Il saggio di Ingravalle e Scalici interroga il rapporto tra memoria pubblica, giudizio storico e tradizione filosofica: può un grande sistema di pensiero essere espulso dal dibattito culturale a causa delle scelte politiche del suo autore?
Ci sono filosofi che continuano a vivere attraverso le loro opere, e altri che sopravvivono soprattutto attraverso la loro memoria. Giovanni Gentile appartiene a entrambe le categorie. A oltre ottant’anni dal suo assassinio, il suo nome continua a suscitare un confronto che raramente resta confinato alla filosofia, perché inevitabilmente si sposta sul fascismo, sulla guerra civile italiana e sulla Repubblica Sociale. Eppure, la domanda decisiva resta un’altra: quale posto occupa oggi Gentile nella storia del pensiero italiano?
“Quel filosofo deve morire”: le domande poste dal caso Gentile
È da questo interrogativo che prende le mosse Quel filosofo deve morire di Francesco Ingravalle e Giuseppe Scalici (Idrovolante Edizioni), un volume che non si limita a ricostruire un episodio della storia nazionale, ma interroga il rapporto tra memoria pubblica, giudizio storico e tradizione filosofica. La questione di fondo è semplice e radicale: può un grande sistema di pensiero essere espulso dal dibattito culturale a causa delle scelte politiche del suo autore?
La doppia morte di Giovanni Gentile
La tesi del libro è che Giovanni Gentile sia stato ucciso due volte. La prima il 15 aprile 1944, con l’assassinio a Firenze da parte di un gruppo partigiano. Ma quella morte fu preceduta da un progressivo isolamento politico e morale dopo il 25 luglio 1943 e la scelta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Prima ancora che bersaglio fisico, Gentile divenne bersaglio simbolico di una frattura già apertasi nel Paese.
La seconda morte è quella della memoria: nel secondo dopoguerra il filosofo viene progressivamente letto quasi solo attraverso la sua adesione al fascismo, fino a rendere difficile una valutazione autonoma della sua opera. È qui che si innesta un nodo più ampio, che non riguarda solo Gentile ma il modo in cui ogni cultura costruisce il proprio canone, selezionando autori e marginalizzandone altri.
Un libro costruito su due prospettive
Il volume si articola su due registri complementari. Giuseppe Scalici ricostruisce il contesto storico che conduce all’assassinio: gli ultimi mesi di Gentile, la scelta di restare nella Repubblica Sociale, il clima della guerra civile e la progressiva radicalizzazione del conflitto. Ne emerge il ritratto di un intellettuale che, pur consapevole dell’esito ormai segnato della guerra, mantiene una coerenza personale fino alla fine.
Francesco Ingravalle affronta invece il piano propriamente filosofico. La domanda non è più soltanto come morì Gentile, ma perché il suo pensiero continui ancora oggi a essere discusso. L’attenzione si sposta così sull’eredità dell’attualismo e sulla possibilità di leggerlo oltre le contrapposizioni ideologiche del Novecento italiano.
In questa prospettiva Genesi e struttura della società viene interpretato come una sorta di testamento teorico. In particolare, la centralità del lavoro non è letta come categoria economica, ma come principio antropologico attraverso cui il soggetto si costituisce nella relazione con gli altri. Non si tratta di riproporre Gentile, ma di interrogare la possibilità che alcune sue categorie possano ancora funzionare come strumenti interpretativi del presente.
Guerra civile e memoria storica
La vicenda dell’assassinio non è comprensibile senza il contesto della guerra civile italiana successiva all’8 settembre. Il saggio di Scalici evita tanto la ricostruzione apologetica quanto quella puramente moralistica, inserendosi in un filone storiografico che ha trovato in Renzo De Felice, Emilio Gentile e Claudio Pavone alcuni dei suoi interpreti più significativi.
In questo quadro, la domanda che attraversa il libro è più ampia: è possibile comprendere una figura storica senza ridurla a simbolo assoluto di bene o male? La questione riguarda Giovanni Gentile, ma investe direttamente il modo in cui una comunità costruisce la propria memoria collettiva.
