Caro libri: dall’autoproduzione delle dispense ad un’app virale per la vendita di testi usati. Il nostro intervento a GR1 Radio 1


L’intervista che la giornalista Maria Cristina Cusumano mi ha rivolto per i radiogiornali Rai, trasmessa nel GR1 di Rai Radio 1 delle ore 24.00 e riproposta nella mattinata successiva alle 7.30 nel GR2 di Rai Radio 2 e alle 8.00 nuovamente nel GR1 di Rai Radio 1, è stata l’occasione per affrontare un tema che, con l’avvio di ogni anno scolastico, torna inevitabilmente nelle case delle famiglie italiane: il costo dei libri di testo.

A sollecitare la riflessione è stata anche l’esperienza di BookFlow, la piattaforma gratuita realizzata da quattro giovani universitari – Giacomo Pirrone, Manuel Terranova, Valerio Mannone e Giulio Cabibbo – che facilita la compravendita dei libri scolastici usati mettendo direttamente in contatto gli studenti. Un progetto che considero particolarmente interessante non soltanto per il risparmio che può favorire, ma per la cultura che esprime: riuso, sostenibilità, iniziativa giovanile e capacità di trasformare un problema concreto in una soluzione. Da qui una domanda ulteriore, sulla quale credo che la scuola debba cominciare a misurarsi: possiamo affiancare al libro tradizionale una seria politica di autoproduzione dei materiali didattici, coinvolgendo anche gli studenti? All’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, diretto dal prof. Angelo Nasca, dove insegno, alcuni docenti e gli studenti del corso serale hanno già iniziato a muoversi in questa direzione.

Il caro-libri è uno di quegli argomenti che il calendario scolastico sembra riproporre con una puntualità quasi rituale. Arriva settembre e, insieme al ritorno in classe, tornano gli elenchi dei testi adottati, la ricerca dei volumi, il confronto fra nuove e vecchie edizioni, le prenotazioni, la verifica della disponibilità dell’usato e la necessità, per molte famiglie, di concentrare nell’arco di poche settimane una spesa considerevole, alla quale si aggiungono quaderni, materiale tecnico, dispositivi, abbonamenti ai trasporti e tutto ciò che accompagna concretamente la ripresa delle attività scolastiche.

Limitarsi, tuttavia, a considerare la questione dal punto di vista dell’aumento dei prezzi significherebbe coglierne soltanto una parte. Il problema è economico, certamente, ma è anche educativo e sociale, perché riguarda le condizioni attraverso le quali rendiamo effettivo il diritto allo studio e la capacità della scuola di interrogarsi non soltanto sulla qualità dei propri strumenti, ma anche sulla loro accessibilità.

È proprio questo il punto che ho cercato di sviluppare durante l’intervista realizzata da Maria Cristina Cusumano per i radiogiornali della Rai. Il libro rimane uno strumento importante e nessuna riflessione seria può trasformarsi in una generica contrapposizione all’editoria scolastica; nello stesso tempo, però, credo sia necessario chiedersi se il modello costruito nel corso dei decenni sia l’unico possibile e se, accanto al manuale, non possano crescere modalità diverse di accesso ai contenuti, più sostenibili economicamente e, in alcuni casi, persino più partecipative dal punto di vista didattico.

Quattro nomi dietro BookFlow: Giacomo Pirrone, Manuel Terranova, Valerio Mannone e Giulio Cabibbo

Vorrei partire proprio dai protagonisti di una delle esperienze che hanno dato origine alla discussione, perché dietro il nome di una piattaforma ci sono quattro ragazzi e ritengo importante che i loro nomi non rimangano in secondo piano: Giacomo Pirrone, Manuel Terranova, Valerio Mannone e Giulio Cabibbo.

Sono giovani universitari della Bocconi e del Politecnico, tre siciliani e uno trentino, che hanno avuto la capacità di partire da una situazione apparentemente banale – gli scaffali di casa ancora pieni dei libri utilizzati durante il liceo – per individuare una difficoltà molto più generale. Quei testi avevano ancora un valore, avrebbero potuto essere utili ad altri studenti, e tuttavia venderli attraverso i canali tradizionali appariva più complicato di quanto sarebbe ragionevole aspettarsi nell’epoca delle piattaforme digitali.

