#Finsubito news – sicurezza e investimenti sociali per affrontare il disagio giovanile –


Le manifestazioni del 24 ottobre, accompagnate da episodi di violenza e tensioni in diverse città italiane, sono al centro della presa di posizione del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), presieduto dal professor Romano Pesavento. La nota esprime profonda preoccupazione per quanto accaduto a Torino, Bologna, Firenze e Roma, nell’ambito di una mobilitazione che ha interessato anche Milano e altre città italiane.

Le proteste contro il carovita e il riarmo, insieme alle preoccupazioni per le prospettive economiche e sociali del Paese, hanno evidenziato un clima di crescente conflittualità. Particolarmente allarmante, secondo il Coordinamento, è il coinvolgimento di giovani e minorenni.

Il comunicato richiama la necessità di distinguere la legittima espressione del dissenso dai comportamenti violenti: «Gli avvenimenti richiedono una valutazione rigorosa, capace di distinguere la legittima espressione del dissenso dai comportamenti violenti, senza ricondurre indiscriminatamente ogni manifestazione a una minaccia per l’ordine pubblico».

Aggressioni, lanci di oggetti contro le forze dell’ordine, intimidazioni e danneggiamenti, si sottolinea, non possono trovare giustificazione nella natura delle rivendicazioni avanzate. Il disagio economico e la contrapposizione politica non costituiscono attenuanti morali per chi sceglie deliberatamente di ricorrere alla violenza. Simili condotte compromettono la credibilità delle proteste, espongono altre persone a rischi ingiustificati e determinano costi per la collettività.

Le responsabilità devono essere accertate individualmente, attraverso procedure rigorose e senza generalizzazioni nei confronti di quanti hanno manifestato pacificamente. Preoccupa inoltre la presenza di minorenni tra le persone coinvolte negli accertamenti, circostanza che solleva interrogativi sulla consapevolezza delle conseguenze giuridiche delle proprie azioni e sulla capacità degli adulti di prevenire l’esposizione dei più giovani a situazioni di elevata conflittualità.

Disagio economico e ruolo della scuola

Una valutazione limitata alla dimensione repressiva sarebbe tuttavia insufficiente. Le tensioni si inseriscono in un contesto caratterizzato dall’incertezza occupazionale, dall’aumento del costo della vita e dalle crescenti difficoltà di accesso all’autonomia abitativa.

Per una parte delle nuove generazioni, anche il conseguimento di un titolo di studio e l’ingresso nel mercato del lavoro non assicurano condizioni economiche adeguate alla costruzione di un percorso indipendente. Il rischio è che la precarietà, anziché rappresentare una fase transitoria, diventi una condizione permanente, alimentando la sfiducia verso le istituzioni e la percezione di una progressiva esclusione dalle opportunità di crescita.

Come evidenziato nel comunicato: «Comprendere queste dinamiche non significa giustificare i disordini, ma riconoscere che la sicurezza pubblica non può essere disgiunta dall’efficacia delle politiche economiche e sociali».

La nota richiama anche la responsabilità del sistema scolastico nella formazione di una coscienza civile fondata sulla conoscenza delle regole, sulla capacità di valutare criticamente i fenomeni collettivi e sulla distinzione tra partecipazione e imposizione violenta delle proprie posizioni.

«Non sono sufficienti iniziative episodiche o richiami astratti alla legalità», si legge nel testo. Occorre rafforzare l’educazione economica, la comprensione dei processi istituzionali e la conoscenza delle conseguenze giuridiche delle condotte individuali, affinché gli studenti acquisiscano strumenti adeguati per interpretare i conflitti senza considerare la radicalizzazione delle forme di protesta come espressione di una maggiore consapevolezza politica.

Secondo il documento, una formazione incapace di sviluppare autonomia di giudizio rischia di esporre i giovani a semplificazioni ideologiche e a forme di mobilitazione nelle quali la responsabilità personale viene progressivamente oscurata dall’appartenenza al gruppo.

