Un Paese che invecchia, sempre meno giovani pronti a entrare nel mondo del lavoro e milioni di lavoratori che si avvicinano alla pensione. L’Italia si trova davanti a uno squilibrio demografico destinato a pesare sempre di più sull’economia. A fotografare la situazione è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che mette a confronto il numero degli occupati con quello delle pensioni erogate. Il risultato è significativo: nel 2025, a fronte di 24,1 milioni di lavoratori, si contavano circa 23,2 milioni di assegni pensionistici. Quasi uno per ogni occupato.
Un rapporto molto diverso da quello degli anni Ottanta, quando per ogni pensione si contavano tre lavoratori. In poco più di quarant’anni, il calo delle nascite e l’allungamento della vita media hanno trasformato profondamente la società italiana. E le conseguenze cominciano a farsi sentire anche in Piemonte, dove alcune province presentano già un saldo negativo.
Piemonte, tre province hanno più pensioni che lavoratori
La situazione piemontese presenta differenze significative tra i territori. Secondo l’elaborazione della Cgia, Biella, Vercelli e Alessandria figurano tra le province del Nord Italia nelle quali il numero delle pensioni erogate supera quello degli occupati.
Il divario più consistente riguarda Biella, con 9.153 pensioni in più rispetto ai lavoratori. Segue Vercelli, dove il saldo è negativo per 5.351 unità, mentre ad Alessandria la differenza è di 1.227.
Numeri che raccontano le difficoltà di territori segnati dall’invecchiamento della popolazione e dalla necessità di garantire un adeguato ricambio generazionale. Non si tratta soltanto di una questione previdenziale: quando diminuisce la popolazione attiva, anche le imprese possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare personale qualificato.
Il confronto, naturalmente, non significa che ogni pensione corrisponda a un pensionato diverso, né che tutti gli occupati versino gli stessi contributi. Resta però un indicatore importante della trasformazione in corso.
Entro il 2029 serviranno 252mila lavoratori tra Piemonte e Valle d’Aosta
Il problema rischia di diventare ancora più evidente nei prossimi anni. Secondo le previsioni del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere, realizzato con il Ministero del Lavoro, tra il 2025 e il 2029 l’Italia avrà bisogno di circa 3,04 milioni di lavoratori per sostituire chi uscirà dal mercato del lavoro, anche per pensionamento.
Una parte importante di questo fabbisogno interesserà proprio il Nord. Piemonte e Valle d’Aosta avranno bisogno complessivamente di circa 252mila sostituzioni, collocandosi tra le aree con le necessità più elevate.
Davanti si trovano Lombardia, con 567.700 lavoratori da rimpiazzare, Lazio con 305mila, Veneto con 291.200 ed Emilia-Romagna con 261mila.
Il rischio è particolarmente concreto per le piccole e medie imprese, dove l’uscita di un dipendente esperto può comportare la perdita di competenze costruite in decenni di attività. Trovare un sostituto, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri, non è sempre immediato.
La spesa per le pensioni continua a crescere
Intanto aumenta anche il costo del sistema previdenziale. Nel 2026 la spesa pensionistica italiana dovrebbe raggiungere 351,8 miliardi di euro, con un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente.
Le proiezioni della Cgia indicano un ulteriore aumento entro il 2029, quando la cifra potrebbe arrivare a 388,6 miliardi di euro. Significa 36,8 miliardi in più rispetto al 2026, pari a una crescita del 10,5%.
Una dinamica che rende sempre più importante sostenere l’occupazione e ampliare la platea contributiva. Il sistema pensionistico italiano, infatti, si basa in larga parte sui contributi versati dai lavoratori attivi per finanziare le prestazioni correnti.
Il divario tra Nord e Sud e le difficoltà delle imprese
La fotografia nazionale mostra profonde differenze territoriali. Nel Mezzogiorno tutte le regioni registrano un numero di pensioni superiore a quello degli occupati. I divari maggiori riguardano Puglia, Calabria e Sicilia.
Al contrario, Milano e Roma presentano i saldi provinciali positivi più elevati, rispettivamente con 420.696 e 361.548 occupati in più rispetto alle pensioni.
Ma lo squilibrio non risparmia il Settentrione. Oltre alle tre province piemontesi, figurano tra i territori con saldo negativo anche Savona, Rovigo, Sondrio, Ferrara e Belluno.
Su 102 province analizzate, soltanto 54 hanno più occupati che pensioni. Un dato che evidenzia come il problema non possa essere considerato esclusivamente meridionale.
Giovani e donne, la sfida per il futuro delle pensioni
Per la Cgia di Mestre, una delle risposte più importanti passa dall’aumento della partecipazione al mercato del lavoro. Negli ultimi quattro anni considerati dall’analisi, l’occupazione italiana è cresciuta di circa 1,2 milioni di persone, ma rimangono criticità importanti, soprattutto per giovani e donne.
L’Italia continua infatti a registrare un tasso di occupazione femminile tra i più bassi dell’Unione europea, mentre molti giovani faticano a trovare un impiego stabile e adeguato alle proprie competenze.
La sfida, dunque, non consiste soltanto nel sostituire chi raggiunge l’età pensionabile, ma anche nel formare nuovi lavoratori, favorire l’ingresso delle giovani generazioni e valorizzare le competenze di chi è già occupato.
Per il Piemonte, regione dalla lunga tradizione industriale, il ricambio generazionale rappresenta una questione particolarmente delicata. Nei prossimi anni, la capacità delle aziende di attrarre personale e trasmettere conoscenze potrebbe diventare decisiva per la tenuta del tessuto produttivo.
Perché dietro il rapporto tra pensioni e lavoratori non ci sono soltanto statistiche e miliardi di euro. C’è una domanda che riguarda il futuro dell’intero Paese: chi prenderà il posto di chi oggi sta per lasciare il lavoro?
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