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Secondo Northern Trust, il 69% dei gestori con masse fino a 500 miliardi di dollari prevede di trasferire attività in altre sedi nei prossimi due anni: erano solo il 6% nel 2024. Intanto arretrano consolidamento dei sistemi e investimenti tecnologici
La corsa all’efficienza nell’industria dell’asset management sta cambiando direzione. Per sostenere strategie di investimento più complesse e pressione sui margini senza far crescere eccessivamente i costi fissi, le società di gestione guardano infatti con sempre maggiore interesse alla possibilità di spostare parte delle attività verso sedi a minor costo. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di Northern Trust, secondo cui l’offshoring rappresenta ormai la principale strategia di contenimento degli oneri indicata dai manager del settore per i prossimi due anni. Una tendenza alla quale si accompagnano l’arretramento degli investimenti tecnologici e il ritardo nel consolidamento dei sistemi.
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Offshoring in forte accelerazione
La survey, condotta su un campione di senior executive che va dall’Europa all’Asia-Pacifico fino al Nord America e all’Africa, rivela come il 69% dei dirigenti intervistati dichiari di voler ricorrere all’offshoring per ridurre i costi nel prossimo biennio. Un dato che segna un cambio di passo netto rispetto al 2024, quando soltanto il 6% del campione prevedeva di utilizzare questa leva, e che viene interpretato dalla stessa Northern Trust come il rifletto dell’esigenza di aumentare la leva operativa senza far crescere proporzionalmente la struttura dei costi. Per i gestori di maggiori dimensioni, il trasferimento di alcune attività può infatti consentire anche di accedere a bacini più ampi di talenti e a una capacità organizzativa più flessibile. La strategia non è però alla portata di tutti, con le società piccole o anche medie che non necessariamente dispongono della flessibilità geografica e delle risorse necessarie per sostenere le spese iniziali e i rischi legati alla transizione.
Il capitale umano resta il costo da aggredire
Secondo Ryan Burns, co-autore del report e head of Asset managers and Private markets for the Americas di Northern Trust, l’entità dell’incremento negli ultimi due anni è stata in parte sorprendente proprio perché questa soluzione richiede di unire scala a “flessibilità geografica e investimenti iniziali”. La composizione del campione aiuta però a spiegare il fenomeno: non solo il 64% dei rispondenti gestisce più di 51 miliardi di dollari di AuM, una dimensione che può rendere più sostenibile il ricorso a strutture offshore, ma la scelta di privilegiare questa soluzione rispetto ad altre forme di efficientamento riflette il peso del capitale umano per l’industria. Burns interpreta cioè la predilezione per questa soluzione rispetto ad automazione e tecnologia come il segnale che il principale onere, che però è anche tra i principali fattori di valore e differenziazione, sono le persone. Da qui la necessità di intervenire direttamente sul costo del lavoro, indicato dall’esperto come una priorità superiore rispetto ai guadagni di efficienza ottenibili attraverso l’innovazione.
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Tecnologia ancora centrale, ma perde terreno
L’automazione non esce comunque dalla strategia dei gestori. Il 52% degli executive prevede di ricorrere nei prossimi due anni a interventi tecnologici o di automazione per contenere i costi, anche se si tratta di una quota in calo rispetto al 60% del 2024. Northern Trust lega questa dinamica al tentativo dell’industria di ridurre gli interventi manuali, rafforzare i controlli e costruire modelli operativi più scalabili. L’affermazione di intelligenza artificiale e strumenti cloud ha ulteriormente alimentato questo processo, aumentando però al tempo stesso le aspettative sulla capacità di esecuzione delle società. Il dato suggerisce quindi che l’innovazione continui a rappresentare una componente importante della trasformazione operativa, ma senza essere più considerata sufficiente in se stessa per affrontare la pressione sui costi.
Cresce anche l’outsourcing
Un’altra leva in aumento è il ricorso all’outsourcing delle attività non core, con la quota di chi lo indica come strategie per i prossimi due anni in salita dal 27% al 42%. Per i gestori di dimensioni piccole e medie, viene osservato da Northern Trust, questa soluzione può infatti rappresentare una strada più facilmente percorribile rispetto all’offshoring: affidare all’esterno funzioni non strategiche consente infatti di trasformare costi fissi in variabili e di accedere a competenze specialistiche senza doverle costruire internamente. Anche in questo caso, la logica è quella di concentrare risorse o capitale umano sulle attività considerate maggiormente distintive e lasciare ai fornitori quelle per cui l’internalizzazione presenta un rapporto costi-benefici meno favorevole.
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Il consolidamento dei sistemi perde appeal
Il movimento più netto in senso opposto riguarda invece il system consolidation. La quota di executive che lo indica tra le prerogative per ridurre i costi è infatti quasi dimezzata, passando dal 66% nel 2024 al 32% nel 2026. Un problema che Burns attribuisce anche alla proliferazione di piattaforme e provider dalle funzioni comparabili, fenomeno in grado di aumentare i costi e la complessità della supervisione, e ai processi di crescita per acquisizioni. “Fusioni e acquisizioni hanno lasciato in molte società più sistemi destinati ad assolvere gli stessi scopi”, spiega. La razionalizzazione può quindi offrire ancora margini di risparmio, soprattutto intervenendo sulle ridondanze. Consolidare su un unico sistema attività come trading o accounting permette quindi, secondo Northern Trust, non soltanto di efficientare l’organizzazione ma anche di semplificare i modelli operativi e quelli di gestione dei dati.
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