Lo storico pensava che la figura del Vate fosse stata espunta o silenziata dalla destra, la ricerca lo portò a ricredersi: il mito del Vate è stato una presenza carsica, discontinua ma persistente che si ritrova anche nell’immaginario non conforme dai romanzi alle canzoni
Per chi lo ha conosciuto, per chi ha avuto modo di collaborare con lui, avere tra le mani uno studio postumo di Giuseppe Parlato, storico dell’età contemporanea che ha guidato con lungimiranza la Fondazione Ugo Spirito–Renzo De Felice, è come maneggiare una bottiglia con dentro un messaggio. E uno, a dirla tutta, lo ha lasciato in maniera esplicita con la dedica posta in apertura di D’Annunzio. Un mito per la destra? (Cantagalli Editore). Una prassi editoriale che non era affatto nelle sue corde. Ma, nel percorso che portò alla pubblicazione del suo ultimo libro, di fatto completato mentre conduceva una corsa surreale contro la morte (è deceduto il 2 giugno 2025 all’età di 73 anni), quelle righe assumono un valore del tutto particolare.
La dedica di Parlato alla moglie
Eccole: «Dedico questo libro a mia moglie, Giusy, novella Suor Intingola, che con la sua dedizione, dolcezza e intelligenza ha reso superabili le varie difficoltà, anche sanitarie, incontrate nel percorso del volume». Per chi non lo sapesse, Suor Intingola, al secolo Albina Lucarelli Becevello, era la cuoca del Vate, al suo servizio per vent’anni. Nei tanti biglietti che le scriveva, era questo il nomignolo affettuoso che D’Annunzio utilizzava per lei. E possiamo ben dirlo: le è andata parecchio meglio rispetto a Saverio Nitti («Cagoia»).
Il libro postumo su D’Annunzio e la destra: un lavoro intimo
Insomma, questo piccolo dettaglio ci dice tanto sull’intimità dell’uomo Parlato e su quanto la vicenda di D’Annunzio lo abbia accompagnato nello stendere un testo tutt’altro che facile, e non solo per le sue condizioni di salute. Come lui stesso rivela nell’introduzione, quando gli era stato proposto di affrontare il rapporto, all’indomani della Seconda guerra mondiale, tra la destra culturale e l’eredità di D’Annunzio, era convinto di risolvere la questione facilmente.
La tesi di partenza e gli esiti opposti
Numerosi indizi lo portavano a ritenere che, nelle fucine della destra italiana, la figura del Vate fosse stata espunta o silenziata definitivamente per ragioni ideologiche (non piaceva né ai nostalgici di Mussolini né agli evoliani) e politiche. Per una destra che viveva ai margini, era difficile ricondurre entro il proprio pantheon culturale un intellettuale il cui nome, nonostante i distinguo di chi vedeva in lui il «Giovanni Battista del fascismo», era già ufficializzato nei manuali e nelle antologie scolastiche.
Guardando più da vicino la questione, Parlato arriva a una conclusione diversa: l’ombra di D’Annunzio è stata molto più presente nella cultura della destra di quanto si sia soliti ritenere. Una presenza carsica, discontinua ma persistente, nonostante lo stesso D’Annunzio sia rimasto e resti difficilmente classificabile sul piano politico: né fascista né antifascista né altro se non sé stesso.
Il ruolo dell’impresa di Fiume
Ci sono però le eccezioni. Settori eterogenei della destra, dalle componenti più a sinistra del Movimento Sociale Italiano fino ad alcune espressioni del sindacalismo missino che trovano espressione nella rivista Pagine libere di azione sindacale, guardano all’esperienza di Fiume e alla Carta del Carnaro come a un riferimento imprescindibile.
La svolta del 1963
Il cambio di passo si ha con il 1963, centenario della nascita di D’Annunzio. Le iniziative promosse da Nicola Francesco Cimmino contribuiscono a riattivare l’interesse generale delle tante anime della destra, aprendo una fase nuova. Anche il lavoro storiografico di Renzo De Felice, estraneo alla destra politica, aiuta a definire più chiaramente la dimensione storico-politica del Vate, consentendo una lettura meno frammentaria e più strutturata della sua figura.
Un lungo processo di riavvicinamento
Parallelamente, il rapporto tra D’Annunzio e il Dopoguerra si intreccia con vicende istituzionali e culturali significative. Tra queste, la storia del Vittoriale tra il 1945 e il 1960, segnata dalla controversa presidenza di Eucardio Momigliano, contestata perché giudicata eccessivamente distante dallo spirito dannunziano. Nella stessa fase, l’attenzione per il Vate cresce assieme all’interesse manifestato dagli esuli giuliani, istriani e dalmati.
Il mito di D’Annunzio negli studi e nell’immaginario della destra
Nella ricostruzione di Parlato, questo lungo processo di riavvicinamento assume forme diverse nel tempo: dal dibattito politico-culturale alle riletture più recenti di Marcello Veneziani, che lo vuole tra i più chiari esempi dell’ideologia italiana, e di Giano Accame, fino a espressioni letterarie (come nei romanzi di Gabriele Marconi) e musicali nell’area della cosiddetta musica alternativa (Sköll). Si tratta di una costellazione eterogenea che testimonia, però, la persistenza del mito dannunziano oltre i confini della storiografia.
Una domanda per capire le traiettorie della destra del Dopoguerra
Parlato chiude il suo studio ponendo una domanda decisiva per comprendere le traiettorie della destra del Dopoguerra: quale cultura fosse necessaria, all’indomani del 1945, per elaborare la crisi seguita alla fine del fascismo. «Gentile – spiega lo storico – è stato un riferimento soprattutto perché ucciso dai partigiani. Evola invece riuscì a chiarire il senso della distruzione di un mondo retrodatando alla Rivoluzione francese la causa della fine dei valori tradizionali e, in questo, come sostenne Gianfranceschi, diede delle risposte convincenti a una cultura sbandata dalle troppe sfumature del fascismo, non più visto da destra».
Più sentimento che struttura ideologica
Di fronte a questa doppia esigenza storica e morale, quella di D’Annunzio appare una figura in parte eccentrica, perché non fornisce un impianto ideologico sistematico. «La sua – ricorda Parlato – era la mistica della bellezza applicata alla politica. Attirava ammiratori, non discepoli. Ma ciò nonostante, negli ottant’anni in cui si articola questa ricerca, in maniera carsica, complessa, a-ideologica, D’Annunzio è presente, più nel sentimento che nella struttura ideologica. Come sarebbe piaciuto a un Poeta».
Il lavoro rigoroso dei curatori
Se l’ultimo studio di Parlato è disponibile al grande pubblico – ma è probabile che esista altro materiale rimasto ancora inedito tra i tanti appunti che il professore ha lasciato in consegna – lo si deve all’impegno rigoroso dei due curatori, Simonetta Bartolini e Andrea Ungari (presidente della Fondazione Ugo Spirito–Renzo De Felice), e al contributo tecnico di Pierpaolo Naso. Un impegno che merita il ringraziamento della comunità scientifica, di tutti gli appassionati del Vate e, forse, anche dei suoi detrattori.
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Fernando Massimo Adonia
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