Trattamento di fine rapporto direttamente nel fondo pensione, mancato adeguamento all’aumento dei prezzi degli assegni previdenziali, allungamento dell’età di uscita dal lavoro in base all’innalzamento dell’aspettativa di vita, taglio dell’assegno fino al 10% per chi lascia il lavoro, prospettive incerte (anzi preoccupanti) per i giovani che oggi lavorano, e che potrebbero avere diritto in futuro solo all’assegno sociale per non aver potuto costruirsi una rendita previdenziale decente a causa dei lavori poveri e discontinui di oggi. Che sta succedendo? Il governo, che aveva promesso il superamento della riforma Fornero, sta peggiorando la situazione dei pensionati e sta mettendo un’ipoteca sui pensionati futuri? Giorgia Meloni peggio della professoressa Elsa Fornero? La Lega di Salvini, che aveva fatto delle pensioni una delle sue principali bandiere, peggio di Mario Monti e di Giuliano Amato?
Le domande sono provocatorie, ma neanche troppo. La confusione in campo previdenziale è infatti totale, e il tradimento delle promesse elettorali di tutti i partiti di destra – che risulterebbe palese ai più se ci fosse ancora un qualche briciolo di atteggiamento critico nei confronti della grande propaganda – viene nascosto dalle formule tecniche e da una informazione pessima, nonostante le campagne di “pubblicità progresso” a cui il governo ci ha abituati inondando (a spese degli elettori contribuenti) i programmi televisivi. Abbiamo visto gli spot sui giovani, quelli sulla sicurezza stradale, perfino quelli sulla difesa dell’ambiente, a cui il governo dice di essere particolarmente affezionato. Ma non abbiamo visto nessuno spot sulle pensioni. La verità meglio non dirla. Le pensioni, si sa, sono un oggetto che scotta, come sanno bene i francesi. Meglio parlarne il meno possibile.
Eppure, di notizie su cui discutere (e indignarsi) ce ne sarebbero. La prima riguarda il ribaltamento del rapporto tra previdenza pubblica e previdenza privata individuale. Dal primo luglio, sono entrate in vigore le nuove disposizioni sull’adesione automatica ai fondi pensione per i lavoratori dipendenti del settore privato. I nuovi assunti hanno a disposizione sessanta giorni (per moltissimi sono quindi già scaduti) per scegliere se mantenere il Tfr, l’indennità di fine rapporto o aderire al fondo pensione di categoria. I nuovi assunti sono in pratica obbligati a scegliere il fondo pensione, ribaltando appunto la logica. Quella che avrebbe dovuto essere la “seconda gamba”, la previdenza complementare introdotta in Italia per bilanciare i tagli alle pensioni pubbliche messe in atto con le riforme degli anni Novanta, rischia di diventare la previdenza “sostitutiva” di un assegno pubblico sempre più povero. Una scelta politica che discrimina ulteriormente i lavoratori perché, da una parte, getta nelle braccia dei mercati finanziari i lavoratori “garantiti”, dall’altra lascia per strada migliaia di giovani lavoratori e lavoratrici, che non sono in grado di aderire a nessun fondo pensione, visti gli attuali livelli retributivi.
L’altra notizia riguarda il tetto, il traguardo per lasciare il lavoro. La rincorsa è diventata frenetica. Più aumenta “l’aspettativa di vita”, più in là si sposta l’asticella del diritto alla pensione. Le nuove proiezioni della Ragioneria generale dello Stato confermano: i requisiti per andare in pensione sono destinati ad aumentare per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita. Altro che blocco, che pure era stato promesso. Gli adeguamenti sono già scattati. Prendendo come riferimento il 2026, nel 2028 serviranno tre mesi in più. Per la pensione di vecchiaia, si passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e tre mesi. Per la pensione anticipata ordinaria, il requisito salirà dagli attuali 42 anni e dieci mesi a 43 anni e un mese per gli uomini, e da 41 anni e dieci mesi a 42 anni e un mese per le donne. I calcoli sono della Cgil. Secondo il sindacato di corso Italia, “è guardando oltre il 2028 che il quadro diventa ancora più significativo. Secondo le proiezioni della Ragioneria, infatti, nel 2029 potrebbero aggiungersi altri tre mesi: 67 anni e sei mesi per la pensione di vecchiaia, 43 anni e quattro mesi di contributi per l’anticipata degli uomini e 42 anni e quattro mesi per quella delle donne”. Nel 2031 la vecchiaia sarà a 67 anni e otto mesi, l’anticipata a 43 anni e sei mesi per gli uomini e 42 anni e sei mesi per le donne.
“Si promettono i 64 anni, ma intanto i requisiti salgono”, spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil. “È questa la contraddizione che si deve mettere in evidenza. Mentre si continua a promettere la possibilità di andare in pensione a 64 anni, la realtà è che i requisiti pensionistici continuano ad aumentare”. Il problema vero, poi, non riguarda soltanto quanti mesi si aggiungeranno nel 2028, nel 2029 o nel 2031. Riguarda il meccanismo con il quale questi aumenti vengono determinati. “Continuiamo ad applicare sostanzialmente in maniera generalizzata l’aumento medio della speranza di vita ai requisiti pensionistici, salvo alcune eccezioni microscopiche. Ma sappiamo bene che non tutti i lavori sono uguali e, soprattutto, che la speranza di vita non è uguale per tutti”.
In campo previdenziale, ma anche in molti altri settori della società si dovrebbe quindi ripensare il concetto di eguaglianza. Il governo Meloni, e in particolare il ministro Giorgetti, spacciano le loro misure come politiche contro le diseguaglianze. Ma il risultato sarà poi una maggiore ingiustizia sociale, perché è sbagliato, e perfino moralmente riprovevole, riservare lo stesso trattamento previdenziale a lavoratori che vivono storie completamente diverse. Lavorare sulle impalcature non è la stessa cosa che lavorare in ufficio. Ma anche tra i lavori intellettuali le differenze (e le ingiustizie) sono profonde. Come per quanto riguarda il fisco, le destre non pensano a chi sta peggio, ma provano a premiare i penultimi in cambio di voti.
Una scelta in perfetta continuità con il passato. Ricordiamo infatti la perla di Silvio Berlusconi, “meno tasse per tutti”, e sappiamo com’è andata a finire. Meloni e la sua squadra battono le stesse strade e sono organici a un sistema capitalistico che si basa sempre di più sulle scommesse finanziarie, i futures e oggi i bitcoin. La società dell’azzardo e dell’insicurezza, del prendi oggi quello che puoi perché del domani non c’è certezza. Una società in cui le diseguaglianze sociali non possono che aumentare. Nessun politico ha il coraggio di dire che le pensioni pubbliche vanno abolite perché non ci sono risorse sufficienti per finanziarle (anche se poi i soldi si usano per comprare armi). Non si dice che il welfare è finito perché non ce lo possiamo più permettere. Si preferisce battere la strada dell’erosione dall’interno. Come fanno i funghi e le formiche dentro un albero che si è ammalato.
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