Siamo a Caslano, in via Industria, davanti alla celebre fabbrica di calzature che per 175 anni ha rappresentato un pezzo importante della storia industriale svizzera.
È un pomeriggio grigio di novembre. Intorno allo stabilimento restano le tracce di quella che è stata un’intensa attività produttiva, capace di dare lavoro a generazioni di persone e di costruire, insieme a una rete di imprese specializzate, un marchio conosciuto in tutto il mondo. Oggi le macchine sono ferme. Qualche luce è ancora accesa negli uffici, dove una ventina di impiegati amministrativi continua a lavorare davanti ai computer. Il fallimento non è stato dichiarato: la moratoria tiene formalmente in vita Bally, con una proroga che porta al 15 febbraio 2027 per un tentativo sulla carta di risanamento aziendale.
Oltre, guardiamo oltre, perché la crisi non riguarda soltanto il destino dello stabilimento ticinese e dei suoi dipendenti. C’è un’altra storia, meno visibile, che si consuma lontano dai cancelli della fabbrica: quella dei fornitori che per anni hanno contribuito a rafforzare il brand Bally e che oggi si ritrovano con fatture importanti ancora da incassare.
È una rete produttiva che attraversa il Ticino e l’Italia, fatta di aziende specializzate nella lavorazione dei pellami, nella produzione di calzature, nella pelletteria, nella maglieria. Imprese spesso di medie dimensioni, molte a conduzione familiare, che hanno costruito nel tempo rapporti commerciali e competenze specifiche al servizio di un marchio internazionale.
È qui che la crisi di Bally assume una dimensione più estesa: non è soltanto una vicenda aziendale, ma l’attacco a un’intera filiera industriale.
I numeri della filiera lasciata al verde
Davanti alla fabbrica di Caslano con noi c’è una persona che la crisi l’ha vissuta dall’interno e conosce bene anche i rapporti con i fornitori. Un ex dipendente amareggiato e molto deluso: «Bally poteva essere salvata. Ma quello che è successo ha finito per coinvolgere anche aziende che non avevano alcuna responsabilità nelle decisioni puramente speculative della nuova proprietà. Imprese che hanno continuato a fornire i loro prodotti, credendo alle promesse di rilancio e oggi si ritrovano con fatture che rischiano di non incassare».
Abbiamo in mano l’Estratto del Registro delle esecuzioni di Bally Schuhfabriken GmbH, datato 15 giugno 2026. I debiti registrati si attestano attorno ai 31 milioni di franchi.
Tra i creditori figurano imprese ticinesi e italiane: non si tratta di semplici fornitori occasionali, ma di aziende che hanno contribuito concretamente alla realizzazione dei prodotti e alla qualità associata al marchio.
«Questa è un’azienda di Marano di Napoli: vanta un credito di circa mezzo milione di franchi. Forniva le scarpe femminili, perché a Caslano si producevano modelli da uomo. Quest’altra è di Scandicci e per anni ha firmato le cinture in cuoio di Bally: oggi reclama crediti per 254 mila franchi. E poi c’è questa azienda di maglieria di altissima qualità, che fa pullover meravigliosi… reclama un credito di 676 mila franchi… Sono senza parole».
A queste situazioni si aggiunge il caso di una ditta di Stabio, attiva nella logistica, che lamenta prestazioni non pagate per oltre due milioni di franchi.
Sono cifre che raccontano molto più di un’esposizione debitoria. Dietro ogni importo ci sono materiali acquistati, lavorazioni effettuate, dipendenti da retribuire e costi di produzione già sostenuti. Per queste imprese il mancato pagamento non è una semplice perdita contabile: significa liquidità sottratta all’attività quotidiana. Per un grande gruppo industriale un credito non incassato può rappresentare una voce da assorbire, mentre per una piccola o media impresa, invece, qualche centinaio di migliaia di franchi può mettere a rischio la continuità aziendale.
Le promesse e il ritorno dei fornitori
Secondo la ricostruzione di area, le difficoltà nei rapporti con i fornitori erano iniziate già prima dell’arrivo di Regent. Bally attraversava una fase di instabilità finanziaria e commerciale che aveva progressivamente indebolito la fiducia della propria rete produttiva.
Un intervento importante era arrivato da JAB, la precedente proprietà tedesca con sede a Lussemburgo. Nel 2024 il gruppo avrebbe azzerato i debiti attraverso un ultimo apporto finanziario di circa 20 milioni di franchi, rafforzando la posizione di Bally in vista della cessione al fondo statunitense. Con il passaggio a Regent si apre una nuova fase: drammatica. Ai fornitori vengono prospettate nuove opportunità e un rilancio dell’attività. Alcune aziende, inizialmente prudenti, tornano così a collaborare con Bally.
«I fornitori hanno creduto alle promesse. Pensavano che la produzione sarebbe ripartita e che i pagamenti sarebbero stati regolari. Invece si sono ritrovati con le fatture scoperte».
È uno degli aspetti più delicati della vicenda.
Il dissesto di un marchio che travolge decine di imprese
La vicenda Bally mostra quanto siano interdipendenti le aziende che operano nel settore manifatturiero della moda e del lusso. Un marchio internazionale non produce necessariamente tutto al proprio interno. Attorno alla fabbrica principale si sviluppa una rete di imprese specializzate: chi lavora il pellame, chi realizza le calzature, chi produce cinture e accessori, chi confeziona maglieria e chi si occupa della logistica.
È un sistema che permette di mantenere elevati standard qualitativi e di rispondere alle esigenze di un mercato internazionale, ma comporta anche una forte dipendenza economica dai committenti principali.
Quando un cliente importante si sottrae ai suoi doveri, come Regent, il problema si propaga lungo tutta la catena. Le imprese devono comunque pagare i dipendenti, acquistare materie prime, sostenere i costi e rispettare gli impegni con i propri fornitori. Il credito non incassato diventa così un problema di liquidità, che può compromettere investimenti, occupazione e persino la sopravvivenza dell’azienda.
Per alcune realtà, Bally potrebbe aver rappresentato uno dei principali acquirenti: questa insolvenza può compromettere anni di investimenti e di lavoro.
C’è poi un danno meno immediatamente quantificabile: la dispersione delle competenze. Quando un laboratorio specializzato chiude o ridimensiona la propria attività, si rischia di perdere un patrimonio di conoscenze e capacità produttive. Sì, quelle che hanno contribuito alla reputazione di Bally. Una reputazione che Regent sta distruggendo.
La fabbrica di Caslano e la sua filiera non erano elementi accessori, ma parte integrante del capitale del marchio.
Se la produzione viene smantellata e i fornitori storici rimangono con crediti non pagati, il danno non riguarda soltanto il presente. Si compromette un patrimonio di conoscenze e relazioni, giocando d’azzardo con un nome industriale, ma pure dalla forte componente simbolica per un intero paese.
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