#Finsubito news – test rapido per la diagnosi del tumore prostata


La ricerca oncologica incontra l’imprenditoria e diventa innovazione diagnostica. È questo il percorso di Sergio Occhipinti, biotecnologo con un dottorato in Medicina molecolare e una formazione maturata nell’ambito della ricerca oncologica, in particolare sul tumore alla prostata. Dall’attività scientifica e dal confronto con i clinici ((ha lavorato come ricercatore post-doc al Laboratorio di Immunologia dei Tumori dell’Università di Torino e al Centro di Ricerca in Medicina Sperimentale della Città della Salute e della Scienza), Occhipinti ha individuato un limite degli strumenti diagnostici disponibili: la difficoltà di distinguere con sufficiente accuratezza gli uomini realmente a rischio di tumore da quelli che necessitano soltanto di ulteriori accertamenti. 

Questa intuizione, condivisa con il ricercatore e professore dell’Università di Torino Fabio Di Nardo, ha dato vita a Nib Biotec, startup innovativa nata nel 2017 come spin-off dell’ateneo torinese all’interno dell’incubatore accademico 2i3T, che opera nel campo delle biotecnologie e della diagnostica oncologica, concentrandosi sullo sviluppo di un test non invasivo basato sull’analisi delle urine.

Il suo primo progetto è un test rapido per il tumore alla prostata, pensato per migliorare la capacità diagnostica del tradizionale PSA e contribuire a orientare gli approfondimenti clinici, riducendo i falsi positivi e gli accertamenti non necessari. Un percorso, dalla ricerca iniziale alla brevettazione, fino allo sviluppo industriale della tecnologia, che oggi punta a trasformare una scoperta di laboratorio in una tecnologia applicabile alla pratica clinica e potenzialmente declinabile in diverse soluzioni diagnostiche.

Sergio Occhipinti, oggi Chief Executive Officer di Nib Biotec, racconta a INNLIFES come è nata questa esperienza imprenditoriale, gli ostacoli incontrati e le prospettive di crescita della startup.

La storia di Nib Biotec nasce e si sviluppa in ambito oncologico. Qual è stata la scintilla che vi ha portato a trasformare un’intuizione scientifica in un progetto imprenditoriale?

«La mia prima vita è stata quella del ricercatore. Ho studiato Biotecnologie mediche, ho conseguito un dottorato in Medicina molecolare e mi sono sempre occupato di ricerca oncologica. Negli ultimi anni della mia attività accademica avevo iniziato a concentrarmi sul tumore alla prostata. Lavorando a stretto contatto con i medici è emerso un problema importante: mancavano strumenti sufficientemente precisi per identificare gli uomini realmente a rischio di tumore e stabilire chi avesse effettivamente bisogno di approfondimenti diagnostici, come la risonanza magnetica o la biopsia.

Da questa esigenza clinica è nata l’idea di cercare una soluzione. Ho messo insieme le mie competenze in oncologia con quelle di un altro ricercatore esperto di chimica analitica, Fabio Di Nardo, oggi professore all’Università di Torino e cofondatore della startup. Abbiamo così iniziato a lavorare su alcune molecole presenti nelle urine che potessero distinguere, con maggiore accuratezza rispetto agli strumenti disponibili, le persone con un tumore alla prostata da quelle che non ne erano affette.

Quella scoperta è diventata la base scientifica di Nib Biotec e del progetto di sviluppare un test diagnostico rapido».

Dalla scoperta scientifica ai primi prototipi: quali sono state le tappe fondamentali del vostro percorso, tra incubazione, finanziamenti e sperimentazione clinica?

«Un primo passaggio decisivo è arrivato nel 2020, quando abbiamo ottenuto un investimento da G-Factor, l’acceleratore della Fondazione Golinelli di Bologna. Questo ci ha permesso di iniziare a sviluppare il primo prototipo del test e di brevettare le molecole che avevamo identificato.

Successivamente siamo riusciti ad avviare i primi studi pilota sui pazienti, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, che aveva sostanzialmente bloccato le attività ospedaliere. Le prime sperimentazioni sono state condotte all’ospedale Molinette di Torino e successivamente al San Luigi Gonzaga di Orbassano, con il quale collaboriamo tuttora. Questi studi ci hanno consentito di raccogliere le prime evidenze sulla fattibilità del test.

Nel 2022 abbiamo ottenuto un ulteriore finanziamento attraverso EIT Health, ente che gestisce fondi dell’Unione europea. Grazie a queste risorse abbiamo potuto realizzare una struttura operativa, acquistare la strumentazione necessaria e creare spazi dedicati allo sviluppo industriale.

Siamo nati all’interno dell’incubatore 2i3T dell’Università di Torino, attraverso un percorso che ci ha portato successivamente a diventare uno spin-off. Per un periodo abbiamo avuto una sede operativa a Milano, negli spazi dell’ex Fondazione Filarete. Da poco siamo tornati a Torino, dove abbiamo a disposizione una struttura più ampia, circa il doppio rispetto a quella precedente, e dove sono concentrate le nostre principali collaborazioni cliniche».

Il vostro primo prodotto è un test rapido che punta a superare alcuni limiti del tradizionale PSA. Come funziona e quale problema diagnostico intende risolvere?

