Il Green Deal torna al centro dello scontro politico europeo e il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei prova sempre più a trasformarsi nel punto di riferimento di quanti chiedono una correzione profonda delle politiche climatiche varate negli ultimi anni: non l’abbandono della transizione, ma il passaggio da un approccio giudicato ideologico a uno maggiormente ancorato a competitività, sicurezza energetica e difesa dell’industria.
Il messaggio arrivato oggi dalla conferenza stampa dell’ECR a Strasburgo è particolarmente netto. Il co-presidente Patryk Jaki ha messo a confronto il differenziale dei prezzi energetici europei con Stati Uniti e Cina, sostenendo che dal 2019 al 2025 il divario si sia drasticamente ampliato e attribuendo una parte importante della responsabilità al Green Deal e all’Emission Trading System. Nella lettura di Jaki, l’Europa si sarebbe autoimposta costi che i propri concorrenti globali non devono sostenere, finendo così per indebolire la base industriale del continente.
È una posizione dura, certamente politica, ma che intercetta una questione ormai impossibile da eludere: quanto può costare la transizione ecologica senza compromettere la competitività europea?
Non a caso, nelle sue priorità per questa settimana, lo stesso gruppo ECR ha indicato esplicitamente la necessità di un «cambio di direzione», chiedendo energia affidabile e accessibile da tutte le fonti, compreso il nucleare, meno regolazione e politiche climatiche capaci di tutelare posti di lavoro, investimenti e capacità industriale. Il secondo fronte aperto oggi è quello delle materie prime critiche.
Il co-presidente italiano Nicola Procaccini ha denunciato quella che considera una grave sottovalutazione da parte della Commissione: l’Europa parla di autonomia strategica, auto elettrica, batterie, digitale e transizione energetica, ma continua a dipendere largamente dall’estero proprio per molti dei minerali indispensabili a realizzare quelle tecnologie.
E qui la critica dell’ECR trova qualche riscontro anche fuori dal terreno della polemica politica.
Pochi giorni fa Reuters ha raccontato le difficoltà di numerosi progetti europei classificati come strategici nel settore delle materie prime critiche: 23 sviluppatori hanno lanciato un appello urgente per problemi di liquidità, accesso ai finanziamenti e lentezza delle procedure, mentre alcuni progetti sono già stati sospesi. Il confronto con gli Stati Uniti, che hanno mobilitato somme assai maggiori nello stesso settore, rende il problema ancora più evidente.
È proprio su questo terreno che ECR sta cercando di costruire una propria identità economica europea.
La tesi è semplice: non basta fissare obiettivi ambientali sempre più ambiziosi se poi le tecnologie necessarie vengono prodotte altrove, utilizzando materie prime estratte fuori dall’Europa e magari con standard ambientali molto inferiori ai nostri.
In questo senso anche Nicola Procaccini, responsabile energia e ambiente di Fratelli d’Italia oltre che co-presidente ECR, negli ultimi giorni ha insistito sulla necessità di aumentare la produzione energetica europea e italiana, a partire dalle rinnovabili ma senza rinunciare, nella fase di transizione, alle fonti ancora necessarie all’economia. «L’energia non è soltanto una questione ambientale, ma anche politica industriale, competitività e sicurezza nazionale», ha osservato. È un cambio di paradigma non secondario.
Per una lunga stagione Bruxelles ha soprattutto misurato la bontà delle proprie politiche sulla velocità della riduzione delle emissioni. Oggi competitività, autonomia strategica e sicurezza energetica stanno entrando con forza nella stessa equazione.
Persino la Commissione sembra aver percepito il problema. A luglio ha proposto una revisione mirata dell’ETS dichiarando esplicitamente l’obiettivo di rafforzare la competitività industriale europea; tra gli interventi previsti figurano ulteriori quote gratuite per l’industria e maggiore flessibilità per i settori più difficili da decarbonizzare. È la dimostrazione che il dibattito non riguarda più se correggere qualcosa, ma quanto profondamente farlo.
Già a maggio Procaccini aveva chiesto una revisione sostanziale dell’ETS, avvertendo che una riduzione troppo rapida delle quote gratuite avrebbe rischiato di espellere pezzi della manifattura europea dai mercati globali. Il gruppo conservatore è tornato sul tema anche la scorsa settimana, opponendosi a un ulteriore irrigidimento della riserva di stabilità del mercato del carbonio e chiedendo che ogni revisione tenga al centro i costi per imprese e cittadini.
Nella stessa direzione si inseriscono anche alcune prese di posizione dell’eurodeputato marchigiano di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, membro della commissione Trasporti e membro supplente della commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo.
Parlando ad aprile del futuro dell’industria ferroviaria europea, Ciccioli aveva denunciato «costi troppo alti» e il rischio di un «declino industriale», collegando il problema alla perdita di competitività, alla dipendenza tecnologica e alla mancata disponibilità europea di materie prime strategiche. Il punto, dunque, va ben oltre una battaglia ideologica tra ambientalisti e conservatori.
La vera domanda da porsi, a questo punto, è quale transizione l’Europa possa permettersi.
Una transizione che produce meno CO2 in Europa ma trasferisce fabbriche, investimenti e produzione verso Paesi che utilizzano energia più economica e standard ambientali inferiori difficilmente può essere considerata un successo.
Allo stesso modo, però, sarebbe semplicistico pensare che la soluzione consista nel cancellare ogni obiettivo ambientale. La questione posta dall’ECR è diversa: rimettere industria, costi energetici, neutralità tecnologica e autonomia strategica allo stesso livello degli obiettivi climatici.
Ed è qui che il gruppo conservatore potrebbe giocare una partita politica crescente nei prossimi mesi.
Perché ciò che fino a pochi anni fa veniva liquidato a Bruxelles come resistenza alla transizione oggi trova ascolto anche in settori del Ppe, nell’industria e persino dentro la stessa Commissione, costretta a introdurre maggiore flessibilità nel sistema ETS. Dopo anni nei quali il Green Deal è stato sostanzialmente considerato intoccabile, qualcosa in Europa sta cambiando.
ECR vuole essere il gruppo che accelera questo cambiamento: non un’Europa meno attenta all’ambiente, ma un’Europa che smetta di considerare competitività e industria come variabili subordinate della politica climatica.
Perché la transizione verde può essere sostenibile soltanto a una condizione: che alla fine del percorso in Europa siano rimaste anche le fabbriche capaci di realizzarla.
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