Rossi e il sogno Mondiale svanito due volte: “Fa ancora male”


In Italia, il “signor Rossi” è l’uomo qualunque per eccellenza. Ma quando quel cognome indossa la maglia degli Azzurri, il pensiero va subito a Paolo, l’eroe che ha consegnato la nazionale italiana alla leggenda vincendo il Mondiale dell’82 in Spagna.

Eppure c’è un altro Rossi, Giuseppe, a cui dei e uomini hanno impedito di lasciare il segno nella competizione più bella e prestigiosa di tutte.

Il Mondiale, dopotutto, è una vetrina spietata: le assenze di chi resta fuori pesano come macigni. È un limbo che intrappola talenti di livello mondiale costretti a guardare la festa da lontano, per una questione geografica nel caso di molti, tra cui Khvicha Kvaratskhelia, George Weah e Ryan Giggs; oppure, come nel caso di “Pepito” (il soprannome dell’attaccante italo-americano), per il crudele incrocio tra sfortuna fisica e scelte tecniche.

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Ha inseguito quel palcoscenico fino a consumarsi anima e ginocchia: fermato a un passo dal traguardo nel 2010, tagliato fuori brutalmente nel 2014. Oggi, con la lucidità di chi non ha dimenticato la ferita, si apre a Flashscore. Un viaggio intimo tra sogni infranti, talento puro e un amore profondo e folle per gli Azzurri.

Kvaratskhelia, il miglior giocatore d’Europa, non è al Mondiale. E da georgiano, è possibile che non ci sarà mai. Anche Gianluigi Donnarumma, tra i migliori portieri al mondo, non ha mai partecipato. Dal tuo punto di vista, da campione che ha mancato il Mondiale, come si sentono? Cosa significa per un calciatore sapere quanto vale ma non poter esserci? 

“Tutti vogliono misurarsi con i migliori, e il Mondiale è il palcoscenico più grande per farlo. I giocatori che hai citato provano sicuramente un senso di nostalgia quando guardano le partite: succedeva, e succede ancora, anche a me quando mi sintonizzo. Purtroppo, mancare un Mondiale fa male a livello personale a un grande campione, perché è il sogno che ogni calciatore coltiva fin da bambino.

Tuttavia, non credo che la carriera di un giocatore debba essere giudicata in base alla partecipazione o meno a questo torneo. Giocatori come Kvaratskhelia, Weah e Giggs, pur non avendo mai preso parte, sono comunque considerati tra i grandissimi della storia del calcio. Anzi, questo rende la loro carriera ancora più prestigiosa: provengono da Paesi che faticano a produrre talenti di primissimo livello, eppure sono riusciti comunque a raggiungere l’apice assoluto di questo sport”.

Rossi pressa Andrea Pirlo durante il ritiro pre-Mondiale dell’Italia nel 2010
Rossi pressa Andrea Pirlo durante il ritiro pre-Mondiale dell’Italia nel 2010ČTK / AP / ALESSANDRA TARANTINO

Nel 2010 eri nel ritiro pre-Mondiale, ma alla fine sei stato escluso. Cosa hai provato in quell’occasione? 

“Il 2010 è stata la prima grande delusione con Marcelo Lippi in nazionale. Non mi ha portato perché pensava che non fossi pronto emotivamente; era l’anno in cui avevo perso mio padre. In realtà, ero carico e motivato perché volevo giocare per lui, renderlo orgoglioso.

Poi però ricordo che Mister Lippi disse in un’intervista che uno dei più grandi rimpianti della sua carriera era non avermi portato al Mondiale. Da allora ci siamo rivisti, e lo rispetto tantissimo come uomo. Lo ringrazio sempre, perché è stato lui a farmi esordire in nazionale e a darmi fiducia in un gruppo pieno di campioni del mondo”.

Raccontami la tua storia del 2014. La stagione incredibile a Firenze, poi l’infortunio, il ritiro pre-Mondiale, l’amichevole contro l’Irlanda e l’esclusione. In mezzo, le promesse di Cesare Prandelli e un’Italia che aspettava Rossi come il nuovo Baggio. 

“È stato un anno iniziato alla grande con la Fiorentina: capocannoniere della Serie A, giocavo ad altissimo livello ed ero tornato a essere un punto fermo della nazionale. Poi, a gennaio, l’infortunio al ginocchio.

Sono riuscito a tornare in campo nell’ultimo mese di stagione, e stavo anche giocando bene. Nel ritiro della nazionale dissi al mister che lo avrei stupito con le mie prestazioni e i test fisici. E sono andati davvero benissimo, e le parole che il mister disse ad altri giocatori mi fecero credere che sarei andato al Mondiale. Ero al settimo cielo. Avevo passato mesi intensi e solitari per raggiungere quell’obiettivo.

