I Campi Flegrei sono un territorio che non si lascia racchiudere in una sola definizione. Sono archeologia e vulcani, mare e agricoltura, città e paesaggio, cultura, vino, cucina e comunità. Un luogo complesso e stratificato, nel quale la storia affiora quasi ad ogni passo e la natura continua a ricordare la propria forza.
L’America’s Cup può rappresentare, in questo scenario, molto più di un grande appuntamento sportivo. Può diventare una vetrina internazionale attraverso la quale Napoli e l’intera area flegrea raccontano al mondo un’identità contemporanea, capace di tenere insieme patrimonio e innovazione, vocazione marittima e filiere produttive, turismo e qualità della vita.
Per Ciro Fiola, presidente della Camera di Commercio di Napoli, la vera sfida consiste proprio nel trasformare questa occasione in un progetto destinato a durare nel tempo.
Presidente Fiola, quale ruolo può svolgere la Camera di Commercio nella promozione di un territorio complesso come quello dei Campi Flegrei?
«La Camera di Commercio ha una funzione fondamentale: mettere in relazione il territorio con il suo sistema produttivo. Promuovere un luogo, oggi, non significa semplicemente pubblicizzarne le bellezze. Significa creare le condizioni perché quelle bellezze generino economia, occupazione e opportunità per le imprese e per le comunità. I Campi Flegrei possiedono risorse straordinarie: il patrimonio archeologico, il mare, il paesaggio vulcanico, l’agricoltura, il vino, la ristorazione, le tradizioni e un tessuto imprenditoriale diffuso. Il nostro compito deve essere quello di contribuire a mettere a sistema queste energie, accompagnando le imprese e favorendo una strategia condivisa con gli altri attori istituzionali».
Turismo, agricoltura e cultura sono mondi differenti, che nei Campi Flegrei finiscono però continuamente per incontrarsi. Come si sostiene concretamente questa integrazione?
«Partendo da un principio: il turista contemporaneo non acquista soltanto un soggiorno, ma cerca un’esperienza. E l’esperienza di un territorio nasce proprio dall’incontro tra questi settori. Chi visita un sito archeologico può scoprire un vino prodotto a pochi chilometri di distanza, conoscere un’azienda agricola, mangiare in un ristorante che utilizza prodotti locali, partecipare a un evento culturale o vivere il mare. Dobbiamo aiutare soprattutto le piccole e medie imprese a entrare in questi circuiti, sostenendone la qualità, la digitalizzazione, l’internazionalizzazione e la capacità di fare rete. Quando le imprese collaborano, cresce la competitività dell’intera destinazione».
L’America’s Cup porta Napoli al centro dell’attenzione internazionale. Quanto può essere importante per i Campi Flegrei?
«È un’occasione molto importante perché l’America’s Cup non è soltanto sport. È mare, tecnologia, innovazione, turismo internazionale, comunicazione e capacità di attrarre investimenti. Significa avere gli occhi del mondo puntati su Napoli e sul suo golfo. Dobbiamo essere capaci di utilizzare questa visibilità per mostrare ciò che esiste oltre il campo di regata. Un visitatore che arriva per l’America’s Cup deve avere la possibilità di scoprire Pozzuoli, Baia, Bacoli, Cuma, i nostri siti archeologici, i vigneti, la cucina, il paesaggio. Il grande evento deve diventare una porta d’ingresso verso un territorio molto più ampio».
Il rischio, però, è che la grande manifestazione produca una fiammata di presenze e attenzione destinata a esaurirsi rapidamente. Come si costruisce un’eredità?
«È esattamente questo il punto. Non possiamo misurare il successo soltanto contando le presenze nei giorni dell’evento. L’America’s Cup sarà davvero utile se contribuirà a lasciare infrastrutture, servizi, competenze, relazioni internazionali e una reputazione più forte della destinazione. Dobbiamo ragionare sul giorno dopo. Gli eventi passano, mentre il territorio resta. Per questo gli investimenti e le iniziative devono inserirsi in una strategia di medio e lungo periodo».
Negli ultimi anni i Campi Flegrei sono stati raccontati molto anche attraverso il bradisismo e le preoccupazioni legate al rischio vulcanico. Come si può evitare che un territorio così ricco venga identificato esclusivamente con l’emergenza?
«La sicurezza viene prima di tutto e su questi temi occorre sempre parlare con serietà, affidandosi alle istituzioni e alle autorità competenti. Ma sarebbe un errore ridurre i Campi Flegrei alla sola dimensione dell’emergenza. Parliamo di uno dei territori culturalmente e paesaggisticamente più importanti del Mediterraneo, abitato da comunità vive e con migliaia di imprese che ogni giorno lavorano, investono e producono valore. Serve quindi una narrazione corretta ed equilibrata: non nascondere le criticità, ma neppure permettere che cancellino tutto il resto».
È mancato, finora, un racconto unitario dei Campi Flegrei?
«Probabilmente sì. Anche se aggiungerei che è mancata una visione complessiva sul presente e sul futuro dell’area. Abbiamo moltissime eccellenze, ma spesso vengono raccontate separatamente. Il turista conosce un sito archeologico ma non necessariamente il vino del territorio; conosce una località balneare ma non il patrimonio agricolo che si trova alle sue spalle. Dobbiamo passare dalla somma delle eccellenze a un’identità territoriale riconoscibile. I Campi Flegrei devono diventare un racconto unico, pur mantenendo le specificità delle singole comunità. Per riuscirci occorre coordinare istituzioni, Comuni, operatori turistici, imprese, mondo culturale e associazioni».