Memoria selettiva e canone culturale
Il problema si sposta così dal piano storico a quello culturale. Ogni società costruisce un proprio canone, ma il punto critico emerge quando la selezione non dipende più dalla forza delle opere, bensì dalla biografia degli autori. Nel caso di Giovanni Gentile, la filosofia è stata a lungo letta quasi esclusivamente attraverso la lente del fascismo. Questo ha prodotto uno slittamento progressivo: il dibattito sull’attualismo si è trasformato in dibattito politico, oscurando la dimensione propriamente teorica del suo pensiero.
Più che di memoria divisa, si può allora parlare di memoria selettiva: una memoria che non cancella, ma riduce la complessità delle figure storiche entro cornici interpretative già stabilite.
L’eredità dell’attualismo
La parte più originale del volume è la riflessione di Francesco Ingravalle sull’attualismo. L’obiettivo non è una riabilitazione del filosofo, categoria estranea alla filosofia, ma la verifica della vitalità di alcune sue categorie. Tra queste emerge in particolare il concetto di lavoro, inteso non come fatto economico ma come struttura costitutiva della soggettività e della vita sociale. È qui che il pensiero di Gentile viene sottratto alla sola dimensione storica per essere riaperto come possibile interlocutore teorico.
La domanda diventa allora essenziale: il passato può ancora parlare al presente senza essere filtrato esclusivamente dal giudizio politico? Se l’attualismo continua a essere discusso, significa che conserva una capacità di interrogazione che non si è esaurita.
Il dialogo con Del Noce e Campi
In questa prospettiva si collocano anche i riferimenti ad Augusto Del Noce, che riconobbe in Gentile un interlocutore inevitabile della modernità filosofica, e ad Alessandro Campi, che ha ricostruito le ragioni politiche della sua adesione alla Repubblica Sociale.
Il libro di Ingravalle e Scalici si distingue proprio perché non si limita a spiegare la morte di Gentile, ma interroga la persistenza del suo pensiero: perché continuiamo ancora oggi a discuterlo, al di là del giudizio storico?
Oltre la condanna e la celebrazione
Il volume evita due opposte semplificazioni: la riduzione di Gentile a figura esclusivamente politica e la separazione artificiale tra biografia e pensiero. Il punto decisivo è mantenere distinti il giudizio storico e quello filosofico.
La storia valuta fatti e responsabilità, la filosofia interroga idee e categorie. Quando questi piani si sovrappongono, entrambi si indeboliscono. È in questa distinzione che il libro trova il proprio equilibrio.
Restituire Gentile al dibattito filosofico
La questione non è se Gentile debba essere assolto o condannato, ma se debba continuare a essere studiato. Le grandi tradizioni culturali non cancellano i propri autori controversi: li discutono, li criticano, li reinterpretano.
Il caso Gentile diventa così un banco di prova della maturità della cultura italiana. Non si tratta di attribuirgli un ruolo privilegiato, ma di evitare che venga espulso dal confronto filosofico. Non sottrarlo alla storia, dunque, ma impedirne la riduzione a simbolo politico.
Un libro sul destino della memoria
Quel filosofo deve morire è infine un libro che interroga il rapporto tra memoria e storia. Ricorda che ogni società costruisce il proprio passato, ma non può confonderlo con esso. Una tradizione culturale si misura non dalla capacità di espellere i propri autori scomodi, ma dalla forza con cui riesce a comprenderli.
Un filosofo che continua a essere letto e discusso a oltre ottant’anni dalla sua morte non appartiene all’oblio: appartiene ancora al presente. E forse è questa la posta in gioco più profonda del volume. Non la sua riabilitazione, ma la possibilità di tornare a confrontarsi con Giovanni Gentile come con ogni grande pensatore: senza pregiudizi, senza semplificazioni, senza rinunciare alla complessità.
Perché un pensatore che continua a generare interpretazioni e conflitti di lettura è già parte viva della tradizione culturale di un Paese. Obliarlo non è mai davvero possibile. È possibile soltanto smettere di comprenderlo.
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Adriano Minardi Ruspi
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