Dalle rotte marittime ai cavi sottomarini, passando per Artico, Africa e sicurezza energetica: in “Tempesta. Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico” il giornalista analizza le dinamiche strategiche che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali e il futuro dell’Occidente
Quattro città a latitudini diverse, un’unica tempesta geopolitica pronta a scatenarsi sull’Atlantico. E una domanda: «Il potere ha ancora un limite, oppure vince solo chi è disposto a usare la forza senza regole?». È il tema posto da Mario De Pizzo, giornalista del Tg1 e Nonresident Senior Fellow Atlantic Council, in Tempesta – Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico (Luiss University Press, 2026).
De Pizzo, nel suo libro sostiene che la geografia è tornata a guidare la politica internazionale. Guardando agli eventi di questi mesi, dalla competizione tra grandi potenze alle crisi regionali, ritiene che siamo entrati nuovamente in una fase in cui la posizione geografica, le rotte e le risorse contano più delle ideologie e dell’economia?
«Penso che sia difficile stabilire se in questo momento la geografia stia prevalendo sulla politica. Per la crisi dello stretto di Hormuz potremmo dire di sì. Però poi ha ragione anche Parag Khanna quando, in Connectography, invita a guardare alle infrastrutture e alle reti di connessione, più che ai confini fisici tra Stati, per comprendere le relazioni nel profondo. Il blocco dello stretto di Hormuz ha ridefinito le catene di approvvigionamento a livello globale e messo in crisi alleanze storiche. Alcuni partenariati non possono essere archiviati, altri invece stanno nascendo per reazione. Come il patto di Maometto, l’intesa tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan per promuovere un’architettura di sicurezza per il medio oriente, via via più autonoma dagli Stati Uniti. E Washington con il blocco di Hormuz ha colpito anche gli interessi vitali dell’Europa, compromettendone l’approvvigionamento energetico e innescando una spirale inflazionistica. Trump è così uno dei principali fattori di destabilizzazione a livello globale e la frattura dell’Occidente – che lui porta al limite – si manifesta soprattutto nell’Atlantico, che considero a questo punto il principale teatro della competizione geopolitica. E Parag Khanna ci insegna a guardare con le sue lenti, quanto Hormuz e l’Atlantico siano realmente connessi».
Proiettiamoci nel 2040, quale immagina sarà il nuovo baricentro del potere mondiale? Sarà ancora l’Atlantico, il Pacifico o assisteremo alla nascita di una geografia del potere completamente diversa, fondata su tecnologia, energia e controllo delle infrastrutture strategiche?
«Fare previsioni sul 2040 è complesso perché esistono fattori imprevedibili, primo fra tutti l’innovazione tecnologica, che ha espresso solo una minima parte del proprio potenziale. Ma il vero elemento di destabilizzazione è la crescente fascinazione per le autocrazie e il progressivo snaturamento delle democrazie. Nel libro affronto questo tema dialogando con Giuliano Amato, che definisce l’Occidente come l’idea che il potere debba sempre avere un limite. È questo principio che ha reso attrattive e stabili le nostre democrazie. Oggi, invece, assistiamo a tentativi di comprimere diritti e libertà che rappresentano un attacco a quel modello. Il baricentro del potere potrà rimanere nell’Atlantico solo se l’Occidente saprà ritrovare la propria identità fondata su democrazia e libertà. Altrimenti il centro del mondo continuerà a spostarsi verso Est. Il cambiamento climatico favorirà inoltre la presenza cinese anche nel Nord Atlantico, che resterà comunque uno dei principali teatri della competizione strategica. Se l’Occidente continuerà a scegliere modelli sempre più illiberali e a considerare le minoranze un ostacolo anziché una risorsa, cederà inevitabilmente terreno ad altri attori».
Uno degli aspetti più originali del suo libro è l’attenzione alla dimensione subacquea: cavi, fondali, sottomarini e infrastrutture invisibili. Siamo destinati a vedere la prossima grande competizione geopolitica svilupparsi soprattutto sotto il livello del mare e quanto sono preparati gli Stati a proteggere questo patrimonio strategico?
