L’innovazione tecnologica in cardiologia interventistica si confronta con un problema di sostenibilità economica e accesso alle cure. Nonostante le evidenze scientifiche ne sostengano l’impiego nei casi più complessi, in Italia l’imaging intravascolare viene utilizzato soltanto nel 14 per cento delle angioplastiche coronariche.
A frenare la diffusione di queste metodiche sarebbero soprattutto i costi aggiuntivi, che il sistema tariffario ospedaliero non riconosce in modo specifico. La denuncia giunge a margine del congresso nazionale della Società italiana di cardiologia interventistica (Gise), che ha colto l’occasione per chiedere al ministero della Salute e alle Regioni di intervenire nella revisione delle tariffe sanitarie: introducendo rimborsi dedicati per l’angioplastica guidata dall’imaging e per le tecnologie utilizzate nel trattamento delle placche calcifiche.
Calcificazioni coronariche, una sfida per la cardiologia interventistica
L’individuazione dei depositi di calcio nelle arterie – il problema riguarda una popolazione sempre più complessa: caratterizzata da età avanzata, diabete e malattia coronarica multivasale – è importante poiché rendono più difficile dilatare il vaso e ottenere un’espansione adeguata dello stent durante un’angioplastica. Questo rende più complesse le procedure e di conseguenza contribuisce ad aumentare il rischio di ottenere risultati subottimali.
Per affrontare queste situazioni, la cardiologia interventistica dispone oggi di dispositivi in grado di modificare la placca calcifica e di tecniche di imaging che consentono di valutare dall’interno le caratteristiche della lesione.
Tra gli strumenti disponibili figurano l’ecografia intravascolare (Ivus) e la tomografia a coerenza ottica (Oct), due tecniche che permettono di visualizzare dall’interno la parete coronarica e di guidare le decisioni del cardiologo durante l’intervento.
L’imaging consente di caratterizzare la lesione, orientare la scelta del dispositivo e verificare l’espansione e l’apposizione dello stent. Il suo impiego può pertanto contribuire a migliorare la qualità della procedura, soprattutto nelle anatomie più complesse.
Accanto all’imaging, il trattamento delle calcificazioni può richiedere tecnologie specifiche, come la litotrissia intravascolare (che utilizza onde d’urto per modificare il calcio) e le tecniche di aterectomia rotazionale e orbitale. “La scelta dipende dalle caratteristiche della lesione e dal quadro clinico – afferma Alfredo Marchese, presidente del Gise -. La questione riguarda un insieme di tecnologie e prestazioni che possono comportare costi aggiuntivi rispetto a un’angioplastica convenzionale, ma che risultano rilevanti per la gestione dei pazienti più complessi”.
Procedure in aumento, ma la diffusione resta limitata
In Italia l’impiego dell’imaging intravascolare è in crescita, ma rimane circoscritto rispetto al totale delle angioplastiche coronariche.
Secondo i dati presentati dal Gise, nell’ultimo anno sono state eseguite 18.205 procedure Ivus (+14,1 per cento rispetto all’anno precedente) e 4.387 procedure Oct (+9,5 per cento). Nel complesso, però, le procedure che utilizzano queste tecnologie sono state 22.592: su un totale di circa 160 mila angioplastiche, ecco determinata la quota del 14 per cento.
Per la società scientifica, il divario tra le evidenze disponibili e l’utilizzo nella pratica clinica è legato anche all’assenza di un riconoscimento economico adeguato. Se i costi dei dispositivi e delle tecnologie aggiuntive ricadono sui budget delle singole strutture, la possibilità di adottarle può dipendere dalle risorse disponibili nei diversi ospedali.
Il risultato è una questione che va oltre la scelta clinica del singolo cardiologo: riguarda l’organizzazione dei servizi, la programmazione degli investimenti e l’equità di accesso alle prestazioni.
Le evidenze scientifiche e le raccomandazioni europee
A sostegno della richiesta, il Gise richiama le linee guida della Società europea di cardiologia (Esc), che raccomandano l’impiego dell’imaging intravascolare nelle procedure coronariche complesse.
La società scientifica cita inoltre uno studio pubblicato nel 2024 su The Lancet, secondo cui l’angioplastica guidata dall’imaging intravascolare è associata a una riduzione di circa il 29% del rischio di fallimento della procedura o di complicanze a lungo termine rispetto all’approccio guidato dalla sola angiografia.
Le evidenze scientifiche, tuttavia, non implicano che l’imaging debba essere utilizzato indistintamente in tutte le angioplastiche: la selezione dei pazienti e delle procedure resta legata alle indicazioni cliniche e alla complessità anatomica.
Per favorire un’applicazione più omogenea delle raccomandazioni, il Gise, l’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco) e la Società italiana di cardiologia (Sic) hanno inoltre promosso un documento di consenso pubblicato sul Giornale italiano di cardiologia, con indicazioni pratiche per l’implementazione dell’imaging e della fisiologia coronarica.
Il Gise punta sulla legge di bilancio per rivedere le tariffe
Il passaggio dalla raccomandazione clinica alla pratica quotidiana richiede però anche condizioni organizzative ed economiche adeguate.
È su questo terreno che si concentra l’iniziativa del Gise, secondo cui “le tariffe associate all’angioplastica non riconoscono adeguatamente i costi aggiuntivi dell’imaging intravascolare, della valutazione fisiologica coronarica e dei dispositivi per il trattamento delle calcificazioni”.
Oneri che finiscono per gravare sui bilanci delle strutture e dei reparti: creando un possibile ostacolo alla diffusione delle tecnologie, soprattutto nei contesti con minori margini economici. Da qui la richiesta di introdurre “meccanismi di rimborso specifici”, in grado di riconoscere la maggiore complessità delle procedure e il costo delle tecnologie utilizzate quando clinicamente indicate.
“L’obiettivo – aggiunge Marchese, che dirige la cardiologia interventistica dell’Ospedale Santa Maria di Bari – è evitare che l’accesso alle tecniche più avanzate dipenda dalla disponibilità finanziaria del singolo ospedale e favorire una maggiore uniformità sul territorio nazionale”.
Il confronto politico si concentra ora sulle risorse destinate all’aggiornamento delle tariffe sanitarie. Secondo quanto riferito dal Gise, la nuova legge di bilancio prevede risorse pari a un miliardo di euro nel 2026 e a 1,35 miliardi dal 2027 per l’aggiornamento tariffario, in concomitanza con la revisione dei codici delle procedure. “Chiediamo con forza al ministero della Salute e alle Regioni che, nell’imminente riordino tariffario, vengano introdotte rimborsabilità dedicate per l’angioplastica di precisione e per la modifica di placca calcifica”, chiarisce Marchese.
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