Piancastagnaio, quando il futuro non è un luogo lontano



Dalla geotermia alla ricerca, dall’energia al lavoro: la sfida di Piancastagnaio è trasformare una risorsa del territorio in una prospettiva di futuro.

C’è un passaggio dell’intervento di Pierluigi Piccini su Piancastagnaio che merita di essere preso sul serio: “il futuro non si posa sul vuoto: si innesta su ciò che c’è”. È forse questa la chiave con cui guardare oggi a Piancastagnaio.

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Il confronto con Pietrafitta è interessante proprio perché mette in evidenza due strade diverse. Da una parte c’è un territorio che deve recuperare un passato industriale e trasformarlo in una nuova infrastruttura della conoscenza. Dall’altra c’è Piancastagnaio, che non deve inventarsi da zero una vocazione: ha già l’energia, ha già una storia industriale, ha già competenze, imprese, infrastrutture e, soprattutto, ha una risorsa geotermica che continua a produrre.

La questione, dunque, non è semplicemente quanta energia produce Piancastagnaio. La domanda vera è: quanto valore riesce a generare a partire da quell’energia?

È una differenza decisiva. Perché una risorsa naturale può essere semplicemente estratta e utilizzata, oppure può diventare il punto di partenza di una filiera territoriale. Può alimentare una centrale, oppure può alimentare un sistema fatto di imprese, ricerca, formazione, innovazione e nuovi lavori.

È qui che Piancastagnaio può giocare una partita importante. La geotermia, infatti, non è soltanto elettricità. È calore, è teleriscaldamento, è continuità della produzione, è una risorsa che può dialogare con altre attività economiche. Il fatto che oggi il teleriscaldamento raggiunga quasi dodici chilometri di rete, 417 utenze e consenta di evitare circa 4.000 tonnellate di CO₂ ogni anno dimostra che non siamo davanti a un’idea astratta di transizione energetica: una parte di quella transizione è già dentro la vita quotidiana del paese.

Ma proprio per questo non basta fermarsi qui. Il salto di qualità è trasformare l’energia in conoscenza e la conoscenza in economia. È questo, a mio avviso, il punto più forte della riflessione di Piccini. E vale anche oltre la geotermia.

Pensiamo alla castagna e agli scarti della sua lavorazione, alla manifattura, alla pelletteria, alle aziende che già operano nell’area, alla possibilità di costruire rapporti più stretti con università e centri di ricerca. La vera economia circolare non consiste soltanto nel recuperare un materiale che prima veniva buttato: consiste nel creare attorno a quel materiale competenze, ricerca, brevetti, imprese e lavoro.

E allora la domanda diventa ancora più ambiziosa: può Piancastagnaio diventare un luogo nel quale l’energia che nasce dal sottosuolo incontra il sapere che nasce dalle persone? La risposta non è scontata. Ma oggi esistono condizioni che rendono questa domanda concreta.

Ed è proprio per questo che il convegno di oggi, “Geotermia e Innovazione”, assume un significato che va oltre la semplice iniziativa istituzionale. A Piancastagnaio arrivano il presidente della Regione Eugenio Giani, i vertici di Enel Green Power, Francesco Macrì, rappresentanti di Confindustria e del mondo della sostenibilità. Sul tavolo non c’è soltanto il futuro della produzione geotermica, ma il rapporto fra energia, innovazione e sviluppo del territorio.

E questo è forse il momento giusto per porre una questione politica, prima ancora che tecnica. Che cosa vogliamo che rimanga a Piancastagnaio quando gli investimenti saranno stati realizzati?

Se rimangono soltanto impianti più efficienti e una maggiore produzione energetica, avremo fatto una cosa importante, ma non avremo necessariamente cambiato il destino del territorio.

Se invece rimangono competenze, imprese nuove, giovani formati, ricerca, servizi, occupazione qualificata e una capacità locale di governare l’innovazione, allora avremo fatto qualcosa di molto più grande.

Perché il rischio dei territori interni è sempre lo stesso: produrre valore che poi viene trasferito altrove. La montagna, il bosco, l’acqua, l’energia, il lavoro possono essere qui; il centro decisionale, la ricerca, i profitti e le competenze possono essere altrove.

È il vecchio modello estrattivo, anche quando l’oggetto dell’estrazione non è più soltanto una materia prima ma una risorsa energetica.

Piancastagnaio ha invece l’opportunità di provare a rompere questo schema. La nuova stagione della geotermia può essere l’occasione per costruire una filiera territoriale dell’energia e dell’innovazione, nella quale Enel, Regione, Comune, imprese, università e formazione non siano soggetti che si incontrano occasionalmente, ma pezzi di un unico progetto.

In questo senso il paragone con Pietrafitta diventa ancora più interessante. Lì un imprenditore privato ha visto nel passato industriale un possibile punto di partenza per il futuro. A Piancastagnaio, osserva Piccini, il movimento sembra invece partire soprattutto dall’istituzione pubblica. È una differenza che non va né demonizzata né celebrata: va interrogata.

Perché la vera sfida sarà capire se il pubblico riuscirà a creare le condizioni affinché anche il privato abbia convenienza a investire, se la ricerca troverà un luogo dove applicarsi, se i giovani troveranno ragioni per restare e se le imprese locali potranno crescere senza dover necessariamente trasferire altrove le proprie attività più qualificate.

Un territorio non diventa innovativo perché ospita una tecnologia innovativa. Diventa innovativo quando cambia il modo in cui usa quella tecnologia.

Ed è qui che Piancastagnaio può essere davvero “più avanti”. Non perché abbia già vinto la partita. Ma perché possiede qualcosa che molti territori stanno cercando: una risorsa energetica stabile, una tradizione produttiva e una comunità che può ancora decidere quale rapporto avere con il proprio futuro.

Il convegno di oggi dovrebbe servire soprattutto a questo: non a celebrare ciò che Piancastagnaio già possiede, ma a capire come trasformare ciò che possiede in ciò che ancora non ha. Energia in ricerca. Ricerca in imprese. Imprese in lavoro qualificato. Lavoro in futuro. E, soprattutto, futuro che rimane qui.

Perché alla fine la vera misura del successo di una politica energetica per un territorio interno non sarà soltanto quanti megawatt produrrà Piancastagnaio. Sarà quanti giovani riuscirà a convincere che, per costruire il proprio futuro, non è necessario andarsene.


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