#Finsubito news – Dalla raffineria al distributore, le vie per contenere i prezzi


Ora che l’Italia è impattata da una tempesta perfetta – gli alti prezzi del petrolio, l’allargamento dello spread e le turbolenze sociali importate dalla Francia – vediamo di analizzare almeno la prima di queste disgrazie. Su Il Messaggero del 12 agosto ci eravamo chiesti come erano stati trasmessi gli alti prezzi del petrolio su quello che paghiamo alla pompa. Dopotutto, i consumatori non comprano il petrolio greggio, al litro o al barile – comprano i prodotti raffinati, e fra questi il più importante, sia per la spesa delle famiglie che per le attese di inflazione, è la benzina (bene ad alta frequenza di acquisto) e il diesel. Ora che il prezzo del Brent – che è quello che ci interessa – ha conosciuto un’altra fiammata, è ora di aggiornare quello sguardo. In precedenza, abbiamo guardato al prezzo del greggio e a quello della benzina in due continenti: America (Stati Uniti, per questi ultimi, anche il diesel) ed Europa (Italia). Ora ne aggiungiamo un terzo, in Giappone. Il grafico rappresenta, facendo 100 l’inizio dell’anno (prima della crisi nel Golfo Persico, iniziata il 28 febbraio con l’attacco all’Iran) l’andamento del greggio (WTI in dollari per gli Usa, Brent in euro per l’Italia, e Brent in yen per il Giappone), e l’andamento del prezzo della benzina nelle tre rispettive valute.

IL PASSAGGIO

Il passaggio dal prezzo del petrolio greggio ai prodotti della raffinazione non è immediato, se non altro perché ci vuole tempo per arrivare alla raffineria: i viaggi delle petroliere durano settimane… Se le raffinerie, per qualsivoglia ragione, sono inattive o danneggiate, si crea una scarsità di prodotti che incide sui prezzi. In effetti, ci sono problemi di offerta: in Russia, per esempio, le compagnie petrolifere si sono rivolte, per fornire il mercato domestico, a raffinatori indiani, dopo che gli attacchi ucraini hanno danneggiato molti impianti russi di raffinazione, facendo scendere la capacità produttiva ai livelli più bassi da 21 anni. Allo stesso tempo, gli impianti di raffinazione nel Golfo, danneggiati dagli attacchi iraniani, lavorano a livelli che sono meno della metà rispetto al livello prebellico. Un terzo fattore nel complicato passaggio dal greggio ai raffinati sta nel fatto che sul prezzo finale di questi ultimi incidono costi diversi da quello della materia prima: dai costi di raffinazione e di distribuzione (con i relativi margini) fino – e questa è una variabile importante – ai costi fiscali: imposte e accise. Nell’Eurozona questi ultimi costi sono elevati: il peso minimo del fisco è ben il 44% del prezzo alla pompa (in Bulgaria); in Italia siamo vicini al 60%. In America, l’incidenza del fisco (imposte statali e federali) sul prezzo della benzina è modesta: si va da un 17% in California a un 2% in Alaska). In Giappone, il carico fiscale sui carburanti è di circa il 29%.

La conclusione più importante che si cava da questo confronto è come l’America di Donald Trump abbia mal fronteggiato l’aumento del greggio. Come detto più sopra, «i consumatori non comprano il petrolio greggio, al litro o al barile – comprano i prodotti raffinati, e fra questo il più importante, sia per la spesa delle famiglie che per le attese di inflazione, è la benzina (bene ad alta frequenza di acquisto) e il diesel». Ebbene il grafico mostra come, ad oggi, negli Stati Uniti, la benzina sia aumentata, più o meno, di quanto è aumentato il greggio WTI, e il diesel è aumentato anche (ben) di più. Mentre in Europa (Italia) e in Asia (Giappone) le cose sono andate ben diversamente. Per gli Usa, una prima spiegazione sta nei margini delle raffinerie americane. La forte domanda di prodotti raffinati dal resto del mondo, unitamente alla riduzione delle scorte ha permesso ai raffinatori di aumentare i profitti.

LA DOMANDA

E la “distruzione di domanda” – cioè il calo degli acquisti dei consumatori quando il prezzo si fa troppo alto – non funziona molto in America: l’uso dell’automobile fa troppo parte del modo di vivere degli americani, e il trasporto pubblico lascia a desiderare. In Italia, la modesta risposta dei prezzi alla pompa rispetto all’aumento del Brent è dovuta – in parte – al fortissimo carico fiscale sulla benzina, che attutisce l’aumento del prezzo della materia prima. Un carico fiscale sulla benzina che è stato, con alterne vicende, mitigato, dopo il balzo del greggio. In effetti – e questo vale anche per altri Paesi (Usa, Australia, Canada, Giappone…) che hanno usato un alleggerimento delle imposte per aiutare le famiglie, se si vuole mitigare il costo del pieno la riduzione delle accise non è la via migliore, perché di questa vengono a beneficiare anche i ricchi. Ci sono altre vie, più mirate, per aiutare le famiglie meno abbienti. In Giappone, dove l’aumento del prezzo alla pompa è stato molto modesto rispetto all’aumento del prezzo del greggio (5% rispetto al 71% – ambedue in yen), il Governo ha in pratica stabilito un limite di 170 yen per litro. Malgrado il fatto che i prezzi internazionali della benzina siano oggi del 30% più alti rispetto al 2022, le famiglie giapponesi pagano più o meno gli stessi prezzi, grazie ai sussidi. In effetti, dopo che i prezzi del greggio schizzarono, di seguito all’attacco di Usa e Israele all’Iran, il Governo giapponese decise un incentivo alle raffinerie, pari a 30 yen al litro. Il costo per le finanze pubbliche è significativo. Ad oggi è di almeno 6 miliardi di euro, e potrebbe giungere a 10 miliardi a fine anno. Ma, il Governo giapponese non si preoccupa più di tanto: il debito pubblico è a oltre il 200% del Pil, grazie al fatto che la Banca centrale compra titoli pubblici a man bassa, in pratica finanziando il deficit, cosa che farebbe inorridire i ragionieri di Maastrict.

Non sappiamo come andrà a finire il braccio di ferro fra America e Iran. Come osservò tempo fa il Cancelliere Merz, gli iraniani sono molto abili a negoziare, o, aggiunse causticamente, a “non-negoziare”.

La produzione di petrolio fuori dal Golfo è già aumentata e faticherebbe ad aumentare ancora, le scorte si sono ridotte, e la Cina – che era il maggior importatore di greggio e ha importato molto meno dall’inizio della crisi – ha esaurito le sue “bacchette magiche” e ora preme sulla domanda di petrolio. Come abbiamo detto sopra, la benzina è un bene ad alta frequenza di acquisto, e sono questi beni a plasmare le attese di inflazione dei consumatori. Attese che a loro volta sono un anello essenziale nella spirale prezzi-salari. Non ci sono segnali, per ora che le attese di inflazione – nei tre continenti – si siano portate in zona di allarme. Tuttavia, qualche preoccupazione c’è. L’altra categoria di beni ad alta frequenza di acquisto sono gli alimentari. E il prezzo delle derrate – vedi grafico – è aumentato a livelli che non si vedevano dai tempi dell’invasione russa in Ucraina. Fattori climatici hanno messo in forse molti raccolti, e il prezzo dei fertilizzanti – un’altra vittima della guerra del Golfo – è aumentato parecchio.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม