Supply chain: sostenibilità e resilienza come vantaggio competitivo


Non solo KPI e rendicontazione per rispondere agli obblighi normativi: nelle filiere produttive sostenibilità, resilienza e autonomia strategica sono concetti sempre più interconnessi e la gestione strategica di questi aspetti può creare valore per tutte le imprese coinvolte. Questi temi sono stati al centro del seminario “Sustainable and Resilient Supply Chains, Strategies for a Changing Global Landscape” che si è tenuto il 16 settembre a Milano, in occasione della Euronext Sustainability Week, manifestazione che ha visto oltre 30 eventi e più di 100 relatori e di cui ESGnews.it è media partner. 

La premessa alla base degli interventi è che il mondo della produzione globalizzato a cui eravamo abituati fino a circa 10 anni fa, quello in cui le aziende decidevano gli acquisti in funzione quasi esclusiva della variabile prezzo con una logica di efficienza pura e di produzione just in time, non esiste più. Oggi conta la capacità di garantire l’approvvigionamento di risorse critiche e questo ha messo in moto imponenti trasformazioni: dal reshoring per ridurre il rischio di dipendenza da paesi lontani e instabili all’investimento in nuove tecnologie per limitare l’impatto sull’ambiente e migliorare controllo e sicurezza.  Insomma, l’approvvigionamento delle risorse non è più solo un compito amministrativo di gestione dei contratti di fornitura ma una vera e propria leva strategica per il successo delle grandi aziende che mira a includere oltre alle pmi della supply chain anche istituzioni finanziarie e pubbliche e una galassia sempre più ampia di stakeholder. 

Le sfide della supply chain in un contesto globale in trasformazione

“Per Leonardo, sviluppare una supply chain sostenibile, resiliente e competitiva è una componente essenziale della strategia di crescita. Gli obiettivi del nostro Piano Industriale richiedono di rafforzare non solo la nostra capacità produttiva, ma quella dell’intero ecosistema dei fornitori, costruendo filiere capaci di assorbire gli shock e garantire continuità, qualità e affidabilità. Sostenibilità e resilienza non sono quindi vincoli separati dalla competitività, ma leve per ridurre i rischi e creare valore nel lungo periodo. Nel nostro ruolo di capofiliera, vogliamo accompagnare i nostri partner, a partire dalle PMI, in un percorso di crescita condiviso, rafforzando competenze, capacità industriali e collaborazione lungo tutta la catena del valore.” ha spiegato Paolo Rostirolla, Vice President Sustainable Supply Chain di Leonardo, gruppo industriale italiano leader globale nei settori dell’aerospazio, difesa e sicurezza. La supply chain, ha sottolineato Rostirolla, è un hot spot in termini di impatti e rischi ESG e un ecosistema di fornitori (che per Leonardo conta circa 11.000 aziende a livello globale, per l’81% doemstiche) resiliente, solido e scalabile è una condizione essenziale per l’esecuzione del Piano Industriale.

Il contributo strategico delle PMI per la resilienza delle filiere 

Sulla maggiore coesione di tutti gli attori coinvolti per favorire una sostenibilità reale, ad esempio per fare diventare realtà progetti di economia circolare, è intervenuto Luigi Cologni, Ceo di Neodecortech, azienda italiana che produce superfici decorative per i settori dell’interior design, dell’arredamento e dei pavimenti, che ha illustrato l’impegno della società per rendere il proprio modello produttivo sempre più resiliente anche con un impianto per il recupero energetico di residui di lavorazione: “Quando si parla di investimenti volti al rafforzamento della filiera, soprattutto quando si parla di creare maggiore autonomia energetica, il ruolo del pubblico non dovrebbe limitarsi agli incentivi, ma estendersi alla capacità di accompagnare i progetti e favorire il dialogo con il territorio. Nel nostro caso parliamo di un intervento che consentirebbe di ridurre le emissioni dello stabilimento da circa 2.200 a 1.200 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, eliminare oltre cento camion dalla strada e recuperare scarti che oggi rappresentano un costo. L’investimento è autorizzato e sostenibile anche dal punto di vista finanziario, ma è fermo da anni per le difficoltà emerse a livello locale. In una fase segnata dalla crisi energetica, credo che le istituzioni debbano contribuire ad accelerare questi percorsi, aiutando imprese e territori a trasformare gli scarti da problema a risorsa.”

Giovanna Zacchi, Head of ESG Strategy, BPER ha illustrato il ruolo delle banche come traino della transizione, energetica ma non solo, per le piccole e medie imprese che, in una realtà come BPER, rappresentano circa il 95% della clientela. L’obiettivo delle istituzioni finanziarie è accompagnare la clientela in questa transizione con prodotti e servizi ad hoc, come i sustainability linked loan.  Sugli strumenti di finanza green (cioè con agevolazioni legate a determinati KPI) gli spunti di riflessione non mancano: dal tema della misurabilità degli indicatori alla capacità del mercato di accogliere queste soluzioni. Per le aziende di piccole dimensioni, infatti, vengono strutturate offerte sostenibili con il supporto di advisor per fornire la finanza adeguata. Senza dimenticare che puntare sulla resilienza e la continuità operativa delle imprese riduce il rischio di default e migliora i rating, favorendo il finanziamento delle attività imprenditoriali.

Capitale naturale e risorse critiche: rischi e opportunità per le filiere

Alla base della competitività delle aziende vi è sempre più il capitale naturale, cioè l’insieme delle risorse naturali della Terra, viventi e non, da cui dipende la vita umana e l’economia. Come il capitale economico produce valore e risorse che la società deve usare in modo sostenibile, senza intaccare la riserva di base. La distinzione tra temi ambientali ed economici però diventa sempre più labile. La scarsità d’acqua che ha ridotto la portata di fiumi come il Reno o il Po rappresenta senz’altro una grave criticità ambientale ma mette in discussione anche la sopravvivenza di settori economici dipendenti da quei corsi d’acqua come quelli legati alla navigabilità o le filiere agroalimentari. Inoltre occorre fare attenzione a distinguere tra costi di approvvigionamento delle risorse (quello dell’acqua è ancora contenuto) e valori generati dall’utilizzo della risorsa (come per esempio i datacenter) ha fatto notare Francesco Sala, Vice President Equity Research, Banca Akros. Il cambiamento in atto nel mondo produttivo che sta accorciando le catene produttive fa aumentare anche la domanda di capitali per realizzare gli investimenti per le transizioni in atto (energetiche, tecnologiche…), facendo crescere il costo del capitale rispetto al passato.

 Il concetto di fornitura è cambiato passando dalle filiere lineari (rappresentate dal ciclo estrazione, produzione e smaltimento) a quelle circolari in cui le risorse rimangono il più a lungo possibile nel ciclo e in cui l’economia circolare gioca un ruolo fondamentale: basti pensare allo sfruttamento delle cosiddette miniere urbane con la valorizzazione di rifiuti elettronici. Questo vuol dire anche dare il giusto peso alla crescente connessione tra filiere produttive, è il caso (non unico) dell’agricoltura che dipende dai fertilizzanti, dall’energia e da materie prime critiche su cui pesano le instabilità geopolitiche. La tecnologia è il fattore abilitante del cambiamento e alle grandi aziende a capo delle filiere spetta anche il ruolo di guidare il cambiamento tecnologico necessario nelle aziende della filiera non ancora mature. I fornitori di tecnologia non possono più limitarsi ad essere fornitori della singola tecnologia, ha concluso Massimo Di Amato, Sustainable Materials & Circular Solutions Senior VP, Nextchem, Maire, gruppo focalizzato sulla chimica verde e sulla transizione energetica.

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