Da qui l’idea di BookFlow: costruire uno spazio al servizio della comunità studentesca nel quale chi ha terminato di utilizzare un libro possa offrirlo direttamente a chi ne avrà bisogno nell’anno successivo, senza commissioni e senza la necessità di passare attraverso intermediari. Il progetto è nato con una forte componente di autofinanziamento e con una logica che lega il risparmio economico all’economia circolare: un libro non esaurisce la propria funzione al termine dell’anno scolastico di chi lo ha acquistato, ma può continuare a produrre valore passando da uno studente all’altro.

I numeri raggiunti nei primi mesi danno la misura dell’interesse suscitato: alla piattaforma risultano collegati studenti appartenenti a oltre quattrocento scuole italiane, in un sistema che punta a rendere il passaggio dall’acquisto alla rivendita il più semplice possibile.

Non considero importante questa esperienza esclusivamente perché permette di comprare un libro a un prezzo inferiore. La trovo significativa soprattutto perché racconta una generazione di giovani capace di osservare un problema, utilizzare le competenze possedute e costruire una risposta concreta. Quando nella scuola parliamo di problem solving, competenza digitale, spirito di iniziativa, sostenibilità e imprenditorialità, dovremmo ricordare che tutte queste parole acquistano davvero senso quando diventano azione.

BookFlow è precisamente questo: quattro giovani che non hanno atteso che qualcun altro intervenisse, ma hanno deciso di provarci.

Entrare in BookFlow permette di comprendere immediatamente la logica del progetto

Ho voluto conoscere direttamente la piattaforma e percorrerne le diverse fasi, perché mi interessava comprendere se la semplicità dichiarata dal progetto trovasse effettivamente riscontro nell’esperienza dell’utente. Le schermate confermano una scelta progettuale molto chiara: ridurre al minimo i passaggi e costruire la ricerca partendo dalla realtà scolastica dello studente.

L’accesso presenta immediatamente la finalità del servizio: trovare e vendere libri scolastici all’interno della propria scuola. Il percorso di registrazione chiede quindi di individuare progressivamente regione, provincia, comune e scuola o università, facendo in modo che la ricerca non avvenga in un mercato indistinto, ma all’interno di una comunità scolastica precisa. Una volta individuato l’istituto, la piattaforma collega il codice meccanografico, richiede la classe e consente di arrivare a una configurazione sempre più aderente al percorso effettivamente frequentato.

Ho verificato personalmente questo meccanismo selezionando l’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, la scuola nella quale insegno, e proprio questa esperienza mi ha consentito di apprezzare uno degli elementi più utili della piattaforma: lo studente non è costretto a muoversi esclusivamente attraverso titoli e copertine, con il rischio di acquistare un’edizione non corrispondente a quella effettivamente adottata, ma entra in un ambiente che parte dalla sua scuola e dalla sua classe.

Successivamente è possibile ricercare i testi attraverso titolo, autore o ISBN, mentre l’area personale distingue con immediatezza i libri da comprare da quelli da vendere. Chi desidera mettere in circolazione un proprio volume può utilizzare anche la fotocamera per acquisire il codice ISBN e semplificare così l’inserimento delle informazioni; chi, invece, sta cercando un testo può entrare in contatto con il venditore attraverso la chat, formulare una proposta e concordare direttamente le modalità della transazione.

Questa struttura è coerente con l’idea originaria del progetto: eliminare il maggior numero possibile di ostacoli tra un libro che non serve più a uno studente e uno studente al quale quel libro serve ancora, mantenendo gratuito l’utilizzo della piattaforma e lasciando la transazione agli interessati. I promotori hanno costruito BookFlow proprio sulla convinzione che una maggiore circolazione dei testi possa produrre contemporaneamente un vantaggio per chi compra, un piccolo recupero economico per chi vende e una riduzione degli sprechi.