Quando mi chiamò nel suo ufficio, avevo già un nodo allo stomaco: sapevo cosa stava per dirmi. Il mister mi ha deluso come persona… Non me lo aspettavo. Sono uscito in lacrime, ho fatto le valigie e il giorno dopo sono volato a casa, in America. È stato un momento durissimo, perché mi hanno strappato il sogno”.

C’è qualcosa nel tuo atteggiamento o comportamento che pensi ti abbia penalizzato? 

“Assolutamente no, non ho alcun rimpianto. Come ho detto, ho lavorato giorno e notte per raggiungere l’obiettivo Mondiale. Non ho mai mancato di rispetto a nessuno nella mia carriera.

Ho imparato che bisogna controllare ciò che si può controllare. Se gli altri vedono le cose diversamente, puoi comunque camminare a testa alta, perché mi sono sempre comportato nel modo giusto, senza lasciare alcun dubbio dentro di me sul mio lavoro, sia come calciatore in campo che come persona fuori”.

Hai mai avuto modo di parlare con Prandelli di quella decisione? In qualche modo hai fatto pace con quell’episodio, o fa ancora male? 

“Fa ancora male, e farà sempre male quando ripenso a quel momento. Ma ho imparato a non pensarci troppo, perché ormai è passato, e vivere nel passato è una brutta cosa. Fa parte della mia storia. E no, non ho più sentito Prandelli. Chissà, magari un giorno”.

Rossi e Cesare Prandelli
Rossi e Cesare PrandelliCARLO FERRARO / EPA / Profimedia

Come descriveresti il tuo rapporto con la maglia azzurra, considerando che sei italo-americano? 

“Ho un rapporto bellissimo con la maglia azzurra. Un sogno che si è realizzato. Mi sarebbe piaciuto avere più occasioni per indossarla, per sentire quella pressione immensa che si prova quando rappresenti il tuo Paese in tornei prestigiosi come il Mondiale e l’Europeo. Ho avuto la fortuna di giocare alle Olimpiadi e alla Confederations Cup, ma quei due tornei (Mondiale ed Europeo) sono quelli che ogni calciatore sogna di disputare.

Purtroppo, mi sono stati tolti dagli infortuni, e per questo sento sempre di avere un conto in sospeso con la nazionale”.

Allarghiamo lo sguardo: come stanno vivendo gli Stati Uniti questo Mondiale da Paese ospitante? 

“È un vero spettacolo. Sono rimasto sinceramente colpito dall’organizzazione e dalla sicurezza negli stadi e nelle città. Sono riuscito a vedere una partita dal vivo, e devo dire che lo show pre-partita è stato emozionante.

Inoltre, il coinvolgimento degli americani in tutto il Paese è straordinario. Sono molto interessati, e la loro curiosità continua a crescere… è l’argomento di cui parlano tutti! Spero che questo entusiasmo continui anche dopo il Mondiale. Finora, un Mondiale spettacolare”.

Che tipo di Mondiale sarebbe stato con te in campo? Che Italia sarebbe stata? Ci hai mai pensato? 

“Certo che ci ho pensato. Mi sono passate per la testa tantissime cose. Affrontare i migliori giocatori al mondo, segnare gol decisivi e regalare emozioni indimenticabili ai tifosi, lottare per 90 minuti e lasciare tutto sul campo insieme ai compagni… tutto questo l’ho immaginato mille volte. Ma penso sia normale per chi ha sempre sognato di giocare il Mondiale”.

Ultima domanda: secondo te, perché l’Italia manca dal Mondiale da così tanto tempo? E cosa possiamo fare per tornarci? 

“La paura di evolversi come federazione. Purtroppo, ci sono tanti che si sentono troppo comodi nelle loro posizioni di potere, e allora si dicono: ‘Perché cambiare?’. I risultati sono quelli che vediamo ora, e ora bisogna ripartire da zero e cambiare drasticamente. Ci vorranno tempo e pazienza per tornare al vertice, ma sono fiducioso. Siamo l’Italia!”.

Certe assenze nella storia del calcio fanno molto più rumore di tante presenze. Giuseppe Rossi non ha mai messo piede in campo in un Mondiale, eppure la sua eredità sfugge alla freddezza dei numeri. Resta il ritratto di un uomo che ha affrontato il destino e le scelte altrui a testa alta, senza mai tirarsi indietro, e il rimpianto eterno per un’Italia che, con lui, avrebbe forse potuto scrivere una storia completamente diversa.


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