#Finsubito news – Deficit sotto il 3%, l’Italia cambia passo


I dati Eurostat sui dodici mesi terminati a giugno 2026 fotografano un cambio di passo dei conti italiani: disavanzo sotto la soglia europea del 3%, avanzo primario dell’1% e crescita del debito tra le più contenute dell’Eurozona. Ma la credibilità conquistata va consolidata.

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Il deficit italiano scende sotto la soglia europea

L’Italia dei conti pubblici si presenta all’appuntamento con i mercati finanziari in una posizione diversa rispetto a quella degli anni più difficili della crisi del debito sovrano. Il dato che emerge dalle statistiche Eurostat relative al secondo trimestre del 2026 è particolarmente significativo: considerando i dodici mesi compresi tra il terzo trimestre del 2025 e il secondo trimestre del 2026, il deficit pubblico italiano si attesta al 2,98% del Prodotto interno lordo. Il disavanzo scende così sotto la soglia del 3% prevista dalle regole europee, un risultato che riporta il Paese entro il parametro di riferimento del Patto di stabilità e crescita e contribuisce a rafforzarne la credibilità finanziaria. Il dato assume un rilievo ancora maggiore se confrontato con quello delle altre principali economie dell’area euro, in una fase in cui le tensioni internazionali, le oscillazioni dei rendimenti obbligazionari e l’andamento degli spread hanno riportato la sostenibilità dei bilanci pubblici al centro dell’attenzione degli investitori.

La fotografia elaborata sulla base delle statistiche trimestrali Eurostat, le Quarterly Government Finance Statistics, racconta infatti una situazione nella quale le gerarchie tradizionali della disciplina fiscale europea appaiono meno scontate. L’Italia, a lungo considerata uno dei Paesi più vulnerabili sul fronte del debito, registra un disavanzo inferiore a quello della Germania e dell’Austria, mentre Francia e Belgio rimangono su livelli sensibilmente più elevati. Il deficit tedesco raggiunge il 3,7% del Pil, quello austriaco il 3,6%, mentre il disavanzo francese arriva al 5,1% e quello belga al 5,3%. Accanto all’Italia, che si ferma al 2,98%, figurano sotto il 3% anche Spagna e Paesi Bassi. Il risultato italiano non cancella la dimensione del debito accumulato negli anni, né risolve automaticamente tutte le criticità della finanza pubblica, ma segnala un miglioramento dei flussi di bilancio che può incidere sulle valutazioni dei mercati e sul confronto con le istituzioni europee.

La svolta dei conti passa dall’avanzo primario

Dietro il miglioramento del deficit c’è soprattutto il ritorno del bilancio primario in territorio positivo. È questo uno degli elementi centrali dell’analisi di Marco Fortis, che legge nei dati Eurostat la conferma di una svolta nella gestione dei conti pubblici italiani. Il saldo primario misura la differenza tra entrate e spese pubbliche al netto degli interessi sul debito: in altre parole, indica se lo Stato riesce a finanziare le proprie attività ordinarie con le risorse raccolte attraverso il sistema fiscale e le altre entrate, prima di considerare il costo dell’indebitamento accumulato negli anni. L’Italia registra un avanzo primario pari all’1% del Pil, un risultato che la distingue dalle altre sei maggiori economie dell’Eurozona considerate nel confronto. La Spagna presenta ancora un disavanzo primario dello 0,1%, mentre Francia e Belgio registrano saldi negativi rispettivamente del 2,6% e del 2,7%.

La differenza è sostanziale. Un avanzo primario non significa che il debito pubblico diminuisca automaticamente, perché lo Stato deve continuare a pagare gli interessi sulle passività già accumulate e può essere costretto a finanziare altre esigenze. Significa però che, prima del servizio del debito, le entrate superano le spese e contribuiscono a contenere il fabbisogno finanziario complessivo. È proprio questa dinamica che, secondo l’interpretazione proposta da Fortis, ha consentito all’Italia di migliorare il rapporto deficit/Pil e di limitare l’incremento dell’indebitamento. Il ritorno del saldo primario in positivo già dal 2024 rappresenta quindi un passaggio importante, perché segnala un cambiamento nella gestione corrente del bilancio e offre una base più solida per affrontare il peso degli interessi.

