Il Pnrr ha cambiato la mappa dell’edilizia scolastica italiana, finanziando nuovi nidi, scuole dell’infanzia e interventi di riqualificazione attesi da anni. Ma l’apertura dei cantieri e la consegna degli edifici rappresentano soltanto una parte del lavoro.
La sfida che ora si presenta ai Comuni riguarda la vita quotidiana di quelle strutture: assumere educatori, sostenere le bollette, garantire la manutenzione, organizzare mense e trasporti, assicurare servizi inclusivi e di qualità.
È il nodo posto da Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e delegata ANCI a Istruzione, Politiche educative ed edilizia scolastica, alla vigilia del nuovo anno scolastico. In una intervista pubblicata sul sito dell’ANCI, Carnevali richiama l’attenzione sul passaggio più delicato: trasformare gli investimenti straordinari in servizi pubblici durevoli, senza scaricare sulle amministrazioni locali costi che non possono sostenere da sole.
Nuove scuole e nuovi nidi: il Pnrr ha aperto una stagione diversa
Il raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza nel campo dell’edilizia scolastica viene indicato come un risultato importante. Comuni e Città hanno dovuto muoversi in tempi rapidi, gestendo progettazioni, procedure, gare e lavori in un quadro spesso complesso. Il risultato, sottolinea Carnevali, è visibile nei territori: più spazi educativi, edifici migliori e un ampliamento dell’offerta rivolta alle bambine, ai bambini e alle loro famiglie.
Il punto, però, è che un edificio nuovo non coincide automaticamente con un servizio funzionante. Una scuola o un asilo hanno bisogno di personale qualificato, di strumenti didattici, di pulizia, di manutenzioni ordinarie e straordinarie, di consumi energetici coperti. Servono inoltre modelli pedagogici aggiornati, capaci di rispondere ai bisogni delle famiglie e ai cambiamenti sociali.
Il Pnrr ha reso possibile un salto di scala negli investimenti. Ora, secondo l’ANCI, deve iniziare una seconda fase: quella delle risorse di parte corrente. Senza finanziamenti continuativi, il rischio è che l’aumento dell’offerta educativa si traduca in un aggravio strutturale per i bilanci municipali, già messi alla prova da molte altre funzioni essenziali.
I 150 mila posti da rendere effettivamente accessibili
Tra i numeri più rilevanti figurano i circa 150 mila nuovi posti previsti tra nidi e scuole dell’infanzia. È una prospettiva che può incidere in modo concreto sull’accesso ai servizi per la prima infanzia, sull’occupazione femminile e sulla possibilità per molte famiglie di conciliare cura, lavoro e vita quotidiana.
Ma quei posti devono poter essere aperti e mantenuti nel tempo. Carnevali avverte che, conclusa la stagione dei fondi straordinari, i Comuni potrebbero dover affrontare costi aggiuntivi senza un corrispondente sostegno da parte dello Stato. Per questo la richiesta è chiara: prevedere un’adeguata copertura dei costi di gestione, evitando che le differenze di bilancio tra enti locali producano nuove distanze nell’accesso ai servizi educativi.
Il tema non riguarda soltanto i conti pubblici. Quando un nido non riesce ad aprire tutte le sezioni disponibili per mancanza di personale o risorse, le conseguenze ricadono direttamente sulle famiglie. E quando le rette diventano troppo elevate o i posti restano insufficienti, il diritto all’educazione nella prima infanzia rischia di diventare dipendente dal luogo in cui si vive.
Personale educativo, il problema che può frenare l’offerta
La carenza di educatrici, educatori e figure professionali specializzate rappresenta una delle criticità più immediate. Aumentare gli spazi senza poter contare sulle persone necessarie per farli vivere rischia di creare un collo di bottiglia proprio nel momento in cui l’offerta dovrebbe crescere.
Secondo la delegata ANCI, occorrono misure in grado di rendere il lavoro educativo più attrattivo, accompagnate da percorsi di formazione e reclutamento più efficaci. Ma non basta aumentare la disponibilità di professionisti: è indispensabile che i Comuni possano sostenere nel tempo il costo del personale, senza essere costretti a scegliere tra servizi educativi e altre funzioni fondamentali.
La scuola, in questa prospettiva, non è soltanto un luogo di istruzione. È una rete che coinvolge insegnanti, educatori, assistenti, operatori della mensa, personale tecnico e amministrativo. Ogni anello è necessario per garantire alle famiglie un servizio affidabile e per assicurare agli studenti un ambiente sicuro, accogliente e inclusivo.
Caldo, consumi e sicurezza: l’edilizia scolastica torna centrale
Le temperature elevate registrate negli ultimi periodi hanno reso ancora più evidente un altro tema: la fragilità di molti edifici scolastici rispetto agli effetti della crisi climatica. Aule troppo calde, impianti datati, insufficiente isolamento termico e consumi energetici sempre più pesanti sono problemi che incidono sulla qualità della didattica e sulla salute di chi vive ogni giorno gli spazi scolastici.
Per Carnevali, l’edilizia scolastica deve tornare stabilmente nell’agenda politica nazionale. Non può essere affrontata soltanto attraverso bandi occasionali o interventi emergenziali, né può dipendere esclusivamente dalle possibilità finanziarie dei singoli enti. La richiesta è quella di una strategia nazionale, con una programmazione pluriennale rifinanziata e risorse dirette a Comuni e Città metropolitane per l’efficientamento energetico delle scuole.
Investire in edifici più efficienti significa ridurre sprechi e costi, ma anche rendere le strutture più vivibili durante tutto l’anno. È una scelta che unisce sostenibilità ambientale, qualità dei servizi e tutela dei bilanci locali.
Servizi scolastici e inclusione: il rischio delle disuguaglianze territoriali
Accanto alle strutture e al personale, resta aperta la questione dei servizi che accompagnano il percorso scolastico: libri di testo, trasporto, refezione, assistenza all’autonomia e alla comunicazione per gli studenti con disabilità, interventi contro la dispersione e misure di contrasto alla povertà educativa.
I Comuni, ricorda Carnevali, garantiscono ogni giorno queste prestazioni a fronte di risorse nazionali spesso insufficienti. Il rischio è che la qualità dei servizi disponibili dipenda sempre di più dalla capacità finanziaria dell’ente locale. Una condizione che può amplificare le disuguaglianze tra territori e mettere in discussione l’uniformità dei diritti.
La richiesta avanzata dall’ANCI è dunque una richiesta di equilibrio istituzionale: se l’istruzione e l’inclusione sono diritti fondamentali, devono essere garantiti in modo omogeneo. Non può essere il Comune di residenza a determinare quanto una famiglia riceverà in termini di sostegno, opportunità e qualità dei servizi.
Il nuovo anno scolastico si apre quindi con una domanda che va oltre il Pnrr: dopo aver costruito e riqualificato, il Paese saprà assicurare alle nuove strutture le risorse necessarie per restare aperte, accessibili e davvero utili? Per i Comuni, la risposta passa dalla prossima legge di Bilancio e dalla scelta di considerare la scuola non una spesa da comprimere, ma un’infrastruttura sociale essenziale.
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