Anche una parte dell’industria tecnologica chiede norme e standard condivisi. Ma la sfida decisiva è evitare due estremi: lasciare alle Big Tech il potere di autoregolarsi oppure soffocare innovazione e imprese sotto una montagna di burocrazia. L’Europa deve costruire regole, investimenti e competitività.
L’intelligenza artificiale non appartiene più al futuro. È già entrata nell’economia, nelle imprese, nella pubblica amministrazione, nell’informazione, nella medicina, nella scuola, nella ricerca e nel mercato del lavoro.
La domanda, dunque, non è più se l’IA cambierà le nostre società.
La domanda è chi governerà questo cambiamento.
La riflessione proposta da Agostino Giovagnoli su Avvenire mette al centro un paradosso significativo: la richiesta di regole non proviene soltanto dalla politica, dagli studiosi o dalla società civile. Anche protagonisti dell’industria tecnologica hanno chiesto in diverse occasioni sistemi di regolazione, standard di sicurezza e forme di cooperazione istituzionale.
Ma proprio questo rende ancora più urgente l’intervento della politica.
NON POSSONO ESSERE LE BIG TECH A SCRIVERE DA SOLE LE REGOLE
Le imprese tecnologiche devono partecipare alla costruzione delle soluzioni.
Possiedono competenze, infrastrutture, capacità di investimento e conoscenze indispensabili.
Ma esiste un principio che dovrebbe rimanere indiscutibile: chi sviluppa una tecnologia non può essere contemporaneamente l’unico soggetto che stabilisce i limiti entro i quali quella tecnologia deve operare.
Le regole devono nascere dalle istituzioni democratiche, attraverso un confronto con scienziati, imprese, università, lavoratori e società civile.
È una questione di equilibrio dei poteri.
L’intelligenza artificiale concentra enormi capacità tecnologiche ed economiche in un numero relativamente ristretto di soggetti. Per questo servono istituzioni pubbliche capaci di comprenderla prima ancora di regolamentarla.
MA ATTENZIONE ALL’ERRORE OPPOSTO
Regolare non significa bloccare.
Questo è il grande rischio europeo.
L’Europa ha costruito con l’AI Act il primo grande quadro normativo organico sull’intelligenza artificiale, basato principalmente sulla classificazione dei sistemi secondo differenti livelli di rischio.
È una scelta importante.
Ma una regolamentazione efficace deve procedere insieme a investimenti, ricerca, infrastrutture digitali, disponibilità di energia, formazione e crescita delle imprese europee dell’IA.
Altrimenti rischiamo un paradosso: essere bravissimi a regolamentare tecnologie progettate e controllate altrove.
Gli Stati Uniti dispongono dei grandi protagonisti privati dell’intelligenza artificiale. La Cina ha costruito una propria capacità tecnologica e industriale.
L’Europa non può accontentarsi del ruolo di regolatore.
Deve diventare anche produttore.
L’IA È UNA POLITICA INDUSTRIALE
Questa rivoluzione deve essere affrontata anche dal punto di vista delle imprese.
L’intelligenza artificiale può aumentare produttività, ridurre tempi amministrativi, migliorare processi industriali, aiutare le PMI a raggiungere nuovi mercati e trasformare professioni e servizi.
Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da milioni di piccole e medie imprese, questa trasformazione rappresenta una straordinaria opportunità.
Ma c’è un problema.
Una grande multinazionale può investire milioni nella digitalizzazione. Una piccola impresa spesso non possiede capitale, competenze o personale specializzato sufficienti.
Serve quindi una politica industriale nazionale che permetta anche alle PMI di accedere all’intelligenza artificiale.
Formazione.
Credito d’imposta per innovazione e digitalizzazione.
Accesso alle infrastrutture tecnologiche.
Collaborazione tra università e imprese.
Centri di competenza.
Sostegno alle startup.
Meno burocrazia per chi investe.
IL LAVORO CAMBIERÀ: PREPARIAMOCI PRIMA
C’è poi la grande questione dell’occupazione.
L’errore sarebbe dividerci tra chi sostiene che l’intelligenza artificiale cancellerà milioni di posti di lavoro e chi assicura che non cambierà sostanzialmente nulla.
Cambieranno soprattutto mansioni, competenze e organizzazione del lavoro.
Alcune attività saranno automatizzate.
Altre professioni nasceranno.
Molte verranno profondamente trasformate.
La risposta non può essere impedire l’innovazione.
Deve essere investire massicciamente nella formazione permanente.
Un lavoratore non può essere lasciato solo davanti a una trasformazione tecnologica di questa portata.
SERVONO REGOLE GLOBALI
Esiste infine un problema ancora più grande.
L’intelligenza artificiale non conosce frontiere.
Una normativa europea, per quanto sofisticata, non può governare da sola una tecnologia globale.
Servono progressivamente standard internazionali condivisi almeno sulle questioni fondamentali: sicurezza dei sistemi più avanzati, utilizzi militari, manipolazione dell’informazione, deepfake, protezione dei minori, infrastrutture critiche e responsabilità per gli impieghi ad alto rischio.
Non sarà semplice.
Stati Uniti, Cina, Europa e altre potenze hanno interessi economici e strategici differenti.
Ma proprio per questo occorre iniziare.
LA POLITICA DEVE TORNARE A GOVERNARE IL FUTURO
Per troppo tempo la politica ha inseguito le rivoluzioni tecnologiche.
Prima nasce una tecnologia.
Poi conquista milioni di utenti.
Poi modifica economia e società.
Infine arrivano le istituzioni a cercare di comprenderne le conseguenze.
Con l’intelligenza artificiale non possiamo permetterci lo stesso ritardo.
Ma governare non significa avere paura.
Significa stabilire diritti e responsabilità e, contemporaneamente, creare le condizioni affinché innovazione e imprese possano crescere.
La sfida riformista dovrebbe essere precisamente questa.
Né tecnofobia né sudditanza alle Big Tech.
Né uno Stato che pretende di controllare ogni innovazione né un mercato completamente privo di regole.
Serve una politica capace di mettere insieme libertà, innovazione, responsabilità e competitività.
Perché l’intelligenza artificiale sarà uno dei grandi motori economici del XXI secolo.
E l’Europa deve decidere adesso se vuole limitarsi a scriverne le regole oppure partecipare da protagonista alla sua costruzione.
Il mercato sta chiedendo certezze. La società chiede protezione. Le imprese chiedono condizioni per innovare. Adesso tocca alla politica.
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