Aggiungerei un elemento che considero tutt’altro che secondario: il linguaggio dell’applicazione è quello della semplicità. Non occorre essere particolarmente esperti di tecnologia e non esiste una sequenza complicata di operazioni da apprendere. Si entra, si indica dove si studia, si cerca ciò che serve o si mette in vendita ciò che non serve più. Proprio questa immediatezza può favorire l’utilizzo da parte di una comunità ampia e differenziata.

Riutilizzare significa risparmiare, ma anche educare alla sostenibilità

Il mercato dell’usato è stato spesso interpretato quasi esclusivamente attraverso il parametro economico, mentre ritengo che abbia anche una significativa dimensione educativa. Se un libro acquistato per un anno scolastico può essere utilizzato da un altro studente l’anno successivo, e magari da un terzo ancora, stiamo prolungando la vita di un bene, evitando uno spreco e dimostrando concretamente che il valore di un oggetto non coincide con il fatto di essere nuovo.

In questa prospettiva BookFlow intercetta due questioni molto contemporanee: da un lato l’aumento della pressione economica che molte famiglie avvertono, dall’altro la necessità di educare le nuove generazioni a una cultura della sostenibilità che non rimanga confinata nelle dichiarazioni di principio.

L’economia circolare diventa molto più comprensibile quando la sperimentiamo sulla nostra scrivania. Il libro che per me ha terminato la propria funzione può diventare il manuale attraverso il quale un altro ragazzo inizierà a studiare; ciò che rischiava di rimanere inutilizzato recupera una funzione, chi compra risparmia e chi vende recupera parte della spesa precedentemente sostenuta.

È un meccanismo semplice, ma proprio per questo educativo.

L’usato non risolve, però, l’intera questione

Sarebbe ingenuo immaginare che una piattaforma, per quanto ben costruita, possa cancellare da sola il problema del caro-libri. Il mercato dell’usato incontra limiti concreti quando cambiano le edizioni, quando parte dell’offerta è legata a codici digitali personali, quando vengono modificati significativamente gli apparati degli esercizi o quando una nuova adozione sostituisce interamente il testo precedente.

Per questa ragione ritengo che BookFlow debba essere considerata una parte della risposta, non la risposta definitiva.

E proprio qui si colloca il passaggio che, durante l’intervista Rai, ho cercato di sottolineare maggiormente: se siamo capaci di rimettere in circolazione ciò che esiste già, possiamo anche cominciare a domandarci se tutto ciò che utilizziamo a scuola debba necessariamente essere acquistato all’esterno.

È una domanda differente e probabilmente più radicale, perché chiama direttamente in causa la capacità della scuola di produrre contenuti.

Il libro di testo non è il problema: il problema è immaginare che sia l’unica possibilità

Voglio essere molto chiaro su questo punto: non considero l’autoproduzione delle dispense una battaglia contro i libri di testo. Sarebbe una posizione semplicistica e, soprattutto, ingiusta nei confronti della qualità di molta editoria scolastica.

Dietro un buon manuale ci sono autori, revisori, redattori, grafici, progettisti, esperti disciplinari, apparati iconografici e risorse digitali; il libro garantisce organicità e consente allo studente di disporre di una struttura complessiva della disciplina che un insieme frammentario di materiali difficilmente potrebbe sostituire.

Ciò che dobbiamo invece superare è l’idea secondo la quale ogni segmento dell’attività scolastica debba necessariamente corrispondere a un prodotto acquistato dalle famiglie.

Esistono moduli, approfondimenti, eserciziari, mappe concettuali, percorsi interdisciplinari, attività di educazione civica e contenuti fortemente legati all’attualità per i quali la scuola può produrre direttamente materiale di elevata qualità, soprattutto quando può contare sulla competenza dei propri docenti e su strumenti digitali capaci di facilitare la redazione, l’aggiornamento e la distribuzione.

Non si tratta dunque di scegliere fra il libro e la dispensa, ma di costruire un ambiente nel quale entrambi possano avere il proprio spazio, sulla base di ciò che risulta didatticamente più efficace e socialmente più sostenibile.

Al “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico l’autoproduzione entra nella pratica didattica

Questa riflessione non nasce soltanto da una posizione teorica, perché all’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, diretto dal dirigente scolastico prof. Angelo Nasca, dove insegno, stiamo iniziando a confrontarci concretamente con questa possibilità.

In particolare, nell’ambito del corso serale, alcuni docenti, tra i quali il sottoscritto, stanno sperimentando insieme agli studenti forme di utilizzo e di costruzione di materiali autoprodotti. È un’esperienza ancora da sviluppare e consolidare, ma che considero molto significativa perché consente di verificare nella quotidianità della classe qualcosa che, sulla carta, potrebbe sembrare semplicemente una proposta economica.

Il corso serale, peraltro, rappresenta un contesto particolarmente adatto a questo tipo di lavoro, perché chi lo frequenta porta spesso nella scuola esperienze professionali, familiari e personali molto diverse da quelle degli studenti dei percorsi ordinari. I materiali devono quindi essere capaci di dialogare con ritmi di vita differenti, con conoscenze già acquisite e con bisogni formativi che non sempre trovano una risposta pienamente soddisfacente in uno strumento standardizzato.

Una dispensa prodotta all’interno della classe può essere adattata progressivamente, può includere esempi emersi dall’esperienza concreta degli studenti, può rallentare su un argomento che ha creato difficoltà, può accelerare su conoscenze già consolidate e può essere aggiornata quando la disciplina lo richiede.

Il vantaggio, dunque, non è semplicemente che costa meno: è che può corrispondere meglio a quella specifica comunità di apprendimento.

Autoproduzione non significa assemblare fotocopie

Serve, tuttavia, una precisazione fondamentale. Quando parlo di autoproduzione non penso al vecchio fascicolo costruito fotocopiando pagine provenienti da manuali diversi, pratica che oltre a risultare didatticamente discutibile può porre problemi evidenti sul piano del diritto d’autore.

Produrre un materiale significa elaborare contenuti originali: scrivere una spiegazione, costruire esempi, realizzare un eserciziario, predisporre una mappa, creare un glossario, utilizzare correttamente immagini e fonti e organizzare tutto secondo una struttura coerente con la programmazione didattica.

La gratuità, in questo senso, non può mai essere confusa con l’approssimazione.

Una dispensa autoprodotta deve essere rigorosa, scientificamente corretta, linguisticamente chiara e graficamente leggibile. Deve essere rivista e aggiornata, e soprattutto deve avere alle spalle la responsabilità professionale del docente.

Se sviluppata in questa direzione, l’autoproduzione può diventare una delle espressioni più interessanti dell’autonomia didattica.

Il vero salto di qualità avviene quando partecipano gli studenti

L’aspetto che considero maggiormente innovativo, però, è un altro: gli studenti stessi possono contribuire alla realizzazione dei materiali.

Non parlo, naturalmente, di trasferire su di loro la responsabilità scientifica, che resta del docente, ma di trasformare alcune fasi della produzione in attività di apprendimento. Una classe può contribuire alla costruzione di mappe concettuali, proporre esercizi, realizzare tabelle, selezionare esempi, elaborare glossari, costruire domande, produrre immagini originali o verificare se una determinata spiegazione risulti davvero comprensibile.

In questo modo cambia profondamente la relazione tra lo studente e il materiale didattico.

Tradizionalmente l’alunno riceve qualcosa di già concluso: un libro, una scheda, una presentazione, una verifica. Quando invece gli chiediamo di contribuire alla produzione, lo costringiamo a utilizzare la conoscenza in maniera diversa.

Per costruire una mappa deve individuare le gerarchie fra i concetti e le relazioni che li collegano; per scrivere una domanda deve aver compreso l’argomento abbastanza bene da sapere ciò che è davvero importante; per elaborare un esercizio deve conoscere il procedimento e prevedere gli errori; per sintetizzare un contenuto deve distinguere l’essenziale dal secondario.

La dispensa diventa così contemporaneamente strumento di studio e prodotto dell’apprendimento.

Produrre conoscenza per comprenderla meglio

Da docente considero questo passaggio pedagogicamente decisivo.

