Material Passport: la città come banca di materiali


Quando parliamo di economia circolare nel settore delle
costruzioni, siamo abituati a pensare soprattutto a ciò che accade
dopo una demolizione: il materiale viene selezionato, recuperato,
trasformato e, quando possibile, reimmesso nel ciclo
produttivo.

Ma esiste una domanda che dovremmo porci molto prima: sappiamo
davvero quali materiali sono già presenti negli edifici e nelle
infrastrutture che abbiamo costruito?

È da questa domanda che nasce un concetto destinato a diventare
sempre più importante nel futuro dell’ingegneria: il
“Material Passport”, il passaporto dei
materiali.

Material Passport: sapere quali materiali contiene un edificio

Non si tratta di un documento burocratico in più, ma di un
sistema informativo capace di raccogliere e conservare dati
relativi ai materiali contenuti in un edificio o in un’opera:
tipologia, quantità, caratteristiche, provenienza, possibilità di
recupero e, quando disponibili, informazioni utili alla loro futura
gestione. La ricerca scientifica più recente considera proprio la
disponibilità e la qualità dei dati uno degli ostacoli principali
alla diffusione dell’economia circolare nel settore delle
costruzioni.

Il principio è semplice: ciò che oggi chiamiamo “rifiuto da
costruzione o demolizione” potrebbe, in determinate condizioni,
essere una risorsa che semplicemente non siamo più in grado di
identificare.

Dal fresato stradale all’End of Waste: quando il rifiuto torna
risorsa

Chi lavora nel settore delle pavimentazioni stradali conosce
bene questo passaggio. Anni fa la mia tesi di dottorato
all’Università di Palermo era dedicata alle tecniche di riciclaggio
del fresato stradale, allora trattato quasi soltanto come un
rifiuto da smaltire. Oggi quel materiale ha lo statuto di prodotto:
con il
D.M. 69/2018
, il conglomerato bituminoso
proveniente da fresatura o demolizione delle pavimentazioni, dopo
le operazioni di recupero, cessa di essere rifiuto e diventa
“granulato di conglomerato bituminoso”.

Non è cambiato il materiale, è cambiata la nostra capacità di
riconoscerlo e certificarlo. È una questione soprattutto di
conoscenza.

Non a caso il regolamento End of Waste (D.M.
69/2018)
fa riferimento al “cantiere di provenienza”
nell’anagrafica del produttore: è già, in embrione, un passaporto
del materiale.

Edifici come banche di materiali: tra sicurezza, recupero e
riutilizzo

Immaginiamo un edificio pubblico costruito decenni fa. Nel
momento in cui dovesse essere ristrutturato o dismesso, una parte
delle informazioni originarie potrebbe non essere immediatamente
disponibile. Conoscere in anticipo la composizione dell’edificio,
la quantità e la posizione dei materiali potrebbe invece consentire
di programmare diversamente le operazioni, favorendo quando
tecnicamente possibile il recupero e il riutilizzo.

Il passaggio culturale è importante: non dovremmo più
considerare l’edificio soltanto come qualcosa che possiede un
valore immobiliare, strutturale o funzionale. Dovremmo cominciare a
considerarlo anche come una banca di materiali.

Non significa naturalmente che ogni materiale possa essere
recuperato o che ogni componente possa essere riutilizzato.
Sicurezza, prestazioni, contaminazione, conformità normativa, costi
di separazione e condizioni del materiale rimangono elementi
decisivi. Proprio per questo servono dati affidabili e sistemi di
classificazione condivisi.

Lo so per esperienza diretta. Nella progettazione della
demolizione con bonifica amianto delle baraccopoli di Messina, un
caso unico e raro, la prima incognita non era quanto materiale
recuperare, ma che cosa contenessero quei manufatti. Un inventario
dei materiali è anche un documento di sicurezza. Sapere prima dove
si trovano amianto, fibre artificiali, etc significa un piano di
sicurezza più preciso, meno varianti in corso d’opera e un iter
autorizzativo più governabile.

