#Finsubito news – Ex Ilva, ore di attesa tra Cassazione, governo e acquirenti in pressing



Alla mezzanotte trascorsa, l’ex Ilva non ha spento a Taranto l’area a caldo. Avrebbe dovuto farlo in base al decreto del 27 luglio della Corte d’Appello di Milano, che dava 90 giorni all’azienda per rimuovere l’amianto dagli altiforni e abbassare le emissioni di polveri sottili. Adempimenti che l’azienda ha subito contestato come irrealizzabili in 90 giorni, rilevando, altresì, come sulle emissioni i giudici non abbiano indicato a quale obiettivo arrivare.

Ma la mezzanotte è passata e oggi 25, che era il giorno di scadenza dei 90 stabiliti dai giudici di Milano, trascorrerà senza nessuno spegnimento di altiforni e batterie delle cokerie. Questo accade poiché, con l’ultimo decreto legge, il Governo ha prorogato sino al 15 dicembre lo stato di preriscaldo degli impianti. Per altri 50 giorni come tempo massimo, gli impianti, quindi, andranno avanti alimentati dal gas che Acciaierie compra dall’esterno, non avendone più di proprio, essendoci produzione zero. Un acquisto che costa qualche milione di euro al mese. Un altro onere per un’azienda che ha chiuso il primo semestre dell’anno con perdite per 551 milioni e 502 mila euro, debiti verso i fornitori per un miliardo e 749 milioni e indebitamento complessivo per 8 miliardi e 480 milioni. Il primo dato è la perdita del semestre, mentre gli altri due sono il livello raggiunto a giugno sommando i precedenti periodi.

L’allungamento del preriscaldo ha una data conclusiva, ma può finire anche prima, perché è comunque legato alla pronuncia della Corte di Cassazione sul decreto di Milano. L’udienza davanti alle Sezioni Unite Civili si è svolta il 20 ottobre. Le società Ilva e Acciaierie hanno chiesto l’annullamento del provvedimento dei giudici di Milano, mentre i cittadini di Taranto costituitisi in giudizio, la conferma. Dal canto suo, la Procura Generale presso la Cassazione ha confermato il 20 tutte le riserve espresse nel precedente parere, sottolineando che la Corte di Milano «non ha fondato l’ordine di sospensione su un accertamento in concreto del pericolo per la salute». Ne consegue che l’esistenza effettiva di tale pericolo è «l’accertamento che il giudice del rinvio dovrà compiere».

Considerata la rapidità con cui la Cassazione ha fissato l’udienza rispetto a previsioni che indicavano un’attesa di due-tre anni, gli avvocati (e non solo loro) si aspettavano a stretto giro il dispositivo della pronuncia. Invece, il fine settimana è passato senza novità. Adesso nei legali sembra esserci un atteggiamento più cauto sui tempi. Nel senso che potrebbero trascorrere altri giorni ancora e, in ogni caso, si ritiene che non ci sarà più il dispositivo, ma quest’ultimo arriverà insieme alle motivazioni della decisione, che invece, almeno inizialmente, si pensava potessero arrivare più in là.

A prescindere dalla Cassazione, ci sono comunque altre due date fissate per l’ex Ilva: il 27 ottobre e l’8 novembre. Il 27 il Governo reincontra i sindacati a Palazzo Chigi, mentre entro l’8 vanno presentate le offerte vincolanti da parte dei gruppi che restano in corsa per l’acquisizione dell’azienda: gli indiani di Jindal e gli acciaieri italiani guidati da Federacciai.

Sia Governo che potenziali compratori attendono di sapere cosa deciderà la Cassazione. Il primo per calibrare i suoi piani e fornire risposte ai sindacati. I secondi per adattare le proprie offerte in merito all’esistenza o meno dell’area a caldo. Per esempio, al contrario di Jindal, la cordata italiana ha già detto che non è interessata all’area a caldo, ma solo a ciò che sta a valle, l’area di laminazione. E comunque, anche se la Cassazione dovesse rimetterla in gioco, annullando definitivamente o annullando con rinvio il decreto di Milano, l’area a caldo non può ripartire subito. Mancano soldi e materie prime. Qualora eventualmente si decidesse di riaccenderla, servirebbero almeno tre mesi per l’ordine e l’arrivo dei minerali, per cui tra fine 2026 e inizio 2027 la cassa integrazione straordinaria — che l’azienda ha chiesto per 8.622 dipendenti su un organico di 9.626, di cui a Taranto per 6.964 su 7.875 — comunque si manterrebbe elevata.

Intanto, in una fabbrica disattiva, martedì chiude anche l’ultima mensa rimasta in funzione. È quella degli impianti marittimi, area del porto, dopo che è stata chiusa giorni fa quella delle officine. Tolto il pasto in mensa, ai dipendenti viene ora servito il cestino. La scomparsa della pausa pranzo (un’ora) ha portato i sindacati a chiedere ad AdI l’orario continuato senza intervallo per i normalisti. Sono i dipendenti che lavorano di mattina e che, senza più intervallo, uscirebbero un’ora prima nel pomeriggio. L’azienda su questo si è detta disponibile a vedere.

Intanto, le riduzioni in corso si stanno impattando su diretti (a casa tra cassa e ferie forzate) e indiretti. Da un paio di aziende dell’indotto-appalto sono giunti ai sindacati gli avvisi che li informano sull’accesso alla cassa in deroga (basta solo informare, non serve l’accordo) per una settantina di addetti. Altri avvisi si attendono a giorni. Un punto critico è costituito da Pellegrini, azienda storica dell’ex Ilva che si occupa sia di ristorazione che di pulizie civili nei luoghi di lavoro. Pellegrini — spiega la Uilctus — non può al momento accedere alla cassa in deroga poiché AdI è uno dei tanti clienti in Italia e non pesa per il 50 per cento del fatturato aziendale, che è invece il requisito chiesto dal decreto legge per accedervi. Inoltre, non può nemmeno essere posizionata nell’indotto-appalto poiché eroga un servizio essenziale continuativamente da anni. Pellegrini ha nell’ex Ilva 470-480 unità, di cui 380-390 nelle pulizie. Le donne sono il 40-45 per cento. Nelle mense, l’orario va da 15 a 30 ore a settimana. Nelle pulizie l’orario è di almeno 24 ore settimanali. I tagli apportati da AdI hanno determinato nella refezione un calo del 47 per cento delle attività, mentre nelle pulizie ci sono circa 10mila ore di lavoro in meno al mese.




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