Possiamo chiedere a uno studente di rispondere a dieci domande e ottenere informazioni importanti su ciò che ha compreso; ma possiamo anche chiedergli di costruire due domande di qualità destinate ai compagni e osservare un processo cognitivo ancora più complesso, perché deve individuare l’oggetto del quesito, stabilire quale risposta sia corretta, prevedere alternative plausibili e verificare l’assenza di ambiguità.

Lo stesso accade quando deve spiegare un concetto a un compagno. Per riuscirci non basta ricordarlo: deve riorganizzarlo.

È proprio questo che intendo quando parlo di studente protagonista.

Non significa rinunciare alla funzione del docente; significa, al contrario, esercitarla in modo tale che l’alunno sia accompagnato verso un utilizzo più autonomo e consapevole della conoscenza.

Ed è difficile non vedere un parallelismo con ciò che hanno fatto Giacomo Pirrone, Manuel Terranova, Valerio Mannone e Giulio Cabibbo: di fronte a un problema, non si sono fermati all’utilizzo di ciò che già esisteva, ma hanno costruito qualcosa di nuovo.

La scuola può imparare dalla logica che sta dietro BookFlow

Il valore dell’esperienza di questi quattro ragazzi, a mio avviso, supera quindi la piattaforma stessa.

BookFlow ci dice che l’innovazione non coincide necessariamente con la tecnologia più sofisticata, ma con la capacità di utilizzare la tecnologia per rispondere a un bisogno reale.

La stessa mentalità può entrare nelle nostre scuole.

Di fronte a una difficoltà, possiamo limitarci a descriverla oppure domandarci quali competenze possediamo per affrontarla.

Il caro-libri è un problema? Favoriamo l’usato.

Alcuni testi non possono essere facilmente reperiti usati? Potenziamo il comodato e le biblioteche.

Alcuni materiali possono essere prodotti direttamente dalla scuola? Costruiamoli con rigore.

Gli studenti possono contribuire? Trasformiamo questo contributo in attività didattica.

Non esiste una soluzione unica, ma proprio per questo possiamo costruire una pluralità di risposte.

L’autoproduzione e il tema dell’impoverimento delle famiglie

C’è poi una questione sociale che non possiamo permetterci di ignorare. Il costo della vita è aumentato e non tutte le famiglie affrontano l’inizio dell’anno scolastico nelle stesse condizioni economiche. Per alcune, qualche centinaio di euro rappresenta una spesa gestibile; per altre, soprattutto quando i figli che frequentano contemporaneamente la scuola sono più di uno, quella cifra può diventare un problema concreto.

La scuola non può risolvere le condizioni economiche generali del Paese, ma deve almeno interrogarsi sulle conseguenze economiche delle proprie decisioni.

Questo non significa scegliere il libro meno costoso indipendentemente dalla qualità, né rinunciare a uno strumento necessario per ragioni di prezzo. Significa semplicemente inserire la sostenibilità della spesa tra gli elementi da considerare, accanto alla validità didattica, all’accessibilità, alla possibilità di riuso e all’effettivo utilizzo che si prevede di farne.

In questo senso anche una sola adozione evitabile, soprattutto nelle famiglie con più figli, può rappresentare un risparmio significativo.

Una risposta inclusiva che non obbliga nessuno a dichiarare la propria difficoltà

La possibilità di disporre di materiali gratuiti e di qualità presenta inoltre un vantaggio che considero particolarmente importante dal punto di vista dell’inclusione: non costringe nessuno studente a dichiarare la propria condizione economica.

Quando un materiale viene messo a disposizione di tutta la classe, non esiste chi lo riceve perché non può permettersi qualcosa e chi invece potrebbe acquistarlo. Tutti utilizzano la medesima risorsa.

La differenza può apparire sottile, ma non lo è. L’inclusione più efficace è spesso quella che elimina la condizione che produce la distinzione, anziché intervenire dopo per correggerla.