In questo racconto l’agroalimentare può avere un ruolo centrale. Quanto pesa l’identità produttiva del territorio?
«Pesa moltissimo, perché il cibo è uno dei linguaggi più immediati attraverso cui un territorio si racconta. E a esso è collegata l’accoglienza. Nei Campi Flegrei abbiamo produzioni agricole legate a condizioni ambientali particolarissime, una tradizione gastronomica fortemente connessa al mare e alla terra e una viticoltura che rappresenta un patrimonio economico e culturale. Queste produzioni non devono essere considerate soltanto beni da vendere: sono ambasciatrici del territorio».
Il vino flegreo, può diventare uno dei principali strumenti di promozione internazionale?
«Il vino possiede una forza narrativa eccezionale perché dentro una bottiglia ci sono il terreno, il paesaggio, la storia e il lavoro delle persone. Lo abbiamo anche sottolineato nella nostra recente esperienza al Vinitaly. Nel caso dei Campi Flegrei questo legame è ancora più evidente per la natura vulcanica dei suoli e per una tradizione vitivinicola profondamente radicata. Bisogna sostenere le aziende nella promozione, nell’export e nell’enoturismo, facendo in modo che la visita in cantina diventi parte di un itinerario più ampio che comprenda archeologia, paesaggio, ristorazione e ospitalità».
Quindi il valore aggiunto non è soltanto il prodotto, ma la filiera che si riesce a costruire intorno ad esso.
«L’unica vera strada percorribile sono le filiere. Una singola eccellenza può essere conosciuta, ma una filiera crea economia diffusa. Se colleghiamo produttori agricoli, cantine, ristoratori, strutture ricettive, guide, operatori culturali, artigiani e servizi turistici, aumentiamo la permanenza dei visitatori e soprattutto distribuiamo sul territorio il valore generato dal turismo. È questo il modello che dobbiamo perseguire».
C’è anche una questione di qualità dell’offerta. Un pubblico internazionale richiede servizi e standard elevati. Le imprese sono pronte?
«Abbiamo imprese di grande qualità e imprenditori capaci, ma dobbiamo continuare a investire. Formazione, competenze linguistiche, strumenti digitali, accessibilità, sostenibilità e qualità dei servizi sono ormai indispensabili. La competizione turistica è globale: non basta possedere un patrimonio straordinario, bisogna renderlo fruibile e accompagnarlo con servizi all’altezza. La Camera di Commercio può svolgere un ruolo importante proprio nell’accompagnare questo processo».
Parliamo di sostenibilità. Nei Campi Flegrei è una parola particolarmente delicata, perché bisogna conciliare sviluppo economico, tutela ambientale e qualità della vita delle comunità residenti.
«La sostenibilità non può essere uno slogan. Un modello turistico è sostenibile quando crea ricchezza senza consumare il territorio che quella ricchezza genera. Significa governare i flussi, tutelare il paesaggio, valorizzare le produzioni locali, favorire mobilità e servizi efficienti e soprattutto fare in modo che i cittadini percepiscano i benefici dello sviluppo. Se il turismo cresce ma peggiora la qualità della vita dei residenti, quel modello prima o poi entra in crisi».
Quale modello immagina allora per i Campi Flegrei?
«Un modello policentrico, nel quale non esista un unico attrattore ma una rete di luoghi e di esperienze. Archeologia, mare, termalismo, natura, sport, enogastronomia, cultura e produzioni locali possono costruire insieme un’offerta capace di distribuire i visitatori nello spazio e nel tempo. Questo consentirebbe anche di superare la stagionalità e creare opportunità economiche durante tutto l’anno».
Un modello che potrebbe essere replicato anche in altre aree della provincia?
«È questa l’ambizione dell’Ente che ha sempre sostenuto le attività imprenditoriali dell’intera area metropolitana. Napoli possiede una forza attrattiva internazionale enorme, ma dobbiamo fare in modo che questa forza produca benefici su un territorio più vasto. I Campi Flegrei possono diventare un laboratorio: dimostrare che mettendo insieme patrimonio culturale, ambiente, imprese, produzioni tipiche e grandi eventi è possibile costruire uno sviluppo equilibrato. Se funziona qui, alcuni elementi di questo modello possono essere applicati anche ad altre aree della provincia».
Presidente, se dovesse indicare la vera eredità che l’America’s Cup dovrebbe lasciare a Napoli e ai Campi Flegrei, quale sceglierebbe?
«La consapevolezza del nostro valore. Abbiamo spesso avuto patrimoni straordinari senza riuscire a trasformarli pienamente in un sistema competitivo. Questa occasione deve servire a farci compiere un salto di qualità: presentarci al mondo non come una successione di singole bellezze, ma come un territorio organizzato, moderno, accogliente e capace di offrire esperienze uniche. L’America’s Cup può accendere i riflettori. Sta a noi fare in modo che, quando quei riflettori si sposteranno, rimanga qualcosa di solido».
In altre parole, la sfida comincia proprio quando finisce l’evento.
«Sì. Un grande evento può accelerare i processi, ma non può sostituire una strategia. La vera vittoria sarà avere, dopo l’America’s Cup, imprese più forti, un’offerta turistica più organizzata, filiere più integrate e un’identità territoriale riconosciuta sui mercati internazionali. I Campi Flegrei hanno tutto per riuscirci. Adesso bisogna trasformare questo patrimonio in progetto».
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