#Finsubito news – Valichi alpini, ogni anno 200 milioni di tonnellate di merci: le crisi costano fino a 1,5 miliardi


ROMA – Ogni anno circa 200 milioni di tonnellate di merci attraversano le Alpi, su strada e ferrovia, lungo i collegamenti che assicurano all’Italia l’accesso ai principali mercati europei. Un sistema strategico per il commercio internazionale, attraverso il quale transita il 90% dell’interscambio italiano con l’Unione europea, che nel 2025 ha raggiunto un valore di 665 miliardi di euro, salito a 750 miliardi includendo anche Regno Unito e Svizzera. Una rete, tuttavia, esposta a interruzioni, limitazioni e congestioni che possono tradursi in perdite economiche fino a 1,5 miliardi di euro all’anno, considerando anche i costi sociali e ambientali. È quanto emerge dallo studio “Analisi di resilienza del sistema dei valichi alpini”, realizzato da Uniontrasporti su incarico di Unioncamere e presentato alla Camera dei Deputati.

All’evento hanno partecipato Andrea Prete, presidente Unioncamere; Ivo Blandina, presidente Uniontrasporti; Antonello Fontanili, direttore Uniontrasporti; Sabrina De Filippis, amministratore delegato FS Logistix; Leopoldo Destro, vicepresidente Confindustria; Umberto Lebruto, amministratore delegato BBT SE; Alessandro Peron, segretario generale FIAP; Manuela Rocca, vicedirettore generale Italia di TELT.

Le criticità dei collegamenti transalpini non riguardano soltanto la continuità dei flussi di traffico, ma investono direttamente la competitività delle filiere produttive. Ritardi nelle consegne, aumento dei costi logistici e minore affidabilità dei servizi possono compromettere i rapporti commerciali e, nei casi più gravi, determinare la perdita di clienti e mercati. Le conseguenze sono particolarmente pesanti per le piccole e medie imprese, che dispongono di minori possibilità di diversificare itinerari e fornitori. 

La vulnerabilità è accentuata dalla mancanza di adeguate ridondanze infrastrutturali: diversi collegamenti non dispongono infatti di alternative sufficienti per assorbire i flussi in caso di interruzioni, aumentando il rischio di congestioni e ripercussioni sull’intera rete transalpina.

Traffico sempre più spostato verso Est

L’analisi evidenzia anche un progressivo squilibrio tra le modalità di trasporto. Negli ultimi quarant’anni la quota ferroviaria del traffico merci transalpino è passata dal 48% al 32%. I volumi su rotaia sono cresciuti mediamente dell’1,9% all’anno, contro il 6,2% registrato dal trasporto stradale. È cambiata anche la geografia degli scambi: oggi oltre la metà dei flussi transalpini interessa le relazioni tra Italia e Austria, mentre i collegamenti con la Francia rappresentano il 26%, rispetto al 48% registrato nel periodo 1985-1991.

Proprio sul versante austriaco si concentrano alcune delle criticità più rilevanti. Le restrizioni imposte al traffico merci comportano costi aggiuntivi stimati in circa 370 milioni di euro l’anno, ai quali si sommano altri 174 milioni legati ai lavori sul ponte Lueg. Le limitazioni sono inoltre oggetto di un contenzioso davanti alla Corte di giustizia europea: l’avvocato generale ha giudicato incompatibili con il diritto comunitario tre dei quattro provvedimenti contestati dall’Italia, relativi ai divieti notturni, settoriali e invernali.

Le conclusioni non sono vincolanti e la decisione definitiva della Corte è attesa entro la fine dell’anno.

tunnel di base

Quattro scenari per il sistema al 2040

L’analisi ha preso in esame undici dei principali valichi alpini, considerando anche gli effetti delle limitazioni programmate per interventi di manutenzione. Per misurare la capacità della rete di affrontare situazioni di emergenza, Uniontrasporti ha elaborato quattro scenari di crisi con un orizzonte temporale al 2040, valutando gli effetti delle interruzioni sia in presenza sia in assenza di due grandi opere ferroviarie: la Galleria di base del Brennero e la nuova linea Torino-Lione. Le simulazioni tengono conto di eventi che hanno già dimostrato la fragilità dei collegamenti alpini. Tra questi, la frana nella valle francese della Maurienne nell’agosto 2023, che ha interrotto per circa 19 mesi la circolazione ferroviaria sulla direttrice del Frejus, e il deragliamento di un treno merci nel tunnel del San Gottardo, che ha ridotto per oltre un anno la capacità di uno dei principali corridoi europei.

Le simulazioni non riguardano esclusivamente il trasporto merci, ma considerano anche la mobilità dei passeggeri e le possibili conseguenze delle interruzioni sulla circolazione complessiva. Il quadro restituisce un sistema che, nonostante gli investimenti infrastrutturali in corso, presenta ancora collegamenti privi di adeguate alternative in caso di indisponibilità delle principali direttrici. 

Le proposte: alternative e coordinamento europeo

Tra le indicazioni dello studio figura innanzitutto la necessità di predisporre itinerari alternativi già individuati e qualificati, accompagnandoli con procedure doganali semplificate, soprattutto nei collegamenti con la Svizzera. A questo dovrebbe affiancarsi un protocollo di coordinamento transfrontaliero, con procedure condivise tra i Paesi interessati e un’unica piattaforma digitale per monitorare i flussi e gestire tempestivamente le emergenze.

Sul piano istituzionale, Uniontrasporti propone di riconoscere i valichi alpini come infrastrutture strategiche europee, superando una gestione frammentata su base nazionale. Tra le altre misure figurano una valutazione preventiva obbligatoria degli effetti economici delle grandi limitazioni alla circolazione, il rafforzamento del coordinamento europeo nella gestione dei flussi e un sistema permanente di monitoraggio dei costi generati da interruzioni e congestioni.

L’obiettivo è passare da una gestione emergenziale a un modello strutturato di prevenzione e risposta alle crisi, capace di tutelare la continuità dei collegamenti e la competitività delle imprese. Gli effetti di una crisi, tuttavia, possono proseguire anche dopo il ritorno alla normalità della circolazione. L’incertezza sui tempi di consegna e la perdita di affidabilità dei collegamenti possono infatti compromettere rapporti commerciali consolidati, fino alla perdita di clienti e interi mercati, con ricadute sulla competitività e sull’occupazione dei distretti produttivi.

Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dai valichi alpini per i propri scambi commerciali, la resilienza della rete transalpina rappresenta infatti una condizione essenziale per garantire l’accessibilità ai mercati europei.

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