E un materiale autoprodotto offre anche altre opportunità: può essere presentato in versione completa o semplificata, accompagnato da una mappa, trasformato in audio, arricchito da un glossario o organizzato attraverso esercizi graduati. Diventa molto più semplice rispondere alle esigenze differenti della classe.

Dalla produzione individuale a un patrimonio della scuola

Occorre però evitare che tutto questo si trasformi nell’ennesimo lavoro individuale del docente, svolto in solitudine e disperso al termine dell’anno.

Nelle scuole italiane esiste già una quantità enorme di materiali prodotti dagli insegnanti. Ogni giorno vengono realizzate presentazioni, schede, mappe, verifiche, eserciziari e approfondimenti, ma troppo spesso queste risorse rimangono nel computer personale di chi le ha create.

Dovremmo cominciare a immaginare una dimensione diversa, nella quale i materiali migliori entrino a far parte di un patrimonio dell’istituzione scolastica, vengano revisionati dai dipartimenti, migliorati negli anni e messi a disposizione di più classi.

La stessa dispensa potrebbe crescere progressivamente: un gruppo di studenti realizza una mappa, quello dell’anno successivo la perfeziona; un docente aggiunge un esercizio, un collega rivede una spiegazione; una modifica normativa determina l’aggiornamento immediato di una sezione.

Il risultato non sarebbe un materiale statico, ma un sapere in continua evoluzione.

Una scuola che non soltanto utilizza, ma produce

È forse proprio questo il passaggio culturale che mi interessa maggiormente.

La scuola è stata a lungo pensata come luogo nel quale si utilizzano contenuti prodotti altrove: libri, software, piattaforme, materiali editoriali. Tutto questo continuerà legittimamente a esistere, ma dentro ogni scuola c’è anche una enorme capacità di produzione che spesso non riconosciamo abbastanza.

I docenti costruiscono continuamente percorsi e strumenti; gli studenti producono ricerche, immagini, presentazioni, mappe, esercizi e video; i dipartimenti possiedono competenze disciplinari; le tecnologie consentono oggi di impaginare, distribuire e aggiornare un documento con relativa facilità.

Trasformare tutto questo in un patrimonio organizzato significa fare un salto di qualità.

La scuola non diventa un editore improvvisato, ma riconosce se stessa come comunità che produce conoscenza.

Anche l’intelligenza artificiale può entrare in questo processo, purché sia governata

Oggi, naturalmente, qualunque riflessione sulla produzione dei materiali didattici deve confrontarsi anche con l’intelligenza artificiale. Gli strumenti generativi possono aiutare nella costruzione di una prima struttura, proporre esercizi, suggerire esempi, semplificare il linguaggio o creare differenti livelli di difficoltà.

Ma proprio perché questi strumenti aumentano enormemente la velocità della produzione, cresce la responsabilità del docente.

Un contenuto prodotto dall’IA non diventa vero perché è scritto bene; una fonte non diventa attendibile perché è presentata in forma plausibile; un esercizio non diventa didatticamente valido perché è stato generato in pochi secondi.

La tecnologia deve quindi essere utilizzata come supporto e mai come delega della responsabilità.

Anche questo, del resto, può diventare un insegnamento per gli studenti: imparare a usare l’intelligenza artificiale significa innanzitutto imparare a verificarla.

Non una guerra al libro, ma un ecosistema più intelligente

Il rischio di ogni discussione pubblica è finire rapidamente dentro una contrapposizione, mentre qui credo serva esattamente il contrario.

Non dobbiamo scegliere tra carta e digitale, libro e dispensa, editoria e autoproduzione, nuovo e usato.

La scuola ha bisogno di un ecosistema di strumenti.

Un buon manuale può garantire organicità.

Un libro usato può offrire lo stesso valore a un costo inferiore.

Una biblioteca scolastica può consentire il comodato.

Una dispensa può offrire aggiornamento e personalizzazione.

Una piattaforma come BookFlow può mettere in contatto domanda e offerta.

Una mappa costruita dagli studenti può trasformarsi in attività didattica.

L’innovazione consiste nel saper scegliere lo strumento giusto in relazione all’obiettivo, anziché immaginare che uno solo debba rispondere a tutto.