«Il problema principale del PSA (antigene prostatico specifico) tradizionale è la sua scarsa specificità per il tumore alla prostata. I livelli di questo biomarcatore nel sangue possono aumentare anche per ragioni diverse dalla presenza di una neoplasia: un ingrossamento della prostata, un’infezione, ma anche fattori come l’attività fisica in bicicletta o l’eiaculazione. Questo significa che molti uomini con un PSA elevato vengono sottoposti ad approfondimenti diagnostici che, alla fine, non portano a una diagnosi di tumore.

La nostra intuizione scientifica è stata osservare il comportamento del PSA nelle urine. Abbiamo scoperto che, a differenza di quanto accade nel sangue, in presenza di un tumore alla prostata la quantità di PSA rilevabile nelle urine tende a diminuire. Il tumore, infatti, modifica la produzione della proteina all’interno della prostata, determinando una sorta di fotografia di ciò che accade nell’organo.

Sulla base di questa osservazione abbiamo sviluppato un test che misura il PSA nelle urine e che, secondo i risultati ottenuti finora, permette di distinguere meglio i soggetti con un tumore da quelli che non ne sono affetti, riducendo il problema dei falsi positivi.

Un ulteriore aspetto interessante riguarda la correlazione che abbiamo osservato tra la quantità di PSA nelle urine e il grado della malattia. Questo apre la possibilità di andare oltre una semplice risposta positiva o negativa, arrivando potenzialmente a distinguere tumori con caratteristiche di rischio differenti.

Il test è pensato per un utilizzo professionale: viene eseguito dal medico durante la visita e fornisce un’informazione aggiuntiva per orientare i successivi passaggi diagnostici. L’obiettivo è contribuire a stabilire non soltanto se siano necessari ulteriori approfondimenti, ma anche con quale priorità, evitando che un paziente ad alto rischio debba attendere troppo a lungo per una risonanza o una biopsia».

Passare dal laboratorio al mercato è una sfida che molte startup scientifiche conoscono. Quali sono state le difficoltà più significative che avete incontrato e quali insegnamenti avete ricavato dal percorso?

«L’ostacolo principale, almeno all’inizio, è stato proprio quello di passare dall’esperienza della ricerca a quella imprenditoriale. Avevamo un’idea scientifica valida e un laboratorio in cui funzionava, ma non avevamo le competenze necessarie per capire come trasferire quella tecnologia su scala industriale, affrontare il mercato o costruire un percorso di finanziamento.

È stato un problema che abbiamo affrontato imparando direttamente sul campo, anche grazie agli acceleratori e alle persone incontrate durante il percorso. Queste esperienze ci hanno aiutato a sviluppare competenze imprenditoriali e a comprendere meglio come gestire le diverse fasi della crescita di una startup.

Un’altra difficoltà, che continua a essere presente, riguarda l’accesso ai capitali. Il biomedicale è un settore ad alto rischio: se un progetto funziona può generare ritorni importanti, ma se non raggiunge gli obiettivi può comportare la perdita dell’intero investimento.

Per convincere gli investitori è quindi fondamentale costruire una roadmap credibile, con obiettivi e investimenti progressivi, dimostrando passo dopo passo la solidità del progetto. Oggi ci muoviamo su più fronti: investimenti, bandi e collaborazioni di ricerca».

Quali sono i prossimi passaggi per portare il test sul mercato e quali sono le vostre capacità produttive?

«In questo momento stiamo lavorando alla versione definitiva del test, che sarà utilizzata in uno studio clinico finalizzato a ottenere la marcatura CE, necessaria per la commercializzazione in Europa.

Abbiamo già una capacità produttiva interna che ci consentirebbe di realizzare tra 200mila e 300mila test all’anno. Per i primi due o tre anni di commercializzazione prevediamo quindi di gestire direttamente sviluppo, produzione e packaging. Questa scelta ci permetterà di contenere i costi e, soprattutto, di mantenere all’interno dell’azienda il know-how tecnologico.

Parallelamente, abbiamo già avviato contatti con diversi potenziali partner che potrebbero sostenerci in una successiva fase di ampliamento della produzione».

Guardando al futuro, quale modello di sviluppo immaginate per Nib Biotec? Volete diventare un’azienda industriale autonoma o puntate a valorizzare la tecnologia attraverso partnership e accordi con realtà già presenti nel settore?

«La nostra prospettiva, almeno in questa fase, è soprattutto quella di valorizzare i brevetti attraverso collaborazioni con aziende che operano nella diagnostica oncologica, preferibilmente già attive nel campo del tumore alla prostata, per esempio produttori di test PSA. L’obiettivo è individuare partner industriali ai quali concedere licenze per sviluppare e commercializzare le tecnologie che abbiamo brevettato.

Il nostro patrimonio scientifico, infatti, non si limita al test rapido al quale stiamo lavorando direttamente. I brevetti riguardano le molecole che abbiamo identificato e possono quindi essere utilizzati per sviluppare soluzioni diagnostiche differenti.

Stiamo valutando, per esempio, anche un test da laboratorio, utilizzabile all’interno di grandi strutture ospedaliere, accanto alla soluzione rapida pensata per l’ambulatorio.

La visione è costruire una tecnologia che possa offrire informazioni in diversi momenti del percorso diagnostico e terapeutico. Il nostro obiettivo finale è contribuire a una medicina sempre più personalizzata: distinguere i tumori potenzialmente aggressivi da quelli indolenti, che possono essere seguiti nel tempo attraverso la sorveglianza attiva, evitando quando possibile trattamenti invasivi e i loro effetti collaterali.

Vogliamo dimostrare che la nostra scoperta scientifica può diventare la base per una nuova famiglia di strumenti diagnostici».


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