inferiore a quella promessa. Sullo sfondo pesa, ma non è determinante per i ritardi europei, anche la concorrenza cinese sui dispositivi per la produzione dell’idrogeno “verde” – gli elettrolizzatori –, un fattore di pressione sui prezzi che l’Ue ha iniziato ad affrontare con criteri di “resilienza” nei bandi della Hydrogen Bank. Il vero tema resta la domanda industriale debole.
L’Italia e il caso Sapio
In questo quadro si inserisce l’Italia. La Strategia nazionale idrogeno pubblicata dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) a novembre 2024 ammette più strade per arrivare all’idrogeno “decarbonizzato”: filiera fossile con cattura della CO₂ a Ravenna, che diventerebbe così idrogeno “blu”, ossia prodotto a partire da combustibili fossili (come il gas naturale) ma abbinato a un sistema di cattura, utilizzo e stoccaggio della CO₂ per evitare che la stessa venga rilasciata nell’atmosfera; eventuale nucleare; oppure idrogeno verde importato tramite le infrastrutture che Snam sta costruendo.
Eliminare il carbone passando prima dal gas (fossile)
È un cambio netto rispetto al Pnrr iniziale, che puntava sulla produzione locale nelle Hydrogen Valley. La domanda nazionale è stata stimata in un range che va da 1,7 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio nel 2030 a 6-12 milioni nel 2050, con una divisione del lavoro Nord-Sud: il Mezzogiorno produce, la pianura Padana consuma. Dentro questo sistema, il gruppo Sapio è il punto in cui la strategia europea e quella italiana si toccano.
Sapio è una società storica dei gas industriali, attiva dal 1922 e controllata al 51 per cento dalle famiglie Dossi e Colombo e al 49 per cento dall’americana Air Products. Il suo presidente, Alberto Dossi, guida anche H2IT, l’Associazione italiana dell’idrogeno, che opera in collaborazione con Hydrogen Europe, la stessa lobby che a Bruxelles contribuisce a definire i criteri con cui sono distribuiti i fondi pubblici europei.
Sapio è una società storica dei gas industriali, attiva dal 1922 e controllata al 51 per cento dalle famiglie Dossi e Colombo e al 49 per cento dall’americana Air Products
Sapio siede su entrambi i lati del tavolo: impresa che riceve sovvenzioni e voce di settore che aiuta a scrivere le condizioni a cui quelle sovvenzioni vengono assegnate. Costruisce i propri elettrolizzatori su terreni industriali già di sua proprietà – i cosiddetti siti brownfield – riducendo i tempi per le pratiche burocratiche rispetto ai concorrenti e, grazie al legame azionario con Air Products, coinvolto anche in progetti in Arabia Saudita, si prepara in parallelo a diventare un punto di ingresso per idrogeno importato dall’estero: produttore locale e futuro importatore allo stesso tempo.
I bilanci raccontano un gruppo solido ben prima che il verde diventasse una voce di ricavo. Nel 2025 il fatturato complessivo ha superato per la prima volta il miliardo di euro, complice l‘acquisizione della britannica Baywater Healthcare. La società operativa Sapio Produzione Idrogeno Ossigeno Srl ha chiuso il 2024 con 366,8 milioni di euro di fatturato e 64,4 milioni di utile netto, un margine del 17,6 per cento.
A Porto Marghera, l’impianto inaugurato a luglio 2026 conta 5 MW di elettrolizzatori, fino a 750 tonnellate annue di idrogeno: un investimento di circa 20 milioni di euro di cui 14 stanziati dal Pnrr. A Rosignano, Sapio gestisce con Solvay un elettrolizzatore da 5 MW su un sito dismesso, operativo da metà 2026, mentre a Mantova il gruppo ha rinunciato ai fondi del Pnrr per un elettrolizzatore da 10 MW per l’impossibilità di rispettare le scadenze: secondo fonti di stampa, l’idrogeno per quel territorio arriverà ora da Marghera su carri bombolai. Al momento Sapio, che abbiamo contattato, non ha voluto commentare quanto emerso dalle nostre riscostruzioni.
Il bilancio delle Hydrogen Valley: chi ha rinunciato ai fondi
Allargando lo sguardo dal singolo operatore all’intero sistema, il quadro nazionale delle Hydrogen Valley finanziate dal Pnrr conferma la stessa dinamica: molti annunci, esecuzione selettiva. A fine 2025 risultavano attivi circa 50 progetti di Hydrogen Valley, per un valore complessivo tra 454 e 565 milioni di euro, ma la spesa effettiva su alcune linee di finanziamento restava ferma intorno al 22 per cento, con nove progetti a rischio revoca e altri 6 con criticità burocratiche o forniture.
A fine 2025 in Italia risultavano attivi circa 50 progetti di Hydrogen Valley, per un valore complessivo tra 454 e 565 milioni di euro, ma la spesa effettiva su alcune linee di finanziamento restava ferma intorno al 22 per cento, con nove progetti a rischio revoca e altri 6 con criticità burocratiche o forniture
Le rinunce formali sono state numerose. Con il decreto direttoriale Mase n. 302 del 12 dicembre 2024 sono stati liberati 33,2 milioni dieuro, di cui circa 23,8 milioni già riassegnati, dopo che cinque beneficiari hanno restituito i fondi: Esselunga in Lombardia (6,7 milioni), l’Ati guidata da E.On BusinessSolutions in Friuli-Venezia Giulia (14 milioni), Ivpc 4.0 in Campania (1,5 milioni), Siram in Molise (5,3 milioni) e Anselmo in Liguria (5,7 milioni).