Il caro-libri non può continuare a essere un’emergenza di settembre

Esiste infine un problema di tempi. Ogni settembre discutiamo del costo dei testi quando ormai le adozioni sono state effettuate e le famiglie devono acquistare. Poi l’attenzione diminuisce e la questione torna puntualmente dodici mesi dopo.

Se vogliamo intervenire in maniera strutturale, dobbiamo cominciare a lavorare prima.

I dipartimenti possono interrogarsi sull’effettivo utilizzo dei manuali; le scuole possono potenziare il comodato; le biblioteche possono essere organizzate meglio; le famiglie possono essere informate sulle opportunità dell’usato; gli studenti possono essere educati a mantenere i libri in condizioni che ne permettano la rivendita; le risorse autoprodotte possono essere progettate durante l’anno e non improvvisate alla vigilia delle lezioni.

In altre parole, la questione del caro-libri deve passare dalla logica dell’emergenza a quella della progettazione.

Quattro giovani e una lezione che riguarda anche noi adulti

Per questo desidero tornare, in conclusione, ai nomi dai quali siamo partiti: Giacomo Pirrone, Manuel Terranova, Valerio Mannone e Giulio Cabibbo.

Il loro progetto nasce da un’esperienza quotidiana e da un ragionamento molto semplice: migliaia di libri ancora utilizzabili rimangono nelle case mentre altrettanti studenti devono acquistarli. Mettere in relazione queste due realtà significa restituire valore a ciò che esiste già, ridurre i costi e limitare gli sprechi. È questa la logica con cui BookFlow è stata costruita e che oggi le consente di coinvolgere studenti di centinaia di scuole.

Ma credo che la lezione vada oltre il loro progetto.

Ci ricorda che i giovani possono essere produttori di innovazione e non soltanto utenti di servizi progettati dagli adulti; ci ricorda che una difficoltà concreta può diventare il punto di partenza di un’idea; ci ricorda che sostenibilità economica e sostenibilità ambientale possono procedere insieme e, soprattutto, ci invita a guardare ai nostri studenti con aspettative più alte.

È la stessa logica che vorrei progressivamente vedere crescere anche nella produzione dei materiali scolastici.

All’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, sotto la direzione del prof. Angelo Nasca, con alcuni colleghi e con gli studenti del corso serale abbiamo iniziato a percorrere questa strada. Non per sostituire ideologicamente il libro di testo, ma per comprendere quali materiali possano essere costruiti direttamente, quali vantaggi questo possa produrre e quanto gli studenti possano diventare partecipi della loro realizzazione.

La domanda, allora, non è se il libro debba scomparire: non è questa la direzione che auspico.

La domanda è se la scuola contemporanea possa continuare a considerarsi soltanto consumatrice di contenuti oppure debba riscoprire anche la propria capacità di produrre, organizzare, aggiornare e condividere conoscenza.

BookFlow dimostra che un gruppo di giovani può trasformare vecchi libri fermi su uno scaffale in una rete di opportunità. La scuola può fare qualcosa di analogo con l’enorme patrimonio di competenze che possiede al proprio interno, mettendo insieme docenti e studenti, materiali editoriali e risorse aperte, tradizione e innovazione.

Non si tratta di spendere meno rinunciando alla qualità, ma di spendere meglio e, quando possibile, di costruire direttamente ciò che può essere costruito con altrettanta qualità.

Non si tratta di indebolire il libro, ma di evitare che l’accesso alla conoscenza dipenda esclusivamente dalla capacità economica di acquistarlo.

Non si tratta, infine, di affidare agli studenti il compito del docente, ma di dare loro la possibilità di sperimentare cosa significhi partecipare realmente alla costruzione del sapere.

È qui che una riflessione nata dal caro-libri può trasformarsi in una riflessione sul futuro della scuola: una scuola più sostenibile perché riusa, più equa perché rende accessibili gli strumenti, più innovativa perché produce, e più educativa perché riconosce nei propri studenti non soltanto destinatari della conoscenza, ma persone capaci di contribuire alla sua costruzione.


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