Ai vertici del calcio italiano, dopo il terzo Mondiale consecutivo mancato, è iniziata la rivoluzione. Il nuovo presidente federale, Gianni Malagò, uomo di profonda conoscenza dello sport italiano, ha subito preso una decisione che va chiaramente in questa direzione.
Ha nominato un Direttore Tecnico, figura cruciale di collegamento tra la Federazione, il commissario tecnico della Nazionale e il settore tecnico. Per questo ruolo ha scelto un profilo di altissimo livello come Paolo Maldini. Al suo fianco c’è un altro ex campione con grande esperienza dirigenziale: il brasiliano Leonardo.
Massimo Taibi li conosce bene, avendo giocato insieme a entrambi nel Milan negli anni ’90. Flashscore ha intervistato in esclusiva l’ex portiere per conoscere da vicino Paolo e Leo, ascoltare il suo punto di vista sul futuro degli Azzurri, oltre che sul Manchester United, dove ha difeso i pali nella stagione 1999/2000, e sul nuovo Milan di Ruben Amorim.
Cosa pensa della decisione di affidare la gestione della Nazionale a Paolo Maldini e Leonardo, che avranno anche il compito di scegliere il prossimo commissario tecnico?
“Posso dirle che, portando Maldini, la Federazione ha fatto un colpo da maestro. Serve un vero uomo di calcio, con valori forti come quelli di Paolo. Leonardo è anche una persona squisita, con valori profondi proprio come Paolo; non a caso sono amici.
Ho avuto il piacere di giocare con entrambi al Milan e di frequentarli, soprattutto Leonardo: sono persone di grande cultura che conoscono il calcio internazionale in ogni dettaglio.
Finalmente sono stati scelti professionisti che lavorano con vera competenza, senza ‘nepotismi’ o i soliti legami che facevano girare sempre gli stessi nomi in Federazione. A parte la recente nomina di Gigi Buffon, il ruolo di Paolo sembra più strutturato. In passato, ai vertici c’erano sempre le stesse facce; ora il presidente Malagò ha fatto davvero una scelta intelligente.”
Quali sono i suoi ricordi del rapporto con Maldini, sia in campo che fuori? Che tipo era?
“Ho avuto il piacere di giocare due anni con Paolo, vedendolo sia da giovane che quando era più esperto. Era uno dei motori trainanti: il primo ad allenarsi al massimo, il primo a scendere in campo, a sostenerti, a darti il consiglio giusto e a motivarti.
Era un leader — non direi silenzioso, perché si faceva sentire — che però non cercava mai la ribalta a tutti i costi, ma si faceva rispettare ed era un aiuto enorme nello spogliatoio. Era davvero grande.”
E Leonardo? Ha detto che aveva un rapporto più stretto con lui fuori dal campo.
“Fuori dal campo, con Paolo non ho passato molto tempo perché la vita a Milano ti porta su strade diverse, a parte qualche cena di squadra.
Con Leonardo, invece, ci vedevamo più spesso perché abitavamo nello stesso palazzo a Milano. Andavamo insieme a Milanello e mi ha davvero colpito: è arrivato a settembre, negli ultimi giorni di mercato, e pur non parlando una parola di italiano, dopo appena due mesi lo parlava meglio di me.
Ha una mente e una cultura superiori; è un grande uomo. Entrambi si distinguono per un’umiltà incredibile; i veri campioni sono umili, e Leonardo, pur parlando tante lingue, è sempre rimasto una persona molto semplice, disponibile ed equilibrata. Anche se oggi ci sentiamo poco, ho ricordi eccezionali di entrambi.”
Conoscendo i loro caratteri, pensa che punteranno su un allenatore esperto, su un profilo giovane o si aspetta una sorpresa?
“Credo che, essendo molto competenti e soprattutto ‘puliti’ da certe dinamiche politiche, useranno la loro testa. Faranno una scelta ponderata per trovare il tecnico giusto per la Nazionale. Non so se sarà un allenatore giovane o esperto, ma una cosa è certa: agiranno senza pressioni esterne o favori politici.”
Oggi anche lei è dirigente: cosa serve alla Nazionale per tornare ai livelli che le competono?
“Prima di tutto bisogna scegliere il tecnico giusto, perché è lui che prende le decisioni e fa le convocazioni. Deve avere il coraggio di puntare sui giovani, come ha fatto Maldini di recente, e avere una visione lungimirante. Non possiamo pensare solo alla prossima partita; bisogna organizzarsi e programmare come ai tempi di Lippi, individuando i giovani giusti e facendoli crescere.
Ovviamente serve la collaborazione dei club: se i giovani non giocano, si torna al punto di partenza. Maldini e Leonardo possono portare un allenatore con questa visione e, con la loro presenza, dare una scossa a un ambiente fermo.
In Serie A ci sono troppi stranieri — bravi, ma troppi — e bisogna ricominciare a integrare più giovani. Non so se abbiano il potere di imporre regole, come avere almeno sei italiani in campo, ma qualcosa va sicuramente fatta.”
E l’idea di puntare su un allenatore straniero? Per esempio, si parla di Guardiola. Come vedrebbe questa scelta?
“Guardiola non è uno straniero: conosce il calcio italiano come pochi, ha giocato qui e parla la nostra lingua. Sarebbe un valore aggiunto perché è un profilo internazionale che conosce perfettamente la nostra cultura.
Sarebbe diverso dal portare, con tutto il rispetto, un Van Gaal, che arriverebbe senza conoscere la lingua o la cultura locale. Per allenare in Italia bisogna conoscere le nostre dinamiche, e Guardiola le conosce alla perfezione: sa come funzionano le cose e parla la lingua; sarebbe una risorsa enorme.”
Ha giocato nel Manchester United. Cosa pensa della scelta di puntare su un uomo di club come Carrick dopo anni di allenatori ‘bruciati’?
“Carrick si è guadagnato il posto con i risultati; non gli hanno fatto un favore! Lo United ha vissuto l’era Ferguson — era un genio — ma tutti sapevano che la sua uscita avrebbe lasciato un vuoto difficile da colmare. Puntare su qualcuno che ha giocato lì e conosce l’ambiente può essere la mossa giusta per ritrovare quell’identità di club. Sono stati sia bravi che fortunati a trovarlo.”
Cosa manca al Manchester United per tornare al vertice dopo tanti anni difficili?
“Il calcio mondiale è fatto di cicli. Ci sono grandi epoche, poi arriva il calo e bisogna ricostruire. C’è stato un periodo in cui l’altra squadra di Manchester, il City, ha preso il sopravvento; il Chelsea ha avuto il suo momento, ora è il turno dell’Arsenal, e anche il Manchester United si sta riprendendo. Succede anche in Italia: ci sono state le epoche del Milan, della Juve e dell’Inter. È una ruota che gira, e ora sta tornando il momento dello United.”
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