Il piano triennale da 4,5 miliardi di euro

Sul piano economico, la proposta avanzata dal CNDDU è l’istituzione, a partire dal 2027, di un Piano nazionale triennale per l’autonomia economica giovanile, con una dotazione programmatica di 1,5 miliardi di euro annui, pari a 4,5 miliardi complessivi.

Il finanziamento dovrebbe derivare da una revisione selettiva delle agevolazioni fiscali e degli incentivi alle imprese che non abbiano prodotto risultati occupazionali documentabili, previa verifica delle effettive disponibilità finanziarie.

La proposta prevede tre linee di intervento:

  • 600 milioni di euro annui per incentivi alle nuove assunzioni stabili di giovani fino a 35 anni. Le agevolazioni sarebbero subordinate alla creazione di posti di lavoro aggiuntivi e al mantenimento dei rapporti di lavoro per almeno 36 mesi.
  • 500 milioni di euro annui per contributi all’affitto fino a 250 euro mensili, destinati a giovani lavoratori con redditi medio-bassi e assegnati secondo criteri reddituali e territoriali.
  • 400 milioni di euro annui per percorsi retribuiti di qualificazione professionale, strettamente collegati ai fabbisogni del tessuto produttivo e a concrete opportunità di inserimento lavorativo.

Le risorse dovrebbero essere destinate prioritariamente ai territori caratterizzati dai più elevati livelli di disoccupazione giovanile. Sono inoltre previsti criteri di accesso trasparenti, controlli sull’effettiva creazione di nuova occupazione e verifiche annuali sulla stabilità lavorativa e sull’autonomia abitativa raggiunta dai beneficiari.

La sostenibilità del piano richiede una puntuale individuazione delle coperture finanziarie nell’ambito della programmazione di bilancio, evitando sovrapposizioni con le misure già esistenti e riduzioni degli stanziamenti destinati all’istruzione e ai servizi essenziali.

L’obiettivo, precisa il comunicato, «non è introdurre ulteriori trasferimenti privi di prospettiva, ma orientare la spesa pubblica verso interventi capaci di produrre risultati concreti e misurabili, prevedendo la revisione o la sospensione delle misure che non dimostrino un’effettiva efficacia».

Sicurezza e prevenzione

Gli avvenimenti del 24 ottobre richiamano responsabilità politiche e amministrative che, secondo il Coordinamento, non possono esaurirsi nella gestione immediata delle tensioni. La violenza richiede una risposta ferma, proporzionata e fondata sull’accertamento delle responsabilità individuali; il deterioramento delle condizioni economiche delle nuove generazioni esige invece decisioni strutturali, risorse adeguate e obiettivi sottoposti a verifica pubblica.

Confondere questi due ambiti significherebbe compromettere tanto l’efficacia dell’azione di contrasto agli illeciti quanto la capacità delle istituzioni di affrontare le cause del disagio.

La posizione espressa nella nota è che non si debba scegliere tra sicurezza e investimenti sociali, ma assumere entrambe le responsabilità senza ricorrere a giustificazioni ideologiche o a promesse prive di adeguate coperture finanziarie.

«Una politica incapace di contrastare la violenza perde autorevolezza; una politica che interviene soltanto dopo gli scontri, senza incidere sulle condizioni economiche che alimentano la sfiducia, rinuncia a un’efficace azione preventiva», si legge nel comunicato.

Per questo viene chiesto che il prossimo ciclo di programmazione economica individui stanziamenti precisi, tempi di attuazione e indicatori pubblici per valutare i progressi nell’autonomia giovanile.

«Le nuove generazioni non hanno bisogno di ulteriori dichiarazioni d’intenti, ma di opportunità concrete per accedere a un lavoro stabile e costruire una vita indipendente», si legge il documento.

La conclusione richiama infine il rischio di continuare a destinare risorse alla gestione delle emergenze senza investire con altrettanta determinazione nella prevenzione delle condizioni che le alimentano, perpetuando così, secondo il Coordinamento, «un modello di intervento economicamente inefficiente e istituzionalmente insostenibile».


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