L’articolo pubblicato da Orticalab sulla relazione della Corte dei conti relativa al Comune di Avellino richiede alcune precisazioni. Il tema merita attenzione, perché riguarda la correttezza dei conti pubblici, ma proprio per questo occorre distinguere gli strumenti finanziari, ricostruire la sequenza degli atti e leggere per intero le valutazioni della magistratura contabile.
La prima precisazione riguarda la rideterminazione della massa passiva. Secondo la ricostruzione che qui intendo precisare, fu lo stesso Comune a procedere alla sua revisione, nei termini consentiti per la rimodulazione del piano, recependo un’indicazione del Ministero dell’Interno. Presentare il passaggio da 44,55 a 21,35 milioni come la scoperta di debiti artificiosamente aumentati per ottenere risorse statali trascura quindi un elemento essenziale della vicenda amministrativa.
Il punto controverso riguardava il trattamento dell’insufficiente accantonamento al Fondo crediti di dubbia esigibilità. Si ritenne di aderire alla tesi ministeriale che escludeva quella componente dalla massa passiva del piano, pur non condividendone l’impostazione. La scelta non modificava, secondo le valutazioni effettuate in quella sede, la durata massima consentita del piano e non ne comprometteva la finalità sostanziale.
Il piano era infatti costruito per stabilizzare gli equilibri del Comune, compreso quello relativo al Fondo crediti di dubbia esigibilità. L’obiettivo era riportare in bilancio un accantonamento commisurato al rischio effettivo di mancata riscossione: quanto era necessario accantonare, anziché quanto le disponibilità del momento sembravano consentire. La diversa collocazione di quella componente nella ricostruzione del piano non faceva venir meno il problema finanziario da affrontare, né l’impegno a correggerlo.
La seconda precisazione riguarda i circa 16 milioni di euro richiamati nell’articolo. Nella relazione compaiono due importi vicini, riferiti però a strumenti distinti.
A pagina 266 si parla di 16.210.970 euro assegnati nell’ambito del Patto con il Governo, sottoscritto il 31 ottobre 2023, con risorse da erogare tra il 2024 e il 2031. Non si tratta dunque di un finanziamento ottenuto nel 2019 in occasione della predisposizione iniziale del piano. Né la relazione presenta questa somma come un prestito da restituire in otto anni: gli otto anni richiamati a pagina 264 sono la durata del piano di riequilibrio, dal 2019 al 2026.
A pagina 265 compare invece il fondo di rotazione, pari a 16.308.900 euro, del quale la relazione indica come versato, in pendenza della valutazione del piano, il 50%, pari a 8.152.950 euro. Questo è un distinto strumento di anticipazione, soggetto a restituzione.
La quantificazione del fondo di rotazione segue i criteri dell’articolo 243-ter del TUEL e del relativo decreto attuativo: il parametro demografico, i limiti previsti dalla legge, le misure di riequilibrio e le disponibilità del fondo. Non discende da una percentuale applicata alla massa passiva dichiarata dal Comune. Sostenere che l’aumento della massa passiva avrebbe consentito di ottenere una maggiore anticipazione richiede quindi una dimostrazione che l’articolo non fornisce.
Anche sul giudizio della Corte è necessaria una lettura più precisa. A pagina 265 la relazione afferma che, in assenza di ulteriori provvedimenti, la valutazione del piano sarebbe stata negativa. Subito dopo chiarisce che l’innovazione è venuta dalla disposizione legislativa che ha introdotto il Patto.
Il significato del passaggio è quindi diverso da quello prospettato nell’articolo: la Corte descrive il contributo del Patto alla sostenibilità del percorso di risanamento. Non afferma che la riduzione della massa passiva avrebbe impedito al Comune di accedere al Patto, né accerta che le relative risorse siano state conseguite indebitamente.
La lettura deve inoltre proseguire fino alle pagine successive. A pagina 266 la relazione riconosce che, rispetto al 2018, risultava recuperato interamente il disavanzo da riaccertamento e per il 75% quello da piano. Con le risorse assegnate, gli obiettivi appaiono conseguibili e il piano viene approvato.
L’aggiornamento più recente descrive poi un andamento complessivamente positivo del risanamento strutturale. Il disavanzo scende dai 33,23 milioni del 2022 ai 18,47 milioni del rendiconto 2025, con un recupero nell’ultimo anno di 8,53 milioni, superiore all’obiettivo programmato.
La relazione registra anche maggiori incassi dell’addizionale Irpef, maggiori entrate derivanti dall’attività di riscossione e miglioramenti nella gestione dei debiti commerciali. Sono risultati che devono trovare spazio nella ricostruzione giornalistica insieme ai rilievi critici.
Questi ultimi restano e non vanno minimizzati. La Corte segnala la sottostima del Fondo crediti di dubbia esigibilità, le difficoltà nella ricostruzione delle componenti del disavanzo, il limitato risultato delle alienazioni immobiliari e il mancato raggiungimento di alcuni obiettivi intermedi. Sulle dismissioni patrimoniali, in particolare, la distanza tra previsioni e realizzazioni è un dato concreto.
Ma riconoscere queste criticità non consente di attribuire alla Corte una conclusione ulteriore: che il Comune avrebbe gonfiato i debiti per ottenere indebitamente il Patto con il Governo. La relazione esaminata non formula questo accertamento.
“Attribuire alla Corte dei conti l’accusa di aver ‘gonfiato i debiti’ costituisce un travisamento totale delle risultanze contabili e della relazione consuntiva”. La critica amministrativa è utile quando distingue fatti, valutazioni e responsabilità. In questo caso occorre correggere la sovrapposizione tra massa passiva, fondo di rotazione e contributi del Patto, restituendo ai lettori il contenuto completo della relazione: le carenze riscontrate, il ruolo degli interventi successivi e i risultati del risanamento effettivamente riconosciuti.
Enzo Cuzzola
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