di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Duecentoventi minorenni su duecentosettantuno persone accompagnate in questura. È questo il numero che, più di ogni immagine, restituisce il senso del fine settimana di metà ottobre a Milano, con code a Torino e a Bologna. Le vetrine sfondate tra Cordusio e via Torino, i dehors divelti e usati come barricate, un supermercato saccheggiato, le pensiline del tram ridotte in frantumi: un conto che i commercianti milanesi stimano intorno al milione di euro, senza contare le disdette già arrivate a ristoranti e alberghi. Va detto con nettezza, e senza i distinguo che troppo spesso accompagnano questi episodi: quella non è stata una protesta, è stata una devastazione. Chi ha assaltato un negozio non ha colpito il carovita, ha colpito chi il carovita lo subisce ogni giorno. Il barista che ha appena rinnovato il dehors con un finanziamento, il commesso rimasto senza turno perché la serranda è rimasta abbassata.
Occorre però distinguere, perché la confusione è il miglior alleato dei violenti. Il venerdì precedente migliaia di studenti avevano sfilato pacificamente per chiedere scuole più dignitose; il sabato in molti erano scesi in piazza contro il costo della vita, con ragioni che perfino chi amministra la città ha definito comprensibili. Gli stessi organizzatori hanno preso le distanze da chi ha trasformato il corteo in guerriglia. È a loro che si deve rispetto, non ai ragazzi che, appena usciti dalla questura, hanno rivendicato i danni come il prezzo necessario per farsi ascoltare. Quell’idea va respinta senza esitazioni: la violenza non amplifica una voce, la cancella. E chi la tollera, o la giustifica con il lessico del disagio, fa un pessimo servizio proprio ai giovani che dice di voler capire. Con una nuova mobilitazione annunciata a Roma per il 30 ottobre, la fermezza dello Stato è un dovere, non un’opzione.
Detto questo, sarebbe un errore speculare liquidare tutto come una questione di ordine pubblico. Le piazze di Parigi, i cortei di Tirana, le mobilitazioni di una generazione che in mezzo mondo si riconosce nella stessa rabbia dicono che qualcosa si è incrinato nel patto tra chi ha vent’anni e le istituzioni. In Italia quella frattura ha contorni precisi: salari d’ingresso fermi da troppo tempo, contratti che si rinnovano a scadenza senza mai diventare un progetto di vita, affitti che nelle grandi città divorano una quota sproporzionata del reddito, una scuola che fatica a orientare e un mercato del lavoro che non sa valorizzare i titoli che l’università rilascia. Non sorprende che tanti laureati facciano la valigia, né che la quota di ragazzi che non studiano e non lavorano resti tra le più alte d’Europa.
Ed ecco il paradosso che chi fa impresa conosce bene. Mentre una parte dei giovani si sente esclusa, le piccole e medie imprese non trovano tecnici, artigiani, specialisti digitali, addetti alla logistica, cuochi, manutentori. Il disallineamento tra ciò che la formazione produce e ciò che il lavoro chiede è uno spreco che il Paese non può più permettersi. Serve un’alleanza vera fra istituti tecnici, ITS e tessuto produttivo, serve un apprendistato inteso come percorso e non come scorciatoia contributiva, serve un fisco che renda conveniente assumere un under trenta a tempo indeterminato e pagarlo meglio. Le imprese sono pronte a fare la propria parte, a condizione che il lavoro smetta di essere tassato come un lusso.
Ai giovani, però, va detto anche altro, con la franchezza che si deve a chi si stima. Il futuro non si rivendica soltanto, si costruisce. Ogni generazione ha trovato il proprio tempo più ingiusto di quanto meritasse; quelle che lo hanno cambiato lo hanno fatto studiando, organizzandosi, aprendo botteghe e aziende, entrando nelle istituzioni per riformarle dall’interno. Molti dei negozi devastati a Cordusio sono nati così: da qualcuno che, a vent’anni, ha deciso di rischiare in proprio. È questa, a ben vedere, la forma più radicale di protesta che conosciamo.
Tenere insieme la condanna senza appello e l’ascolto senza paternalismo è l’esercizio più difficile, ed è esattamente ciò che oggi si chiede a una classe dirigente seria. È necessario che la politica, al di là delle appartenenze, metta i giovani al centro della prossima manovra con misure concrete e verificabili. Ed è necessario che il mondo delle piccole imprese apra le porte, offra occasioni, paghi il talento per quello che vale. Chi ha spaccato le vetrine ha scelto di restare fuori. A tutti gli altri bisogna dare una buona ragione per entrare.
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