Torino, dice Giuseppe Lavazza, soffre di «immobilismo, che è più pericoloso del declino, perché crea delle false aspettative». Il numero uno del colosso del caffè, presidente del Centro Einaudi, è convinto che la città su cui ha scommesso abbia le carte in regola per rialzarsi, ma sa perfettamente che la situazione è delicata. «Servono – spiega- investimenti di qualità».
Dottor Lavazza quando è iniziata la crisi?
«La nostra storia è molto complessa, passa attraverso fasi diverse. Una molto positiva, negli anni Ottanta, che ha visto la città protagonista con la Fiat, l’Olivetti, il Gruppo Finanziario Tessile. È quella che è stata definita dagli economisti “l’estate indiana”».
È durata poco.
«Diciamo che quel periodo negli anni ’90 si è interrotto. Sulla scena di Torino si è affacciata una volontà politico-amministrativa importante, che aspirava a essere protagonista dello sviluppo e della trasformazione della città, con la volontà di orientarla verso i servizi, il turismo, la cultura. Le ambizioni sono culminate nell’evento olimpico del 2006. Poi, purtroppo, la grande crisi della finanza nel 2008 ha trasformato completamente le prospettive della città».
Perché Torino ha sofferto più degli altri?
«Perché ha dovuto affrontare un forte taglio delle risorse pubbliche, un indebitamento record e un utilizzo della finanza pubblica non perfettamente lineare, visto che una parte dei debiti è stata utilizzata anche per coprire spese correnti. Così si è aperta una fase difficile da gestire».
Il declino.
«Sì, quello che, come dicevo, è diventato immobilismo. La pandemia, poi, ha fermato tutto. Nonostante questo, come certifica il Rapporto Giorgio Rota, resiste un tessuto imprenditoriale che dà segni di attività e di vitalità. È su questo che dobbiamo appoggiarci per costruire i pilastri della nostra crescita».
In quindici anni il valore aggiunto reale pro capite di Torino è aumentato di 188 euro, contro i 9.591 di Milano e i 6.129 di Bologna. È mancata una visione oppure il territorio non ha ancora trovato un modello economico capace di sostituire quello costruito intorno all’automobile?
«Secondo me un modello ce l’ha, e il rapporto lo evidenzia in maniera molto chiara. È fondato su un sistema allargato, e deve fare perno su quelle imprese di medie dimensioni che costituiscono una vera e propria ossatura del nuovo tessuto economico. Serve poi un’attenzione particolare al settore terziario, che in questi ultimi anni è stato trascurato. Soprattutto è ora di dedicare grande impegno su quelli che sono gli scambi che il Piemonte e la nostra città hanno con le altre regioni italiane, in primis la Lombardia. Il problema è che una parte di quello che noi acquistiamo non lo produciamo qui, all’interno dei nostri confini. E questo penalizza la crescita, la creazione di valore aggiunto e lo sviluppo del territorio».
Pensa che negli anni sia mancato lo spirito imprenditoriale?
«La cultura d’impresa non è così diffusa, anche perché forse in passato era appannaggio di pochi grandi. La sfida è ricrearla in modo molto più diffuso, non appoggiandosi su pochi grandi “champions”, ma su una pluralità di soggetti, dalla manifattura ai servizi e alle tecnologie. Penso a un ecosistema forte, attrattivo, capace di produrre al suo interno molto di quello che serve al territorio e di trattenere la ricchezza. Quello che per esempio è riuscita a fare molto bene la Lombardia, come appunto il rapporto sottolinea, e quello che invece purtroppo non siamo riusciti a fare noi».
Entro il 2035 arriveranno sul territorio oltre 9 miliardi di investimenti pubblici. Lo studio del Centro Einaudi ci dice che potrebbero generare quasi 11,9 miliardi di valore aggiunto e 182.000 posti di lavoro. Ma quel denaro può essere un catalizzatore oppure un ammortizzatore sociale. Che cosa deve accadere perché i fondi producano risultati veri?
«È così, a volte questa massa di investimenti non è trasformativa, nel senso che riesce a dare un contributo, magari un impulso momentaneo, però non si traduce in un effettivo vantaggio nel medio-lungo termine, che è ciò che noi dobbiamo assolutamente cercare di realizzare. Molto importante è che l’investimento pubblico sia innanzitutto di qualità, che crei le infrastrutture necessarie per poter migliorare l’attrattività, e che questi denari non siano utilizzati per coprire spese correnti e soprattutto vengano utilizzati con una progettualità di altissimo livello. L’esperienza però ci porta a pensare che difficilmente il pubblico riesce a raggiungere dei livelli di eccellenza esecutivi. C’è un problema, diciamo, di qualità, ma anche di tempistica. L’unico esempio molto positivo che io ricordo, purtroppo, è figlio di una gravissima disgrazia: la costruzione del nuovo ponte Morandi a Genova, un’opera pubblica realizzata in una cornice di grandissima urgenza».
C’era, per esempio, un commissario.
«Sì. Per le nuove opere avremmo bisogno di eccellenza e di qualità. Se queste non ci sono, è molto difficile che i soldi possano in qualche maniera generare un impatto positivo e duraturo sul territorio».
Il long form
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Lei guida un gruppo internazionale che affronta rincari delle materie prime, tensioni geopolitiche, nuovi equilibri competitivi. L’Europa continua a produrre molte regole, ma fatica a trovare la crescita. C’è il rischio che nel tentativo di proteggere i propri valori abbia finito per indebolire le proprie imprese?
«Ma io non vedo nella smania regolamentatrice dell’Ue una difesa dei valori. Vedo invece uno strumento che spesso viene utilizzato per sostenere delle posizioni di tipo più ideologico che non valoriali. Dico questo: il contesto europeo, come il contesto internazionale, da una parte aiuta le imprese a rinforzarsi e a ragionare in logiche competitive e di mercato. E le assicuro che queste sono le cose migliori per consentire al nostro sistema economico di mantenersi brillante, efficiente e al passo coi tempi. Dall’altra parte, la Ue deve aiutare il sistema a sviluppare esattamente questo tipo di mentalità, quindi una competizione serrata, aperta, leale, con regole chiare, poche ma diciamo di semplice lettura, non impedenti, considerando anche che noi non ci muoviamo come sistema economico esclusivamente affacciandoci a un contesto continentale, ma ci confrontiamo con dimensioni di mercato anche diverse, penso all’America, alla Cina, al Medio Oriente, all’Africa. Sono contesti geografici dove naturalmente l’Europa può giocare un ruolo di assoluto protagonista per quanto riguarda l’economia, ma non solo, a patto non si adottino delle politiche penalizzanti».
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