Depistaggio via d’Amelio, Cassazione conferma la prescrizione per i tre poliziotti – Antimafia Duemila


I giudici della Sesta sezione penale della Cassazione, accogliendo le richieste formulate al termine della requisitoria dal sostituto procuratore generale Cristina Marzagalli, hanno rigettato i ricorsi presentati dalla procura generale di Caltanissetta e quelli delle difese dei tre imputati, ex componenti del gruppo che indagò sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, rendendo definitiva la sentenza d’Appello a carico di tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia in concorso nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, per i quali è stata dichiarata la prescrizione.
Nel giugno del 2024, la Corte d’Appello di Caltanissetta aveva confermato la sentenza di primo grado per l’ex funzionario Mario Bo e per l’ex vice sovrintendente Fabrizio Mattei e avevano poi dichiarato la prescrizione del reato anche per l’ex assistente Michele Ribaudo, che in primo grado era stato assolto.
In particolare nei confronti dei tre funzionari di polizia l’accusa era di aver costruito “a tavolino” falsi pentiti, inducendoli a mentire, per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio.
Anche in appello, i giudici non avevano ritenuto per gli imputati, ora tutti in pensione, difesi dagli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto, l’aggravante di aver commesso il reato per favorire Cosa nostra, e per questo è scattata la prescrizione del reato di calunnia. La procura generale di Caltanissetta aveva chiesto invece condanne fino a undici anni e dieci mesi.

Nelle motivazioni della sentenza della Corte d’appello, presieduta da Giovanbattista Tona, veniva certificato il depistaggio avvenuto nelle indagini sulla strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.
“La Barbera (l’ex capo della Mobile di Palermo deceduto nel 2002, ndr) – si legge – con la sua azione nel depistare le indagini volle agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato”.
La Barbera veniva definito come il “dominus” dell’indagine evidenziando come sulla sua figura “è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza, il tutto riuscendo a compiacere i suoi vertici istituzionali, dai quali ricevette qualificati riconoscimenti di carriera”.
E poi ancora: “Di La Barbera è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata, o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza, il tutto – proseguono i giudici – riuscendo a compiacere i suoi vertici istituzionali, dai quali ricevette qualificati riconoscimenti di carriera”.
Una sentenza che, ancora una volta, metteva anche in luce il dato per cui Cosa nostra non fu sola a colpire. E nascondere questa verità era anche l’obiettivo dell’ex capo della Squadra mobile. “Suo obiettivo certamente principale – scriveva il collegio – era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage”.
Inoltre su La Barbera era emerso che “certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di ‘Cosa nostra’, ma mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di ‘cosa nostra’ laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati”.
E sono proprio queste precisazioni che hanno portato i giudici a far cadere l’aggravante mafiosa dalle accuse rivolte ai tre imputati, complici del loro capo, e di dichiarare la prescrizione delle accuse.

Commentando la sentenza all’Adnkronos, l’avvocato Giuseppe Seminara (legale dei poliziotti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo) ha dichiarato: “La Cassazione ieri ha respinto il ricorso della Procura Generale, confermato l’insussistenza dell’aggravante di aver voluto agevolare la mafia ed ha prosciolto gli imputati dalle accuse loro mosse. In questo caso il decorso del tempo ha impedito una sentenza di assoluzione piena per gli stessi. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto il ragionevole dubbio per Fabrizio Mattei e assolto, perché ritenuta evidente la prova della sua estraneità, Michele Ribaudo la cui decisione è stata modificata dalla Corte di Appello in proscioglimento. La parola fine è stata scritta ad un’ipotesi di depistaggio che ha visto quali protagonisti due allora giovani poliziotti che hanno dedicato l’intera vita al servizio del loro paese, ricevendo pubblici attestati di stima dalle istituzioni giudiziarie, e che sono stati irrimediabilmente segnati da questo processo”.

Al di là del commento, però, va comunque riletta la motivazione della sentenza in cui si legge che “c’era piena condivisione delle modalità di conduzione delle indagini da parte degli imputati, ossia dei componenti del gruppo che più di altri si trovarono impegnati in attività irregolari o illecite idonee ad orientare la volontà di Scarantino a rendere le sue dichiarazioni mendaci”.
“Può considerarsi incontestabile quindi la pluralità di indizi in ordine all’adesione da parte di Bo, Mattei e Ribaudo in particolare alla complessiva attività che sostenne e indusse Scarantino ad accusare soggetti estranei alla strage. – scrivono – Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera (e in realtà oramai consolidatesi per la condivisione ampia ricevuta sia dai vertici della polizia sia da quelli della Procura competente) consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’ inattendibile al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose”. “Né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone da costui accusate. Si trattava di pubblici ufficiali che in presenza di elementi che dovevano fare semmai dubitare della veridicità delle dichiarazioni accusatorie di un soggetto il quale aveva mostrato in ogni modo la sua inaffidabilità, si adoperavano per eliderli, ridimensionarli, quando non occultarli o mistificarli”.

Inoltre “è emerso che la strage di via d’Amelio fu preparata parcellizzando in modo estremo i segmenti operativi e deliberativi per limitare il grado di coinvolgimento degli associati e la circolazione di notizie; il che fu certamente funzionale anche a far giungere agli inquirenti solo quelle notizie che sarebbero bastate a dare un minimo di credibilità ai sicofanti che le avrebbero propalate senza mettere gli inquirenti sul percorso che li avrebbe portati a disvelare la verità e frattanto evitare per un apprezzabile lasso di tempo che altri, anche de relato, le potessero riferire. Ma questo dato non dà ancora conto del fatto che l’eventuale finalità di eliminare Borsellino perché ostacolo di una trattativa (ipotesi affacciata dalla sentenza del c.d. Borsellino ter) fosse oggetto di consapevole e piena condivisione da parte di tutta la cosca o appartenesse alle ‘pre-trattative’ riservate di solo alcune frange dell’organizzazione”.

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