le chiavi del trionfo e i talenti destinati al grande volley



L’Italia Under 18 femminile ha conquistato il titolo europeo con pieno merito e, al di là del prestigio del risultato, ha lasciato una sensazione ancora più significativa: quella di una squadra già strutturata, con una precisa identità tecnica e tattica, capace di crescere durante il torneo fino a dominare la finale contro la Turchia, l’unica formazione che era riuscita a batterla nella fase a gironi. Il successo di Riga non nasce infatti da una semplice superiorità atletica o da qualche individualità fuori categoria, ma da un percorso di maturazione collettiva che ha permesso alle ragazze di Stefano Gregoris di trasformare ogni difficoltà in un passaggio di crescita, arrivando all’ultimo atto nella versione migliore di sé.

Il primo elemento che salta agli occhi analizzando il cammino azzurro è la qualità del sistema muro-difesa. Per tutta la manifestazione l’Italia ha costruito le proprie vittorie partendo dalla fase break, togliendo progressivamente fiducia alle avversarie. I numeri raccontano di un dominio costante sotto rete: 9 muri contro l’Islanda, 12 con la Repubblica Ceca, altri 12 contro Belgio e Polonia, 16 contro la Lettonia, 16 con la Spagna, addirittura 22 nella sfida del girone contro la Turchia e 12 sia in semifinale sia nella finale. Non è stata soltanto una questione di fisicità, ma soprattutto di lettura del gioco, organizzazione e perfetta collaborazione fra muro e difesa.

La capacità di adattarsi alle partite è stata probabilmente la qualità che ha fatto la differenza. Contro Islanda e Lettonia il divario tecnico era evidente, ma con Repubblica Ceca, Belgio, Spagna e Turchia le azzurre hanno dovuto trovare soluzioni diverse. Emblematica la rimonta contro la Spagna, quando, dopo aver ceduto il primo set, l’Italia ha aumentato l’intensità al servizio, ha sistemato il muro e ha ritrovato fluidità nella distribuzione offensiva, dimostrando una maturità sorprendente per una formazione Under 18.

Grande merito va anche al lavoro di Stefano Gregoris, che ha costruito una squadra nella quale nessuna giocatrice era indispensabile ma tutte erano importanti. La gestione delle rotazioni e dei cambi è stata uno degli aspetti più convincenti del torneo. La sconfitta al tie-break contro la Turchia nel girone non ha creato insicurezze, ma è diventata un punto di partenza: nella finale le azzurre sono scese in campo con un piano tattico diverso, limitando i punti di forza delle turche e imponendo fin dall’inizio il proprio ritmo.

Dal punto di vista individuale, questa nazionale presenta numerosi prospetti di altissimo livello. La regista ha dato velocità e ordine alla manovra, distribuendo il gioco con personalità anche nei momenti più delicati. L’opposta è stata il principale riferimento offensivo nelle situazioni di palla alta, mentre le schiacciatrici hanno garantito un equilibrio raro fra ricezione, difesa e attacco. Al centro della rete, invece, le centrali azzurre hanno dominato grazie alla loro efficacia sia a muro sia nei primi tempi, diventando uno dei marchi di fabbrica della squadra.

Un altro elemento determinante è stata la profondità della rosa. Le giocatrici entrate dalla panchina hanno mantenuto elevato il livello tecnico e agonistico della squadra, consentendo allo staff di gestire energie e situazioni tattiche senza alcun calo di rendimento. È una caratteristica che distingue questa Italia da molte rivali, spesso molto dipendenti da una o due individualità.

Tra le individualità di maggiore prospettiva spicca senza dubbio Lisa Monari Gamba, premiata come MVP dell’Europeo. Non è stata soltanto una delle migliori realizzatrici della squadra, ma la giocatrice capace di incidere nei momenti decisivi grazie a personalità, completezza tecnica e continuità di rendimento. Ha saputo alternare colpi di potenza a soluzioni intelligenti, dimostrando una maturità superiore rispetto all’età. Alessia Manda ha confermato di possedere tutte le qualità della palleggiatrice moderna. Premiata come miglior regista della manifestazione, ha gestito con grande lucidità il ritmo offensivo, distribuendo il gioco con velocità e valorizzando tutte le attaccanti. Alla qualità tecnica ha abbinato anche un importante contributo a muro e una leadership sempre crescente nel corso del torneo.

Bianca Legrenzi è stata una delle grandi certezze del torneo. Eletta miglior centrale, ha dominato soprattutto nella fase muro-difesa, fondamentale che ha rappresentato il marchio di fabbrica dell’Italia. Oltre alla presenza sotto rete, ha garantito continuità anche nei primi tempi, diventando un riferimento costante per la distribuzione di Manda. Tra le schiacciatrici, Giulia Faleschini ha impressionato per equilibrio e completezza. Il riconoscimento di miglior schiacciatrice dell’Europeo certifica un torneo giocato con grande continuità sia in ricezione sia in attacco, qualità che fanno di lei una giocatrice moderna e già pronta per confrontarsi con livelli superiori.

Anita Tessariol, pur senza ricevere premi individuali, è stata probabilmente il terminale offensivo più esplosivo della squadra. In finale ha chiuso con 18 punti, risultando spesso l’arma decisiva nei momenti più delicati. La sua capacità di mettere palla a terra nelle situazioni di palla alta la rende una delle prospette più interessanti dell’intera generazione. Molto positiva anche la crescita di Marina La Tella, che nel corso del torneo ha conquistato spazio diventando una pedina fondamentale soprattutto per qualità a muro e rapidità nei primi tempi, mentre Elisa Grossi, pur in un ruolo meno appariscente come quello di libero, ha garantito equilibrio e sicurezza alla seconda linea con una continuità di rendimento determinante.

Alle loro spalle si è vista anche una panchina di assoluto livello, con giocatrici come Zoe Airhienbuwa, Giulia Gordon, Giorgia Cantoni, Fatima Boufandar, Asia Russo, Rebecca Gibelli e Martina Cervi, che ogni volta sono state chiamate in causa hanno mantenuto alto il livello della squadra. È forse proprio questa profondità dell’organico il segnale più incoraggiante: l’Italia non sembra avere soltanto quattro o cinque talenti, ma un’intera generazione sulla quale costruire il futuro della Nazionale maggiore.


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 Enrico Spada

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