I fumi dei lacrimogeni che si sono alzati tra via Po e le vie del centro, le cariche alleggerimento delle forze dell’ordine e il traffico paralizzato restituiscono l’immagine di un sabato di tensione che merita un’analisi fredda, lontana dalla pancia e vicina ai numeri. Perché se si guarda alla dinamica di piazza con gli occhiali della sociologia urbana e della politica industriale, il quadro che ne emerge è profondamente diverso da quello raccontato dalle narrazioni di parte.
La parabola stessa della manifestazione lo ha dimostrato con estrema chiarezza. Partito con una partecipazione eterogenea, il corteo ha visto via via sfilarsi la grande componente di studenti, famiglie e cittadini “normali” non appena la tensione si è alzata. Man mano che i reparti mobili spingevano i manifestanti fuori dal salotto buono verso i quartieri più periferici, lungo l’asse della Dora, in strada è rimasto soltanto il nucleo duro ed eversivo degli antagonisti e dei collettivi.
Una frazione nettamente residuale rispetto a quella comunità universitaria — oltre centomila persone iscritte tra Università e Politecnico — che ogni giorno sceglie il merito, la formazione scientifica e l’integrazione con le filiere più avanzate del territorio. Per la frangia più ideologizzata, il tema del “riarmo” o del contrasto all’industria della difesa non è mai stato un oggetto di confronto di merito, ma un puro pretesto tattico: il gancio perfetto per cercare lo scontro fisico, la polarizzazione e lo spazio mediatico a spese della vivibilità cittadina.
I numeri del distretto: l’illusione del “Riarmo Puro”
Sotto il fuoco di fila della retorica ideologica, l’accusa mossa a Torino è quella di essersi rassegnata a una metamorfosi morale: da capitale dell’automobile a “fabbrica della guerra”. Ma la geografia industriale del Piemonte smentisce categoricamente questo impianto narrativo.
Nel perimetro urbano e metropolitano torinese esistono soltanto due realtà aziendali riconducibili in via esclusiva al comparto militare puro: la divisione missilistica di MBDA (in fase di insediamento in corso Marche) ed Edgewing, la società controllata da Leonardo nata per sviluppare il programma GCAP per i caccia di nuova generazione, la cui sede è stata svelata in città pochissimi giorni fa.
Tutto il resto della sterminata filiera piemontese — che secondo le rilevazioni regionali vale oltre 54mila posti di lavoro diretti e nell’indotto — rientra a pieno titolo nella categoria del Dual Use: tecnologie ad altissimo valore aggiunto pensate e sviluppate per un doppio impiego, sia civile sia militare. Dall’ex Microtecnica (oggi sotto l’orbita del colosso francese Safran) fino alla galassia di piccole e medie imprese fornitrici di avionica, sensoristica e componenti avanzati, la produzione risponde a requisiti di sicurezza globale che travalicano il concetto banale di “arma”.
A confermarlo sono i dati aggregati del settore: l’ultimo report di Mediobanca sulle 100 maggiori aziende italiane dell’aerospazio e della difesa rileva un fatturato complessivo di 40,7 miliardi di euro. Di questa immensa mole di ricavi, solo il 49% è riconducibile a scopi militari puri. Il restante 51% alimenta l’economia civile: sistemi di telecomunicazione satellitare, droni per il monitoraggio idrogeologico e la protezione civile, elicotteri per il soccorso alpino e sanitario, architetture per il supercalcolo, la Space Cloud e la cybersicurezza.
L’evoluzione in atto ad Aosta, Torino e nel quadrante nord-ovest non è la transizione verso un’economia bellica, ma la conversione da una manifattura meccanica tradizionale a un hub di altissima tecnologia e intelligenza artificiale.
L’equivoco delle élite e il corto circuito di Torino
Se la strumentalizzazione della piazza antagonista è ampiamente prevedibile — ed è sfociata puntualmente nelle cariche e nel degrado urbano di ieri —, ciò che colpisce è l’incapacità delle élite culturali e sociali cittadine, perfino di parte del sindacato che pure dovrebbe avere a cuore di lavoratori, di difendere questo patrimonio di competenze. Poi può succedere di restare vittime di un equivoco concettuale, come accaduto persino ad figure di altissima statura intellettuale e morale, come il Cardinale e Arcivescovo di Torino Roberto Repole, quando nei mesi scorsi ha espresso riserve sull’opportunità che la città e i suoi atenei stringessero legami troppo stretti con il comparto della difesa e della sicurezza.
In questo tipo di riflessione etica, per quanto mossa da un’istanza di pace condivisibile, si annida un profondo equivoco concettuale. Confondere la sicurezza strategica, la sovranità tecnologica e la ricerca Dual Use con la promozione della guerra significa applicare una lente etica astratta a dinamiche di geopolitica globale che richiedono invece massimo pragmatismo. Quando la leadership morale o accademica stenta a scindere l’innovazione scientifica dal bellicismo, finisce involontariamente per offrire una copertura ideale a chi, in piazza, cerca solo la delegittimazione dell’avversario e lo scontro con i blindati.
In un contesto internazionale segnato dai conflitti alle porte dell’Europa e dall’esigenza — richiamata a più riprese anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella — di costruire una difesa comune europea integrata, la tecnologia della sicurezza è la condizione fondamentale per garantire la pace, la sovranità democratica e la protezione dei cittadini.
Il rischio di un’autocondanna all’irrilevanza
La sfida che si gioca tra via Roma, i Politecnici e i distretti aerospaziali non è etica, ma economica e generazionale.Rifiutare questi investimenti in nome di un pacifismo di facciata o piegarsi al ricatto della piazza violenta significa condannare Torino all’irrilevanza industriale.
I contratti ad alta specializzazione legati all’aerospazio, all’intelligenza artificiale e alla cybersicurezza sono tra i pochi in grado di offrire retribuzioni competitive e prospettive di carriera internazionali capaci di trattenere sul territorio i migliori talenti che escono dalle nostre università. Se Torino cede alla paura dei lacrimogeni e all’ipocrisia del dibattito, il risultato non sarà un mondo con meno armi: sarà semplicemente un Piemonte più povero, con meno tecnologia e con i suoi giovani costretti a emigrare altrove per progettare il futuro.
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