Material Passport e BIM: dalla ricerca alla gestione digitale del
patrimonio

Il concetto è stato sviluppato soprattutto nel progetto europeo
BAMB – Buildings As Material Banks, finanziato da
Horizon 2020 con circa 9,9 milioni di euro tra il 2015 e il
2019
, e nei Paesi Bassi con la piattaforma Madaster, che
genera automaticamente il passaporto dei materiali a partire da un
modello BIM in formato IFC. In Italia due ricercatori hanno
pubblicato sul Journal of Cleaner Production un’analisi che
evidenzia il potenziale dello strumento, soprattutto se integrato
con BIM, blockchain e intelligenza artificiale.

Ed è qui che la questione diventa interessante anche per le
opere pubbliche: perché non immaginare, almeno come
sperimentazione, che un’amministrazione possa costruire
progressivamente un catasto digitale dei materiali degli edifici
pubblici?

Scuole, uffici, impianti sportivi, immobili comunali e altre
infrastrutture potrebbero essere progressivamente mappati,
associando alle informazioni geometriche e manutentive anche quelle
relative ai materiali presenti.

Una futura ristrutturazione non partirebbe quindi da una
fotografia incompleta dell’edificio, ma da una conoscenza più
approfondita di ciò che esso contiene.

CAM Edilizia e CAM Strade: la conoscenza dei materiali entra nella
progettazione

Dal 2 febbraio 2026 i CAM Edilizia (D.M.
24/11/2025
)
impongono già a ogni progetto pubblico un
piano di decostruzione a fine vita con il 70% in peso dei
componenti avviabile a recupero: è in pratica un inventario dei
materiali. La stessa logica potrebbe essere applicata, con modalità
differenti, alle infrastrutture stradali. Anche una strada possiede
una storia materiale: strati, conglomerati, sottofondi, interventi
successivi. Conoscere questa stratificazione significa poter
migliorare la programmazione della manutenzione e, quando
tecnicamente possibile, del recupero.

Per le strade è già norma: i CAM Strade
(D.M. 5
agosto 2024
) richiedono nei risanamenti profondi
almeno il 70% in volume di materiali recuperati dal corpo stradale
stesso. Ma per riciclare in sito bisogna sapere cosa c’è sotto. Il
“passaporto della strada” potrebbe partire da ciò
che le amministrazioni già possiedono — catasto stradale,
carotaggi, indagini georadar — materiale che spesso esiste ma non è
mai stato aggregato.

Da Palermo una proposta: costruire un catasto digitale dei
materiali

La città diventerebbe così una sorta di miniera urbana, non nel
senso di una fonte inesauribile di materiali, ma come patrimonio
fisico già esistente che può essere conosciuto, monitorato e
valorizzato.

Il vero salto di paradigma sarebbe dunque passare dalla domanda
“quanto materiale nuovo dobbiamo acquistare?” alla domanda
“quali risorse abbiamo già a disposizione e come possiamo
utilizzarle correttamente?”.

Non è un’idea fantascientifica. La letteratura scientifica degli
ultimi anni ha già sperimentato Material Passport
applicati a edifici esistenti, anche attraverso rilievi, modelli
BIM e valutazioni della quantità e del potenziale di recupero dei
materiali.

Naturalmente la Sicilia non potrebbe semplicemente importare un
modello elaborato altrove. Occorrerebbe costruire un sistema
compatibile con le caratteristiche del patrimonio edilizio locale,
con le banche dati esistenti, con la normativa e con le procedure
delle amministrazioni, ma proprio per questo potrebbe essere
interessante iniziare da un progetto pilota.

Un numero limitato di edifici pubblici, un rilievo
accurato, una banca dati dei materiali, una valutazione del loro
possibile destino alla fine della vita utile dell’edificio: sarebbe
un modo concreto per trasformare l’economia circolare da principio
generale a strumento di progettazione.

Perché forse il futuro sostenibile delle nostre città non
consiste soltanto nel costruire edifici più efficienti, consiste
anche nel sapere esattamente che cosa abbiamo già costruito.

E soprattutto nel non aspettare il momento della demolizione per
scoprire che dentro le nostre città esistevano già risorse che
avremmo potuto recuperare.




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