Il dato assume un significato particolare nel confronto con le economie che per anni sono state considerate modelli di rigore fiscale. La Germania, alle prese con una stagnazione economica che secondo l’analisi citata dura ormai da sei anni, sta aumentando la spesa e il ricorso al debito per sostenere il rilancio della propria economia. La Francia, invece, si trova a gestire un disavanzo elevato e crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità delle proprie finanze pubbliche. In questo scenario, l’Italia può rivendicare un miglioramento dei saldi, ma la sfida consiste nel trasformare il risultato congiunturale in una tendenza durevole. Un avanzo primario dell’1% costituisce un segnale positivo, ma non elimina il vincolo rappresentato dal costo del debito, né rende superfluo mantenere sotto controllo la spesa pubblica e la dinamica delle entrate.

Germania e Francia aumentano il debito più dell’Italia

La seconda novità che emerge dalle statistiche Eurostat riguarda l’incremento del debito pubblico in valore assoluto. Nei dodici mesi compresi tra il secondo trimestre del 2025 e il secondo trimestre del 2026, l’aumento più consistente tra le sette principali economie dell’Eurozona è stato registrato dalla Germania, con 191 miliardi di euro in più. Al secondo posto si colloca la Francia, il cui debito è cresciuto di 178 miliardi, mentre l’Italia si ferma a 136 miliardi. La distanza tra i tre Paesi è significativa: l’incremento italiano rimane inferiore di 55 miliardi rispetto a quello francese e di 55 miliardi rispetto a quello tedesco. Il confronto non implica che il livello del debito italiano sia meno problematico in termini assoluti, ma evidenzia come la velocità con cui le passività aumentano rappresenti un elemento essenziale per valutare la traiettoria dei conti pubblici.

Nel caso tedesco, la crescita del debito riflette anche la necessità di sostenere un’economia che fatica a ritrovare slancio. Berlino sta progressivamente abbandonando una parte della tradizionale prudenza fiscale per finanziare il rilancio dell’attività economica, con un maggiore ricorso alle risorse pubbliche. La scelta si colloca in una fase in cui la stagnazione industriale e le difficoltà competitive hanno reso più urgente il sostegno agli investimenti e alla crescita. In Francia, invece, l’aumento dell’indebitamento si accompagna a un quadro di finanza pubblica più fragile, con un deficit del 5,1% del Pil e tensioni sui mercati obbligazionari. Per Parigi, il problema non è soltanto finanziare nuove esigenze, ma convincere gli investitori che la traiettoria del disavanzo possa essere riportata su un percorso sostenibile.

L’Italia si trova in una posizione differente: il debito continua ad aumentare, ma il ritmo dell’incremento risulta più contenuto rispetto a quello delle due maggiori economie continentali. È un elemento che può contribuire a migliorare la percezione del rischio sovrano italiano, soprattutto quando viene letto insieme al deficit inferiore al 3% e all’avanzo primario positivo. Per i mercati, infatti, conta sia la dimensione complessiva delle passività sia la capacità di uno Stato di controllare il nuovo indebitamento e di generare risorse prima del pagamento degli interessi. Resta tuttavia necessario distinguere tra il miglioramento dei flussi e il peso dello stock di debito già accumulato: il secondo continua a rappresentare una vulnerabilità strutturale per l’Italia, che deve finanziare ogni anno un ammontare rilevante di titoli in scadenza e di nuove emissioni.

La crescita percentuale del debito premia Italia e Spagna

Il confronto diventa ancora più interessante quando si passa dai valori assoluti alle variazioni percentuali del debito pubblico. Tra le sette maggiori economie dell’Eurozona, gli aumenti più contenuti nei dodici mesi considerati sono stati registrati dalla Spagna, con il 4,3%, e dall’Italia, con il 4,4%. All’estremo opposto si collocano il Belgio, con una crescita del 7,3%, e la Germania, con il 7%. Il risultato italiano è rilevante perché mostra che l’incremento del debito, pur restando significativo in termini monetari, procede a un ritmo relativamente più lento rispetto a quello osservato in diverse altre economie dell’area euro. Il confronto percentuale permette infatti di leggere la dinamica delle passività senza limitarsi alla dimensione assoluta degli aumenti, che dipende anche dalle dimensioni dei singoli sistemi economici e dal livello di debito di partenza.

Ancora più significativo è il dato relativo alla variazione del debito al netto della spesa per interessi. In questo caso, l’Italia registra l’incremento percentuale più contenuto del gruppo, pari all’1,5%, davanti alla Spagna, che si attesta all’1,7%. Il dato suggerisce che la crescita delle passività riconducibile alle altre componenti del bilancio pubblico è stata particolarmente limitata rispetto a quella degli altri grandi Paesi dell’Eurozona. In valore assoluto, il debito italiano al netto degli interessi è aumentato di 45,3 miliardi di euro nei dodici mesi considerati. È un incremento che rimane comunque consistente, ma che appare più contenuto rispetto ai 139 miliardi della Germania e ai 106 miliardi della Francia. L’aumento tedesco è quindi oltre tre volte quello italiano, mentre quello francese è circa 2,3 volte superiore.