Altre rinunce sono arrivate da Fiume Santo e Nuove Tecno Energie in Sardegna, da Energie Techfem nelle Marche, e sono menzionate a Trento, in Abruzzo, in Basilicata e in Calabria nel report Amici della Terra di ottobre 2025. Il motivo ricorrente non è burocratico ma strutturale: mercato ancora acerbo, domanda debole, costi dell’elettricità italiana tra i più alti d’Europa, scadenze Pnrr troppo rigide per infrastrutture che richiedono anni.
Lo stesso Mase ha di fatto cancellato la misura da un miliardo di euro dedicata all’uso di idrogeno nell’industria hard-to-abate, cioè quella per cui è particolarmente difficile o costoso ridurre le emissioni di anidride carbonica, per mancanza di progetti di taglia adeguata. In Italia, insomma, non si registrano crolli clamorosi di impianti già operativi, ma un tasso alto di abbandono delle iniziative annunciate, lo stesso pattern osservato a livello europeo.
Bolzano: una filiera che funziona
Se il resto del Paese offre soprattutto annunci e rinunce, la Hydrogen Adige Valley di Bolzano è invece il controesempio: un caso in cui l’idrogeno verde è già una realtà operativa e non una slide. Il progetto guidato da Sasa, l’azienda di trasporto pubblico locale, insieme ad Alperia e alla Provincia autonoma di Bolzano, ha aperto i cantieri nell’estate 2025 su due siti industriali dismessi a Bolzano Sud, con un investimento complessivo di circa 35 milioni di euro, di cui 14 provenienti dal Pnrr.
Il cuore dell’impianto è un elettrolizzatore PEM da 2 MW, capace di circa 36 kg di idrogeno all’ora, affiancato da un parco fotovoltaico da 1,54 MW di picco – 2.106 pannelli, produzione annua stimata di 1,89 GWh – installato sopra un parcheggio coperto per autobus. L’idrogeno prodotto ha già un utilizzatore reale: circa 30 dei 370 autobus della flotta Sasa, tra celle a combustibile pure e ibridi batteria-idrogeno, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 150 mezzi a zero emissioni complessivi.
La Hydrogen Adige Valley di Bolzano funziona: l’azienda di trasporto pubblico locale utilizza l’idrogeno per alimentare circa 30 dei 370 autobus della sua flotta
La differenza rispetto al resto d’Italia, secondo il vicepresidente della Provincia Daniel Alfreider, è la profondità storica del progetto. Sasa non è partita nel 2020 sull’onda dei fondi Pnrr: il primo esperimento risale al 2012-2013, con cinque autobus a idrogeno che hanno percorso oltre un milione di chilometri ciascuno, restando in servizio quasi dieci anni.
“Abbiamo già un po’ una tradizione”, ha spiegato Alfreider, ricordando che quella prima sperimentazione ha permesso alla Provincia di affrontare per tempo nodi normativi come la sicurezza antincendio, ben prima che i bandi europei si aprissero. Secondo Alfreider è proprio questo a fare la differenza tra chi insegue un finanziamento e chi costruisce un’infrastruttura: “Si vede abbastanza chiaramente quando una persona fa una speculazione e quando invece prova davvero a costruire qualcosa”, ha detto, aggiungendo che “si capisce guardando i progetti”.
Il recovery plan non ferma i sussidi alle fonti fossili
Bolzano ha anche risolto con anni di lavoro il nodo che altrove blocca tutto: la disponibilità reale di idrogeno certificato verde. Oggi la produzione locale è alimentata da fotovoltaico dedicato e dall’idroelettrico del socio Alperia ed è, parola di Alfreider, “veramente al 100 per cento verde”, con un margine di autonomia tale da coprire anche i comuni limitrofi di Merano e Brunico tramite un trasporto interno su gomma che la Provincia stima le faccia risparmiare circa un milione e mezzo di euro rispetto alla costruzione di una nuova rete dedicata.
Per Alfreider il modello funziona perché non ha cercato di scalare velocemente e da subito : il progetto originario puntava a 4 MW già cinque anni fa, ma la Provincia ha scelto di partire da una dimensione più contenuta e crescere per gradi. “Eventualmente si può sempre arrivare a 4 MW – ha detto Alfreider – però non aveva senso partire subito con quella dimensione, ha più senso procedere per passi”.
Il caso di Bolzano dimostra un punto che nel resto della bolla europea manca quasi sempre: un impianto costruito per un utilizzatore già individuato, con una domanda reale e misurabile fin dal primo giorno di produzione, non per un mercato ipotetico da conquistare in un secondo momento.
(Fine prima parte di tre)
Questa inchiesta è stata realizzata in collegamento con Mayya Chernobylskaya, Fermin Grodira e Martin Vrba, con il supporto di JournalismFund Europe
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