«Oggi gli Stati non sono sufficientemente preparati, anche perché la minaccia evolve continuamente. La guerra ibrida russa è già una realtà nel Baltico, nelle acque del Regno Unito e sta progressivamente interessando anche il Mediterraneo. Le società europee devono acquisire una piena consapevolezza di questa minaccia. Dal Baltico fino al Portogallo, che rappresenta uno snodo fondamentale per i cavi sottomarini e il traffico dei dati, occorre rafforzare la protezione delle infrastrutture strategiche. La Nato ha avviato nel Baltico l’operazione Baltic Sentry per monitorare e contenere la minaccia russa. Lo stesso approccio dovrebbe essere esteso con maggiore decisione anche al Mediterraneo. Italia, Spagna e Portogallo devono far comprendere ai partner dell’Alleanza che la competizione subacquea riguarda ormai anche il fianco sud».
Lei descrive l’Artico come la nuova frontiera della competizione globale. Ritiene che il progressivo scioglimento dei ghiacci ridisegnerà definitivamente gli equilibri internazionali e che, in prospettiva, anche l’Antartide possa trasformarsi da continente della ricerca scientifica a nuovo spazio di confronto geopolitico?
«Assolutamente sì. Lo dimostra il tentativo cinese, poi bloccato da Milei, di realizzare una base a Ushuaia, in Argentina. La partita dell’Antartide è già iniziata e non è un caso che la dottrina Donroe rilanciata da Trump concentri l’attenzione sul Sud America proprio per contenere l’influenza cinese. Quanto accadrà nell’Artico anticiperà ciò che vedremo in Antartide. La Cina si è autodefinita uno “Stato vicino all’Artico” e rivendica un ruolo nelle rotte polari, così come altri attori stanno cercando di ritagliarsi nuovi spazi. Lo scioglimento dei ghiacci renderà accessibili terre rare, nuove risorse naturali e superfici coltivabili, rafforzando Paesi come il Canada e modificando profondamente gli equilibri strategici. Allo stesso tempo non dobbiamo trascurare il nostro vicinato. Il Nord Africa resta essenziale per la sicurezza europea. La tesi del libro è che il Patto Atlantico, così come lo abbiamo conosciuto, si sia esaurito e debba essere ricostruito attraverso un interesse comune tra Europa e Stati Uniti nella sicurezza dei margini dell’Oceano settentrionale: il Giuk Gap, il varco tra Groenlandia, Regno Unito e Islanda a nord e il Nord Africa a sud. È qui che l’Europa deve recuperare la propria vocazione al dialogo e alla cooperazione».
Per molti anni si è detto che la globalizzazione avrebbe reso irrilevante la geografia, così come si era ipotizzata una “fine della storia”. Oggi sembra accadere il contrario: clima, migrazioni, risorse, choke points e nuove rotte stanno ridisegnando le mappe del potere. Quali saranno, secondo lei, i cambiamenti geografici più profondi che influenzeranno la politica internazionale nei prossimi decenni?
«I cambiamenti dipenderanno innanzitutto dal clima. Lo vedremo ancora di più nei prossimi anni con l’aumento delle terre coltivabili in Canada e con le profonde trasformazioni che interesseranno territori e città. Gli ultimi anni hanno anche dimostrato che la globalizzazione non è affatto superata. Nessuna politica protezionistica può cancellare l’interdipendenza delle economie, nemmeno quella tra Stati Uniti e Cina. Un altro fattore decisivo sarà l’Africa, il continente più giovane del mondo e quello con la maggiore crescita demografica. Sarà uno degli attori centrali del XXI secolo. L’Europa rischia invece di diventare una vecchia spettatrice se non saprà accelerare il processo di integrazione europea, superare il diritto di veto, costruire una vera difesa comune e ridurre le proprie dipendenze energetiche e strategiche».
Nel suo libro individua nell’Atlantico un nuovo centro della competizione globale. Oggi esiste ancora un unico baricentro geopolitico oppure il mondo è ormai multicentrico?
«Oggi il mondo è policentrico, ma soprattutto è vulnerabile. Un drone che costa poche migliaia di euro può mettere in difficoltà sistemi di difesa che valgono miliardi. Lo abbiamo visto anche con gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, capaci di incidere sul commercio mondiale con mezzi relativamente semplici. Viviamo in un disordine internazionale che rende indispensabile il ritorno al multilateralismo e a regole condivise. Le due minacce più gravi sono la diffusione delle armi autonome basate sull’intelligenza artificiale e il progressivo smantellamento degli accordi sulla non proliferazione nucleare. Un mondo che continua ad armarsi senza una strategia di pace condivisa è inevitabilmente più pericoloso. Per questo non possiamo rinunciare al vero significato dell’Occidente: società nelle quali il potere sia limitato, controbilanciato e sottoposto a organismi di garanzia, tanto a livello nazionale quanto internazionale».
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Guglielmo Pannullo
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