Il confronto richiede una precisazione: escludere gli interessi consente di isolare una componente importante della dinamica del debito, ma non significa che il costo del servizio delle passività sia irrilevante. Al contrario, proprio gli interessi costituiscono uno dei principali vincoli per un Paese fortemente indebitato come l’Italia. Quando i rendimenti dei titoli aumentano, il costo della nuova raccolta e del rifinanziamento delle scadenze può salire progressivamente, man mano che il debito viene rinnovato. La dinamica del saldo primario e quella dei tassi di interesse devono quindi essere lette insieme: un avanzo primario positivo contribuisce a contenere il fabbisogno, ma il suo effetto sulla traiettoria complessiva del debito dipende anche dalla crescita nominale dell’economia e dal costo medio delle passività. È su questo equilibrio che si giocherà la capacità italiana di consolidare i risultati registrati nel 2026.

Il mercato dei bond osserva la nuova gerarchia fiscale europea

I dati sui conti pubblici arrivano in un momento particolarmente delicato per il mercato obbligazionario europeo. Le tensioni internazionali, l’incertezza sulle prospettive economiche e le aspettative sull’evoluzione dei tassi hanno riportato sotto i riflettori i rendimenti dei titoli di Stato e gli spread tra i diversi Paesi. In questo contesto, il miglioramento dei saldi italiani può contribuire a rafforzare la fiducia degli investitori, perché offre un’indicazione più aggiornata della capacità del Paese di controllare il disavanzo e limitare il nuovo indebitamento. Il dato del 2,98% del Pil è particolarmente importante anche per il suo valore simbolico: colloca il deficit appena sotto la soglia europea del 3%, dopo un periodo nel quale il rispetto del parametro è stato al centro del confronto con Bruxelles.

Il margine, tuttavia, è molto ridotto. Uno scostamento anche limitato nelle entrate o nelle spese, oppure una revisione dei dati economici, potrebbe modificare il rapporto tra deficit e Pil. Per questo motivo, la discesa sotto il 3% non può essere considerata un risultato acquisito una volta per tutte. La priorità sarà mantenere il disavanzo entro il parametro anche nei prossimi esercizi, evitando che il miglioramento venga compromesso da nuove pressioni sulla spesa o da una crescita economica più debole delle attese. Il dato trimestrale annualizzato è utile proprio perché consente di osservare l’evoluzione dei conti durante l’anno, senza attendere la chiusura dell’esercizio finanziario. La metodologia degli anni scorrevoli utilizzata nell’elaborazione consente di sommare i dati grezzi degli ultimi quattro trimestri relativi alle principali voci di bilancio e al Pil nominale, offrendo una fotografia aggiornata delle tendenze di fondo.

Il confronto con Francia e Germania contribuisce inoltre a modificare la lettura del rischio sovrano nell’Eurozona. Il fatto che l’Italia presenti un deficit inferiore e una crescita del debito più contenuta rispetto a entrambi i Paesi non cancella le differenze strutturali tra le economie, né rende automaticamente equivalenti le rispettive condizioni finanziarie. Il livello iniziale del debito, la durata media delle passività, la composizione degli investitori e le prospettive di crescita continuano a influenzare il giudizio dei mercati. Tuttavia, i dati dimostrano che la disciplina fiscale non può essere valutata soltanto attraverso le categorie tradizionali che hanno contrapposto per anni i Paesi virtuosi a quelli più indebitati. La capacità di generare avanzi primari e contenere la crescita delle passività è diventata un criterio sempre più importante per misurare l’affidabilità delle finanze pubbliche.

La credibilità va difesa: il vero banco di prova è la crescita

Il miglioramento dei conti pubblici rappresenta un risultato importante per l’Italia, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità di conciliare disciplina fiscale e crescita economica. Ridurre il deficit e limitare l’aumento del debito è necessario per contenere il rischio finanziario e mantenere la fiducia degli investitori, ma una strategia di consolidamento duratura deve anche preservare gli investimenti e la capacità produttiva del Paese. L’avanzo primario dell’1% offre una base più favorevole rispetto a quella di economie che continuano a registrare saldi negativi, ma il peso degli interessi resta un vincolo significativo. Se la crescita nominale del Pil dovesse rallentare o il costo medio del debito aumentare, il mantenimento di un disavanzo sotto il 3% richiederebbe uno sforzo ulteriore.

 


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